Lettera aperta affinché la ”voglia di riemergere” non ci faccia ripiombare in un’altra quarantena di massa

Inviata al responsabile nazionale della Protezione Civile, al Primo Ministro e alla responsabile del Servizio Tecnico Scientifico Biologico dell’I.S.S.

egr. dott. Borrelli, Sig.Primo Ministro, dr.ssa Nicolini,

mi chiamo Stefano Bertoldi, sono un insegnante della scuola pubblica ma anche giornalista free-lance e attivista sindacale impegnato come sociologo nelle ricerche condotte dal CESP, Centro Studi Scuola Pubblica dei Cobas della Scuola. Vi scrivo queste poche righe affinché valutiate l’ipotesi di un piano nazionale di screening sugli ”asintomatici” così come descritto dalla ricercatrice Luisa Bracci Laudiero del CNR Immunology Network (Cin) in un recente articolo apparso sull’ADN Kronos. Proprio ieri, infatti, ho raccolto molti consensi tra i miei colleghi e in tutte le reti/chat informali cui partecipo, rispetto all’assoluta necessità di approntare un piano nazionale per l’individuazione attraverso specifici test su prelievi del sangue dei positivi asintomatici oltre che dei soggetti che sono venuti in contatto col morbo e sono ora immuni. I vantaggi di questa strategia, sicuramente complessa e dispendiosa, non ho titolo per illustrarli qui ma come sociologo ne sottolieno almeno tre: 1) coloro che risultano immuni possono adottare comportamenti e una ”distanza” sociale coerente con il loro stato 2) le persone asintomatiche ma positive al test potranno assumere con consapevolezza comportamenti ”protettivi” verso la comunità e soprattutto verso le persone non più giovani o fragili 3) considerata l’età media degli insegnanti, la più alta d’Europa, l’attività didattica futura ne beneficerà proprio grazie ad un livello di fiducia reciproca e desiderio di incontrarsi di nuovo cui i test potranno dare un contributo.

Vi imploro affinché non ci siano in futuro altri ”eroi” da dover piangere anche tra le fila degli insegnanti, dagli insegnanti delle scuole dell’infanzia fino all’università tenuto conto che anche se in percentuale ridotta, la morte non risparmia nessuno e ogni decesso in più è sempre troppo soprattutto se evitabile. Io propongo uno screening a tappeto su allievi e insegnanti e ATA, utilizzando con le dovute accortezze gli stessi locali degli istituti e scaglionandone l’accesso, adibendo gli spazi per l’occasione in ”centri prelievi” temporanei. Vi è tutto il tempo per farlo, ovvero da una certa data di luglio fino alla ripresa delle lezioni a metà settembre. Allo stesso modo, andrebbe fatto lungo tutto il mese di giugno limitatamente ad un sotto-gruppo di studenti, qualora si decidesse di tornare sui banchi per gli esami di Stato.

Nella speranza che questa proposta venga valutata insieme a tutte le altre opzioni che tengono conto prima di tutto della salute della nazione e solo dopo i problemi economici, invio un cordiale saluto.

Perché tutto non ritorni come prima: l’appello degli economisti italiani

Mentre al nord si continua a morire e un’intera generazione è falcidiata dal Covid19 con la sola colpa di aver superato l’età fatidica sotto la quale fino a poco tempo fa si prendeva allegramente l’aperitivo gli uni abbracciati agli altri, mentre decine di medici e migliaia tra il personale sanitario si è contagiato, è deceduto o è in quarantena e viene tutt’ora mandato in trincea salvo elogiarli come eroi invece di aiutarli a proteggersi in quanto vittime, mentre tutto ciò accade nella colpevole lentezza di tutti i provvedimenti governativi presi fin qui, un folto gruppo di economisti ci avverte che il modello economico rapace di ieri non può e non deve continuare. Il sotto-testo di ogni dichiarazione dei pubblici poteri è che prima o poi si ripartirà per ”rimettere in moto l’economia”: ma che tipo di economia ? quallo che ha portato in Italia ad un 20% di popolazione, quella più ricca, a produrre quasi il 70% di tutto il PIL?. Secondo questi economisti il cosiddetto ”sgocciolamento verso il basso, ovvero il sostegno finanziario alle banche, agli imprenditori, sotto varie forme non porta quasi nulla in termini di qualità della vita di ognuno di noi. Il finanziamento a tasso zero o addirittura negativo difficilmente si traduce in aumento di lavoro e reddito per tutti. Proprio in un momento come questo non si può approfittare di una pace sociale ”indotta” per continuare con una politica neo-liberista che lascia morti e feriti alle spalle: è arrivato il momento di cambiare rotta affinché la spesa per la sanità, la scuola, i servizi pubblici in generale tornino ad essere la priorità delle nazioni e non il campo di battaglia di un’élite che ancora oggi (25 marzo 2020) spinge oltre 4milioni di lavoratori a recarsi sui luoghi di lavoro perché ”l’Italia NON si ferma”. Il profitto di pochi non può andare tragicamente a svantaggio di molti, moltissime persone, fino a ieri tutelate bene o male da un welfare ”civile”, solidaristico ed universalistico ed oggi, improvvisamente abbandonate senza nemmeno la prospettiva di un ultimo saluto ai propri cari o una degna sepoltura. Nel giro di poco tempo l’avarizia del sistema economico è venuta a galla, salvo qualche mancetta dell’imprenditore magnanimo di turno ma giusto perché si è in emergenza e sta a vedere che anche questo non avrà poi un suo ritorno in pubblicità, visto che all’opposto di quanto dice il Vangelo, l’obolo viene ampiamente pubblicizzato. A molti sta venendo il dubbio che si voglia cogliere l’occasione per attuare, un po’ più velocemente di quanto si stava facendo precedentemente ma in dosi omeopatiche, una sorta di darwinismo sociale: anziani soli, poveri assoluti, persone con le fatidiche tre patologie contemporanee, ultra-ottantenni, senza tetto, carcerati, ecc. ecc. tutt’a un tratto scompaiono, spesso nel silenzio delle anonime statistiche e i loro corpi portati altrove rispetto ai loro desideri da un mezzo dell’esercito. Il disegno di selezione sociale che non si è riusciti a portare a termine in circa 30 anni di neo-liberismo rampante ora si delinea tragicamente sullo sfondo, col suo volto più cupo colpendo sia le persone vulnerabili di cui si parlava sia le piccole e piccolissime attività economiche, i precari, i lavoratori in nero o sottopagati che sfuggono anche agli aiuti caritatevoli del governo

ECCO L’APPELLO

Neanche di fronte a un disastro l’attuale classe dirigente europea è disposta a prendere atto che le idee che hanno guidato finora la politica economica sono profondamente sbagliate. Questa classe dirigente pretende che tali idee interpretino il modo migliore di far funzionare i mercati, elevati a mitici giudici di ciò che è giusto e ciò che non lo è e di fatto sostituiti al processo democratico. Ma proprio la reazione dei mercati alle prime decisioni dei ministri finanziari e poi della Bce su come fronteggiare l’emergenza hanno sepolto sotto una valanga di vendite da panico la palese incomprensione della situazione da parte dei massimi dirigenti europei, costringendoli a frettolosi tentativi di riparazione.

Queste reazioni non sono però servite a convincere leader e tecnocrati della fallacia delle loro teorie. Gli interventi sono presentati come una risposta d’eccezione a uno stato di eccezione, senza che questo metta in questione le regole di funzionamento dell’Unione che – si sottintende – passata la tempesta riprenderanno ad operare pienamente.

Il Patto di stabilità in un primo momento non era stato nemmeno sospeso, preferendo affermare che non ce n’era bisogno perché “consente tutta la flessibilità necessaria”. Il “whatever it takes” di Mario Draghi è stato dapprima smentito, provocando il crollo dei mercati, e poi ripetuto in un tentativo di recupero. Ma è stata persa la credibilità, che è la condizione indispensabile affinché quella frase sia efficace, sia perché è evidente che sia stata detta solo perché forzata dagli eventi, sia perché i nuovi provvedimenti annunciati dalla Bce prevedono limiti e paletti (come la capital key, gli acquisti di titoli sovrani in base alle quote di capitale della Banca che ogni Stato possiede, seppure attenuata) e non sono quindi nella logica di “qualsiasi cosa sia necessaria”.

Il cosiddetto Fondo salva-Stati (Mes) è rimasto ai margini degli annunci, a riprova che non è in grado di salvare nulla. Si tratta in effetti solo di uno strumento di disciplina che gli Stati egemoni vogliono usare per imporre il loro dominio su quelli che cadano in difficoltà. Ne vogliono fare la chiave di accesso agli interventi della Bce, una chiave che sarebbe pagata con la “grecizzazione” di chi incautamente vi facesse ricorso, ossia l’impoverimento del paese e la sua successiva spoliazione da parte delle economie più forti.

Nell’immediato è necessario che:

– la Bce riaffermi con forza che i 750 miliardi di interventi annunciati rispondono solo alle prime necessità della crisi, e che è disposta ad interventi illimitati in base a quanto necessario;

– gli acquisti di titoli pubblici non avverranno più in base alle quote di capitale della Banca che ogni Stato possiede (criterio che peraltro non è applicato per le obbligazioni societarie), ma in base alla necessità di contrastare la speculazione;

– la Bce dichiari che i titoli sovrani detenuti in base ai vari programmi di acquisto saranno rinnovati indefinitamente;

– la Bce trovi la formula giuridica compatibile con i Trattati per acquistare a titolo definitivo bond senza scadenza emessi dagli Stati, con rendimento zero o prossimo allo zero, da collocare poi presso le Banche centrali nazionali.

Per il futuro è necessario che:

– i governi Ue abbandonino l’idea che la crescita dell’economia possa essere affidata alle sole esportazioni, continuando a perseguire indefinitamente una politica di contenimento dei bilanci pubblici e dei consumi interni;

– i governi Ue prendano atto che l’inserimento del Fiscal compact all’interno dei trattati europei è stato bocciato dal Parlamento europeo e quindi quelle prescrizioni vanno lasciate cadere;

– i governi Ue concordino che il pareggio di bilancio debba valere solo per le spese correnti;

– i governi Ue prendano ufficialmente atto che la politica fiscale possa essere usata in funzione anticongiunturale, anche se ciò comporta un deficit pubblico o un suo aumento;

– i governi Ue abbandonino i criteri di sorveglianza basati su parametri inaffidabili come il Pil potenziale e l’output gap.

Le decisioni necessarie ad assicurare la sopravvivenza dell’Unione europea non sono naturalmente soltanto queste – valga per tutte l’impellente necessità di dare vita agli eurobond – e ci sarà modo di discuterne in futuro, ma ciò che ora importa è che i vertici europei si rendano conto dei clamorosi errori ripetuti nel tempo e dichiarino di voler seguire d’ora in poi una strada diversa. Se questo non sarà fatto la crisi sarà pagata duramente da tutti i cittadini europei e sarà messa a forte rischio la stessa sopravvivenza dell’Unione.

Nicola Acocella (univ. Roma La Sapienza)
Massimo Amato (univ. Bocconi)
Davide Antonioli (univ. Ferrara)
Marco Antoniotti (univ. Milano Bicocca)
Roberto Artoni (univ. Bocconi)
Pier Giorgio Ardeni (univ. Bologna)
Lucio Baccaro (Managing Director, Max Planck Institute, Colonia)
Alberto Baccini (Univ. Siena)
Giancarlo Bertocco (Univ. dell’Insubria)
Paolo Borioni (univ. Roma La Sapienza)
Sergio Bruno (univ. Roma La Sapienza)
Sergio Cesaratto (univ. Siena)
Roberto Ciccone (univ. Roma Tre)
Giulio Cifarelli (univ. Firenze)
Carlo Clericetti (giornalista)
Antonio Cuneo (univ. Ferrara)   
Massimo D’Antoni (univ. Siena)
Antonio Di Majo (univ. Roma Tre)
Giovanni Dosi (Scuola Superiore Sant’Anna)
Sebastiano Fadda (univ. Roma 3)
Guglielmo Forges Davanzati (univ. del Salento)
Maurizio Franzini (univ. Roma La Sapienza)
Andrea Fumagalli (univ. Pavia)
Mauro Gallegati (univ. Politecnica delle Marche)
Claudio Gnesutta (univ. Roma La Sapienza)
Dario Guarascio (univ. Roma La Sapienza)
Andrea Guazzarotti (univ. Ferrara)
Andres Lazzarini (univ. of London e Roma Tre)
Riccardo Leoncini (univ. Bologna)
Riccardo Leoni (univ. Bergamo)
Enrico Sergio Levrero (univ. Roma Tre)
Stefano Lucarelli (univ Bergamo)
Ugo Marani (univ. Napoli l’Orientale)
Maria Cristina Marcuzzo (univ. Roma La Sapienza e Acc. Lincei)
Massimiliano Mazzanti (univ. Ferrara)
Marco Missaglia (univ. Pavia)
Francesco Morciano (univ. Pavia)
Mario Morroni (univ. Pisa)
Guido Ortona (univ. Piemonte orientale)
Ruggero Paladini (univ. Roma La Sapienza)
Daniela Palma (Enea)
Gabriele Pastrello (univ. Trieste)
Anna Pettini (univ. Firenze)
Paolo Piacentini (univ. Roma La Sapienza)
Paolo Pini (univ. Ferrara)
Cesare Pozzi (Luiss Guido Carli e univ. di Foggia)
Michele Raitano (univ. Roma La Sapienza)
Simonetta Renga (univ. Ferrara)
Guido Rey (Scuola superiore Sant’Anna)
Umberto Romagnoli (univ. Bologna)
Roberto Romano (economista)
Alessandro Roncaglia (univ. Roma La Sapienza e Acc. Lincei)
Vincenzo Russo (univ. Roma La Sapienza)
Enrico Saltari (univ. Roma La Sapienza)
Roberto Schiattarella (univ. Camerino)
Alessandro Somma (univ. Roma La Sapienza)
Antonella Stirati (univ. Roma Tre)
Pietro Terna (univ. Torino)
Mario Tiberi (univ. Roma La Sapienza)
Leonello Tronti (univ. Roma Tre)
Marco Valente (univ. dell’Aquila)
AnnaMaria Variato (univ. Bergamo)
Andrea Ventura (univ. Firenze)
Antimo Verde (univ. della Tuscia)
Marco Veronese Passarella (Leeds University Business School)
Gennaro Zezza (univ. Cassino)

Aderiscono anche:

Roberto Burlando (univ. Torino)
Riccardo Cappellin (univ. Roma Tor Vergata)
Andrea Coveri (univ. Urbino)
Lucio Gobbi (univ. Trento)
Lia Pacelli (univ. Torino)

Giuseppe Tattara (univ. Venezia)
Fabio Berton (univ. Torino)
Maurizio Zenezini (univ. Trieste)

Enzo Valentini (univ. Macerata)
Alessandro Balestrino (univ. Pisa)
Roberto Balduini (economista, Roma)
Nino Galloni (economista, Roma)
Annaflavia Bianchi (economista, Bologna)
Luca Fantacci (univ. Bocconi)
Elena Cefis (univ. Bergamo)
Alessandra Corrado (univ. della Calabria)
Emanuele Leonardi (univ. Parma)
Federico Chicchi (univ. Bologna)
Angelo Salento (univ. del Salento)
Carmelo Buscema (univ. della Calabria)
Devi Sacchetto (univ. Padova)
Lorenzo Robotti (univ. Politecnica delle Marche)
Luca Michelini (univ. Pisa)
Paolo Paesani (univ. Roma Tor Vergata)
Silvia Lucciarini (univ. Roma La Sapienza)
Fabio Fiorillo (univ. Politecnica delle Marche)
Marilena Giannetti (univ. Roma La Sapienza)

Giulia Zacchia (univ. Roma La Sapienza)
Gianni Viaggi (univ. Pavia)
Francesco Scacciati (univ. Torino)
Stefano Giubboni (univ. Perugia)
Daniela Federici (univ. Cassino)
Francesco Ferrante (univ. Cassino)
Valentino Parisi (univ. Cassino)
Eleonora Sanfilippo (univ. Cassino)
Carlo Devillanova (univ. Bocconi)
Elena Paparella (univ. Roma La Sapienza)

COBAS della scuola e il kit in vista del concorso straordinario

Per i precari della scuola di terza fascia, alcuni dei quali avevano iniziato a seguire dei corsi preparatori presso le sedi dei COBAS, il sindacato autonomo propone qui di seguito dei documenti essenziali in previsione del concorso straordinario e una riflessione di scenario alla luce della situazione che tutti stanno vivendo.

PUNTO della SITUAZIONE, RESOCONTO 3 INCONTRO, il DA FARSI

VADEMECUM CONCORSO STRAORDINARIO SECONDARIA I e II grado

GUIDA ALA COMPILAZIONE DELLA DOMANDA

ART. 5, comma 3,4,5 – DPR 9 maggio 1994, n.487

Dai ”gilet” gialli agli scioperi generali

Da questa video-inchiesta di Radio Onda d’Urto svolta a Parigi a metà gennaio 2020 emerge chiaramente la continuità tra ciò che fu etichettata come una rivolta sconfusionata, individualisticamente finalizzata alla riduzione del prezzo del carburante e gli scioperi attuali, con sindacati al seguito e rivendicazioni ben strutturate. I gilet gialli hanno in realtà aperto una strada, hanno proposto una modalità e messo alla ribalta, una volta sgombrato il campo dal fraintendimento della cosiddetta goccia che fa traboccare il vaso, il problema ”globale” della concentrazione delle ricchezze, una disuguaglianza sociale che scuote il mondo alle sue varie latitudini, con varie modalità e rivendicazioni ma con questo leit-motiv comune. Non è un caso che nel video si inquadrino, tra gli altri, anche alcuni luoghi-simbolo di questa ”finanziarizzazione” selvaggia barricati dietro pannelli protettivi anti-manifestanti, QUALI BANCHE E ASSICURAZIONI. D’altro canto anche ai tempi dei gilet gialli altri luoghi simbolo furono presi di mira come le palazzine stile liberty come simbolo di una gentrificazione che ne è il risultato più tangibile, soprattutto per quella massa di pendolari la cui qualità della vita è drasticamente peggiorata in questi ultimi 20 anni. La sconfitta dello stato sociale con il corollario di solidarietà tra nuove e vecchie generazioni (il sistema pensionistico a ripartizione) e l’irruzione dell’ideologia neo-liberista del ”fai da te”, della polizza privata e dei fondi pensione, fanno il paio con la loi-travail precedente (l’equivalente dell nostro Job’s act): precarizzazione e impoverimento generalizzato a vantaggio di una classe dominante condannata, dal modello stesso, ad aumentare i profitti, sono le due parole-chiave ben chiare nelle rivendicazioni che attraversano diverse classi sociali, da quelle medio-basse e subalterne finanche alcuni strati di cosiddetti liberi-professionisti ovvero l’equivalente nostrano del popolo delle partite IVA, molto professionisti ma ben poco liberi perchè in balìa di un mercato implacabile. Così in Francia abbiamo lavoratori di ogni ordine e grado, pensionati, studenti, tutti uniti contro un modello non condiviso di società che lottano, oggi, contro una riforma che noi italiani abbiamo già digerito da anni senza battere ciglio, con sindacati confederali non solo assenti ma addirittura conniventi con il potere, ovvero l’antitesi di un sindacato.

VIDEO-INCHIESTA DI RADIO ONDA D’URTO

La neo-valutazione

L’ideologia della valutazione oggettiva (ANVUR-INVALSI), della ricerca o degli apprendimenti, o come la chiama il sociologo Davide Borrelli la ”neo-valutazione” propone un modello autoritario, asservito all’ideologia neo-liberista che distribuisce premi (soldi) e punizioni (meno soldi) a seconda che ci si adegui o meno al modello produttivistico di stampo aziendale

Davide Borrelli, sociologo dei processi culturali all’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli IN QUESTA INTERVISTA SU RADIO ONDA D’URTO ci offre un quadro sconfortante del sistema universitario e della ricerca assediata da quella che lui definisce una ”neo-valutazione”. Si tratta di un armamentario di derivazione economicistica che vuole incasellare ricerca, formazione e istruzione in un quadro standardizzato di controllo e potere finalizzato ad una competitività di stampo neo-liberista, funzionale ad una logica di mercato del sapere e della ricerca che di certo non punta al benessere di una popolazione ma persegue una ferrea logica di profitto. Contro questo approccio culturale che vede pochi protestare ma molti sgomitare per farlo proprio e svolgere un ruolo attivo, si sta preparando un appello con almeno 100 firmatari del mondo accademico che a giugno si faranno sentire in occasione della ricorrenza dei 20 anni del cosiddetto processo di Bologna. Dopo trent’anni di politiche neo-liberiste iniziate con le prime spallate al sistema egualitario, inclusivo e motore di mobilità sociale dei sistemi formativi ai suoi vari livelli, gli effetti della cosiddetta autonomia sono ormai evidenti. I tassi di abbandono permangono più elevati rispetto alla media europea, i costi dell’istruzione sono aumentati e la competitività tra atenei, centri di ricerca e tra istituti di scuole secondarie hanno portato ad una logica di mercato dell’istruzione e ad una mercificazione dei saperi ormai asserviti alle tendenze dei cicli produttivi delle aziende. Le parole d’ordine erano all’epoca, come oggi, ”autonomia”, ”meritocrazia”, ”efficacia ed efficienza della formazione”, ”valutazione della qualità della ricerca”, a prima vista termini neutri o inoffensivi o addirittura condivisibili sul piano teorico. Accanto a questi termini, però, si è assistito negli anni ad crescente bombardamento mediatico teso a delegittimare sia il sistema accademico in toto sia il mondo della scuola dipinto come ricettacolo di insegnanti ”fannulloni” con ben 3 mesi di ferie all’anno. Sul piano accademico si è voluto poi inserire un sistema di valutazione solo apparentemente oggettivo che non teneva in debito conto né dell’ambito specifico di ricerca né della aree territoriali in cui queste si svolgevano e quindi anche delle condizioni di partenza: è così che regioni ricche d’Italia, o aree privilegiate sotto diversi punti di vista, svettano nelle sempre più frequenti classifiche ad uso e consumo dei giornali economici. In una logica di marketing e comunicazione si innescano così dei meccanismi perversi che si auto-alimentano aumentando i divari in una situazione dove andrebbe a beneficio di tutti crescere qualitativamente e quatitativamente in ogni parte d’Italia. Si è finito per redistribuire le già esigue risorse per scuola, università e ricerca, le più risicate d’Europa, ai cosiddetti centri eccellenza, ”meritevoli” quindi di un surplus di fondi. La distinzione doverosa tra ricerca pura ed applicata, tra ricerca sperimentale sul campo o documentaria, in campo umanistico o scientifico non si è mai voluta farla fino in fondo, in modo da dare ad ognuna una propria dignità ed riconoscimento di utilità sociale. Il totem del ”merito” che peraltro non dà a chi non ha ma a chi già ha per citare un vecchio slogan di impronta sociologica e accanto ad esso quello dell”’oggettività” della valutazione considerata alla stregua di una scienza empirico-sperimentale si è imposto a tutti i livelli, determinando di conseguenza premi e punizioni, scuole di ”eccellenza” e centri di ricerca di ”qualità” cui si contrappongono centri di inefficienza, sperpero di risorse e a volte fonti di corruzione. Tutti entrano in competizione con tutti per accaparrarsi fette di una torta sempre più piccola, alla faccia della serendipity e della creatività nella ricerca che imporrebbe al contrario una intensa circolazione di idee, ispirata al concetto di dono, oltre che alla collaborazione e solidarietà, proprio in tempi di ristrettezze economiche ormai cronicizzatesi.

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Disintossichiamoci – Sapere per il futuro

Pubblichiamo l’appello per frenare l’approccio neo-liberista alla ricerca e nella formazione di Davide Borrelli, Valeria Pinto, M.C. Pievatolo e Federico Bertoni in previsione di una raccolta di firme per le ”contro-commemorazioni” a Giugno del processo di Bologna

Disintossichiamoci – Sapere per il futuro “Economics are the methods. The object is to change the soul”. Riferita alle politiche della conoscenza, istruzione e ricerca (ma non soltanto), questa formula di Margaret Thatcher ben riassume il processo che ha contraddistinto gli ultimi decenni. Il metodo economico, la penuria come condizione normale, al limite o al di sotto del limite della sopravvivenza, è visibile a tutti. Anche ben visibile, insieme a quello finanziario, è lo strangolamento burocratico. Meno visibile l’obiettivo. Il cambiamento degli animi è così profondo che non ci accorgiamo nemmeno più della distruzione compiutasi intorno e attraverso di noi: il paradosso della fine – nella “società della conoscenza” – di un mondo dedicato alle cose della conoscenza. Anche l’udito si è assuefatto a una programmatica devastazione linguistica, dove un impoverito gergo tecnico-gestionale e burocratico reitera espressioni dalla precisa valenza operativa, che però sembra essere difficile cogliere: miglioramento della qualità, eccellenza, competenza, trasparenza, prodotti della ricerca, erogazione della didattica… E autonomia, ovvero – per riprendere le parole di Thomas Piketty – l’impostura che ha avviato il processo di distruzione del modello europeo di università. Una distruzione che ha assunto come pretesto retorico alcuni mali – reali e no – della vecchia università, ma naturalmente senza porvi rimedio, perché non questo ma altro era il suo l’obbiettivo. A trenta anni appunto dall’introduzione dell’autonomia, a venti dal processo di Bologna, a dieci dalla “Legge Gelmini”, la letteratura critica su questa distruzione è sconfinata. Ricerca e insegnamento – è un fatto, eppure sembra un tabù esplicitarlo – da tempo non sono più liberi. Sottoposta a una insensata pressione che incalza a “produrre” ogni anno di più, a ogni giro (da noi VQR, ASN ecc) di più, la ricerca è in preda a una vera e propria bolla di titoli, che trasforma sempre più il già esiziale publish or perish in un rubbish or perish. Nello stesso tempo, è continua la pressione ad “erogare” una formazione interamente modellata sulle richieste del mondo produttivo. La modernizzazione che ha programmaticamente strappato l’università via da ogni “torre di avorio” – facendone “responsive”, “service university” – ha significato non altro che la via, la “terza via”, verso il mondo degli interessi privati. Svuotate del loro valore, istruzione e ricerca sono valutate, vale a dire “valorizzate” tramite il mercato e il quasi-mercato della valutazione, che, nella sua migliore veste istituzionale, non serve ad altro che «a favorire (…) l’effetto di controllo sociale e di sviluppo di positive logiche di mercato» (CRUI 2001). Proprio grazie all’imporsi di queste logiche di mercato, la libertà di ricerca e di insegnamento – sebbene tutelata dall’art. 33 della Costituzione – è ridotta oramai a libertà di impresa. Il modello al quale le è richiesto sottomettersi è un regime di produzione di conoscenze utili (utili anzitutto a incrementare il profitto privato), che comanda modi tempi e luoghi di questa produzione, secondo un management autoritario che arriva ad espropriare ricercatori e studiosi della loro stessa facoltà di giudizio, ora assoggettata a criteri privi di interna giustificazione contrabbandati per oggettivi. Si tratta di numeri e misure che di scientifico, lo sanno tutti, non hanno nulla e nulla garantiscono in termini valore e qualità della conoscenza. Predefinire percentuali di eccellenza e di inaccettabilità, dividere con mediane o prescrivere soglie, ordinare in classifiche, ripartire in rating le riviste, tutto questo, insieme alle più vessatorie pratiche di controllo sotto forma di certificazioni, accreditamenti, rendicontazioni, riesami, revisioni ecc., ha un’unica funzione: la messa in concorrenza forzata di individui gruppi o istituzioni all’interno dell’unica realtà cui oggi si attribuisce titolo per stabilire valori, ossia il mercato, in questo caso il mercato globale dell’istruzione e della ricerca, che è un’invenzione del tutto recente.
Là dove infatti tradizionalmente i mercati non esistevano (istruzione e ricerca, ma anche sanità, sicurezza e così via), l’imperativo è stato quello di crearli o di simularne l’esistenza. La logica del mercato concorrenziale si è imposta come vero e proprio comando etico, opporsi al quale ha comportato, per i pochi che vi hanno provato, doversi difendere da accuse di inefficienza, irresponsabilità, spreco di danaro pubblico, difesa di privilegi corporativi e di casta. Tutt’altro che il trionfo del laissez faire: un “evaluative State” poliziesco ha operato affinché questa logica venisse interiorizzata nelle normali pratiche di studio e ricerca, operando una vera e propria deprofessionalizzazione, che ha trasformato studiosi impegnati nella loro ricerca in entrepreneurial researcher conformi ai diktat della corporate university. A gratificarli una precarietà economica ed esistenziale che va sotto il nome di eccellenza, la cornice oggi funzionale a un “darwinismo concorrenziale” esplicitamente teorizzato e, anche grazie alla
copertura morale offerta dall’ideologia del merito, reso forzatamente normalità.
Sono in molti ormai a ritenere che questo modello di gestione della conoscenza sia tossico e insostenibile a lungo termine. I dispositivi di misurazione delle performance e valutazione premiale convertono la ricerca scientifica (il chiedere per sapere) nella ricerca di vantaggi
competitivi (il chiedere per ottenere), giungendo a mettere a rischio il senso e il ruolo del sapere per la società. Sempre più spesso oggi si scrive e si fa ricerca per raggiungere una soglia di produttività piuttosto che per aggiungere una conoscenza all’umanità: “mai prima nella storia
dell’umanità tanti hanno scritto così tanto pur avendo così poco da dire a così pochi” (Alvesson et al., 2017). In questo modo la ricerca si condanna fatalmente all’irrilevanza, dissipando il riconoscimento sociale di cui finora ha goduto e generando una profonda crisi di fiducia. È giunto il momento di un cambiamento radicale, se si vuole scongiurare l’implosione del sistema della conoscenza nel suo complesso. La burocratizzazione della ricerca e la managerializzazione dell’istruzione superiore rischiano di diventare la Chernobyl del nostro modello di organizzazione
sociale.
Quel che serve oggi è quindi riaffermare i principi che stanno a tutela del diritto di tutta la società ad avere un sapere, un insegnamento, una ricerca liberi – a tutela, cioè, del tessuto stesso di cui è fatta una democrazia – e per questo a tutela di chi si dedica alla conoscenza. Serve una scelta di campo, capace di rammagliare dal basso quello che resiste come forza critica, capacità di discriminare, distinguere quello che non si può tenere insieme: condivisione ed eccellenza, libertà di ricerca e neovalutazione, formazione di livello e rapida fornitura di forza lavoro a basso costo, accesso libero al sapere e monopoli del mercato. In questa direzione si delineano alcune tappe. La prima è una verifica dell’effettiva sussistenza e consistenza di questo campo. Un progetto non può avanzare se non si raggiunge una massa minima di persone disposte ad impegnarvisi. Se c’è un’adeguata adesione preliminare – diciamo in termini simbolici 100 persone per partire –organizziamo un incontro a breve per ragionare su politiche radicalmente alternative in fatto di valutazione, tempi e forme della produzione del sapere, reclutamento e organizzazione.
In prospettiva, realizziamo a giugno un’iniziativa in concomitanza con la prossima conferenza ministeriale del processo di Bologna, che quest’anno si tiene a Roma, per avanzare con forza – in raccordo con altri movimenti europei di ricercatori e studiosi (già sussistono contatti in questo
senso) – un ripensamento delle politiche della conoscenza.
Valeria Pinto
Davide Borrelli
Maria Chiara Pievatolo
Federico Bertoni
… per adesioni: sapereperilfuturo@gmail.com, specificando l’università di appartenenza

Chi ha ucciso la Pantera?

Anni 1989/90 nasce la Pantera, movimento studentesco antagonista e propositivo che forse fu fin troppo scomodo e creativo per poter sopravvivere oltre il tempo in cui riuscì, in circa un anno, a produrre una mole notevole di iniziative sociali, di occupazioni di spazi dismessi e di pensiero politico a-partitico lungimirante. Fu tenuto in disparte, demonizzato e criminalizzato, da destra come da sinistra, almeno quella parlamentare e istituzionalizzata. Fu quindi un movimento autenticamente ”scomodo” e pericoloso politicamente, chiaramente e lucidamente orientato ideologicamente e proprio per questo non si tentò nemmeno di cooptarlo. Siamo a cavallo tra la fine di un’epoca contraddistinta dalla tensione geopolitica di due blocchi contrapposti, due dittature, due potenze militari e politiche che traevano il loro potere l’una dal fascino discreto del consumismo pervasivo delle multinazionali e l’altro da una nomenklatura che sebbene a fine corsa tentava ancora di dipingersi come garante di un egualitarismo che in realtà offriva una vita grigia per la maggioranza della popolazione e una vita agiata per pochi gerarchi. Alla fine ”vinse” il primo tra i due contendenti, più accattivante e creativo e più efficace nel suo potere di alienazione di intere masse condannate a produrre per consumare per poi ancora produrre e consumare. Il neo-liberismo ebbe la meglio ed aveva dalla sua un’apparente democrazia che iniziava un suo percorso colorato e mass-mediatico impersonato in Italia da Berlusconi ma che aveva degli alter ego in diversi paesi compresi gli USA dell’attore Reagan e stelle che già si allenavano ad avere un ruolo politico come Trump o Murdoch. Si entrava nella politica-spettacolo fatta di talk-show, operazioni fortemente mediatizzate, personaggi creati ad arte da una regia sapiente che regolava il traffico dei passaggi televisivi. Una volta rodata la macchina mediatica qualche anno dopo si assistette la nascita di uomini politici in erba, dei bimbi, come Renzi o Salvini non a caso ospiti concorrenti della ruota della fortuna o altre amenità di puro intrattenimento. Sullo sfondo vi furono pochi anni dopo quella che poi fu svelata come la trattativa stato-mafia dopo le stragi di Capaci e via d’Amelio ma soprattutto un cambio-farsa al potere che dopo il periodo di tangentopoli cambiò tutto per non cambiare nulla: tutti i partiti tradizionali, tranne la lega che al tempo era al 100% Lega-Nord Padania indipendente, vennero sostituiti da formazioni polarizzate verso la leadership di un qualche ”personaggio” . La corruzione non finì, anzi divenne sempre più sofisticata ed alzò il tiro ma a livello complessivo scomparvero degli apparati divenuti ormai inutili, i partiti tradizionali, perché il consenso si sarebbe giocato su altri piani, al di fuori delle sedi di partito nei quartieri, nei territori. Anche la mafia non scomparve ma anch’essa alzò il tiro e iniziò a viaggiare sotto traccia grazie alle capacità di colletti bianchi insospettabili che muovevano finanziamenti da una parte all’altra del globo, proprio come Giovanni Falcone tentò di smascherare con i suoi viaggi in Australia e USA. Il neo-liberismo cinico ed arrembante, dopo aver costretto alla resa l’anacronistico potere autarchico dell’URSS ora si faceva largo anche all’interno delle varie agenzie formative europee con parole d’ordine che già negli anni ’90 erano, come oggi, meritocrazia, valutazione, efficienza ed efficacia, competitività, privatizzazione o tutt’al più sussidiarietà tra pubblico e privato. Il neo-liberismo capitalistico si stava finanziarizzando sempre di più fagocitando l’economia industriale e con sé il potere politico ed aveva bisogno di sudditi formalmente ”liberi” ma che attuassero fedelmente il programma di privatizzazione dei beni comuni, compresi la ricerca e la formazione/istruzione. La forza lavoro, però, non era stata totalmente soppiantata dai computer e dai robot andava addomesticata e questo fu fatto tramite processi di precarizzazione e di frammentazione fino ad esaurirne qualsiasi carica ideologicamente orientata e soprattutto facendo passare il messaggio che il miglioramento della situazione di alcune fasce di lavoratori passava attraverso la diminuzione dei diritti di una fetta ancora molto importante di lavoratori ”garantiti”: questi ultimi, dipinti come fannulloni, a volte parassiti, erano in molti casi semplicemente frutto di scambi di voti in intere aree territoriali ma tramite quel tipo di redistribuzione del reddito garantivano comunque alla ”macchina” di girare. Con la scusa della competitività anche nei servizi pubblici e dell’efficientismo intere fasce sociali vennero condannate all’impoverimento generalizzato fino ad arrivare ai giorni nostri in cui una ristretta cerchia di super ricchi detiene ben oltre la metà dell’intero PIL nazionale. Al centro del sistema strategico più importante per la riproduzione culturale di un paese, la scuola, le università e i centri di ricerca furono anch’essi investiti da questa ondata cosiddetta riformista ma alcuni opposero resistenza: fu il movimento della Pantera, antimilitarista, tendenzialmente non violento, anti-neoliberista e anti-berlusconiano che oltre ai suffissi ”-anti” si presento come movimento di proposta con punte avanzate di intuizioni politiche. Queste andavano dalla logica dei beni comuni e dal ripensamento dei processi produttivi in chiave ecologica, ai sistemi di redistribuzione dei redditi che passavano per una scuola ed università non asservita al potere industriale capitalistico. Si pensava ad un’autonomia vera proprio perché indipendente da qualsiasi ingerenza dei poteri economici. Così come in Francia Macron di fronte alle proteste di piazza sta giocando d’astuzia prendendo per stanchezza i dissidenti, all’epoca il partito comunista più grande d’Europa decise di ignorare quasi completamente il movimento pensando che occorresse invece rincorrere la modernizzazione che si traduceva in un riformismo socialdemocratico. Non solidarizzò ma anzi lo condannò con azioni mirate e delegittimazione a mezzo stampa, come la stroncatura di Riccardo Luna su Repubblica. Quelle idee, però, rimasero negli animi e sicuramente mantengono una loro validità per il 90% della popolazione anche oggi e a maggior ragione per il futuro; tuttavia il potere del restante 10% è e fu allora, così sovrastante che ”destra” e ”sinistra” alla fine si sono unite sotto un unico credo per giocare in un teatrino politico dove anche il modello liberale della rappresentanza democratica in parlamento viene sempre più percepito quasi come un impedimento. Oggi sono sufficienti dei buoni algoritmi, una buona squadra di comunicatori e gestori dei diversi canali social e TV, qualche sondaggio e un voto on-line: anche allora la Pantera intuì questo passaggio e tentò con Okkupanet la carta dei social per aumentare la potenza delle occupazioni fisiche delle università che ad ogni modo raggiunsero alcuni casi dei traguardi di durata, fino a 4 mesi consecutivi, oggi impensabili.

La precarietà del lavoro

Un approfondimento (il link qui sotto) di Andrea Fumagalli (Università di Pavia) su Radio Onda Onda Rossa

La precarietà del lavoro è al giorno d’oggi talmente ben articolata, dissimulata e mistificata attraverso operazioni di facciata che ne svuotano la valenza negativa ma solo in termini comunicativi che è veramente difficile districarsi per riuscire a capire dove vuole arrivare il capitalismo neo-liberista attuale sul piano delle retribuzioni e della regolamentazione (o de-regolamentazione). Dal 2018, intanto, i contratti a termine di natura dipendente sono aumentati di circa 1 milione di unità arrivando a toccare i 3 milioni di persone. Si può partire da questo dato, quello più semplice, per capire come il ”lavoro a vita” e soprattutto il concetto di stabilità o anche di progettualità individuale o familiare siano ormai compromessi non solo da queste tappe forzate nel percorso lavorativo di chi inizia a lavorare in questi anni ma anche dall’inconsistenza del cosiddetto contratto ”a tutele crescenti” sul piano delle garanzie per i lavoratori. Questo concetto ha inoltre ancora di più reso il lavoro una sorta di concessione magnanima del ricco imprenditore, peraltro a livello globale sempre più assimilabile ad un fondo di investimento cui poco interessa se in ”basso” si producano microchip, patate o si risponda in un call-center. Accanto a questa forma elementare di percorso accidentato ma pur sempre con buone garanzie, quantomeno nel settore pubblico, in termini di previdenza, assenze per malattie, ferie retribuite ecc. ecc. c’è una selva di tipologie che sono ”a precarizzazione crescente”: si va dal lavoro fintamente (auto) imprenditoriale ”coatto” delle partite IVA, alle prestazioni occasionali, al contratto di apprendistato estensibile fino a 6 anni (a praticamente zero contributi versati), al lavoro a prestazione (o a chiamata) in cui si hanno addirittura due datori di lavoro, entrambi in grado di interrompere rapidamente il rapporto, al ”socio di cooperativa” che anche qui camuffa il lavoratore precario in veste di piccolo imprenditore vagamente ammantato di mutualismo democratico ottocentesco. In questo approfondimento andato in onda su Radio Onda Rossa, l’economista Andrea Fumagalli, dell’Università di Pavia, descrive questa trasfigurazione della realtà lavorativa attuata mediante una manipolazione dei dati sul lavoro che tentano di presentarci una situazione, tutto sommato, accettabile.

Gilets jaunes e scioperi

Finalmente coloro che avevano ancora qualche dubbio sull’impostazione ”politica” dei gilets jaunes, visti da alcuni come dei cani sciolti senza un’idea dietro e soprattutto ”rei” di non essersi dati un leader, secondo l’ABC del perfetto populista, dopo il loro confluire, disordinato, chiassoso, nel movimento altrettanto variegato degli scioperi anti-privatizzazione del welfare francese, dovranno ricredersi. L’idea politica c’è: basta privatizzazioni, meno tasse e più welfare, ritorno al concetto dei ”beni comuni”, redistribuzione equa delle ricchezze che in qualche modo riassume in sé le prime due. D’altro canto il rapporto Oxfam sulla povertà, pubblicato non a caso sempre in concomitanza con il vertice dei ”ricchi” a Davos, da anni afferma che i motivi per protestare sono del tutto plausibili e razionalmente spiegabili. Già l’anno scorso, l’incipit del report affermava che ”nel corso dell’ultimo anno il numero dei miliardari è aumentato come mai prima: uno in più ogni due giorni. La ricchezza dei miliardari si è accresciuta di 762 miliardi di dollari nell’arco di 12 mesi, un incremento che, a titolo comparativo, rappresenta 7 volte l’ammontare delle risorse necessario per far uscire dallo stato di povertà estrema 789 milioni di persone, Di tutta la ricchezza creata nell’ultimo anno, l’82% è andato all’1% della popolazione, mentre il 50% meno abbiente non ha beneficiato di alcun aumento.
Il lavoro pericoloso e scarsamente pagato della maggioranza della popolazione mondiale alimenta l’estrema ricchezza di pochi. Le condizioni di lavoro peggiori spettano alle donne, e quasi tutti i super ricchi sono uomini. I governi devono creare una società più equa attribuendo priorità ai lavoratori comuni e ai piccoli produttori agricoli anziché ai ricchi e potenti”. 

Quando milioni di lavoratori che hanno come unica ricchezza il lavoro che copre le spese vive e pochi altri svaghi e forse una casa dove vivere, si sposta dalle periferie urbane ingrossate dalla gentrificazione arrembante per recarsi al lavoro, magari in macchina perché in nome dell’alta velocità il servizio pubblico è abbandonato a sé stesso, anche un centesimo di tassa in più sul costo della benzina, o come in Cile, sul ticket del bus (privatizzato come in Argentina), rende molto ”nervosi”. Anche perché la loro sofferenza giornaliera, a fronte di un salario da anni in caduta libera in ogni angolo del mondo, si scontra proprio con il lusso di quegli stessi centri urbani dove abitavano un tempo i loro nonni o bisnonni: mangia e bevi – B&B – souvenir – mangia e bevi – B&B – souvenir, questa è la sequenza che caratterizza i luna-park di lusso per turisti di tutte le tasche, dal pittoresco borgo della Toscana, alla città eterna, alla Milano da bere che ha da poco celebrato il festival della rendita finanziaria immobiliare inaugurando quella cattedrale nel deserto chiamata Expo. Quando poi la privatizzazione passa dall’immobiliare alle ”mucche” finanziarie, come il sistema pensionistico e sanitario che in molte parti del mondo entrati a pieno titolo nel circuito profit di banche e assicurazioni, la prospettiva di una vita di sacrifici che sarà negli anni post-lavorativi ancora più segnata dalle difficoltà di vivere. Così da una parte il ”popolo” o moltitudine, secondo una definizione coniata dal filosofo Antonio Negri nel quadro del passaggio dall’imperialismo post-coloniale all’impero attuale che si agita subito dopo aver osservato sulla propria pelle la goccia che travalicava il vaso delle proprie sofferenze/fatiche e dall’altra i ”lavoratori”, più o meno organizzati, sindacati redivivi e gli studenti che hanno capito che quelle pensioni ”povere” alla fine toccheranno soprattutto a loro. Il tranello messo in atto dal ”presidente dei ricchi” Macron fondato sulla creazione di una spaccatura generazionale attraverso diversi compromessi di facciata, per fortuna, in Francia, non ha funzionato. E’ cos’ che in strada, da oltre un mese, scendono centinaia di migliaia di persone contro le privatizzazioni volute dai poteri finanziari e alcune categorie hanno di fatto bloccato un intero paese: far quadrare i conti dello Stato a spese dei lavoratori è semplicemente immorale, privatizzare i profitti e socializzandone le perdite (o i rischi) lo è altrettanto soprattutto quando questa smania di ”riforme strutturali” da anni è nella testa di quei pochi miliardari che detengono e controllano quasi tutta la ricchezza del pianeta. I soldi non sono finiti in un buco nero misterioso! sono solo malamente redistribuiti ed è qui la chiave di volta per risanare i conti pubblici, per pensare ad un welfare universalistico equo e duraturo, una sanità, scuola e trasporti rigorosamente pubblici e di qualità per tutti e alle risorse naturali e i patrimoni culturali come beni comuni e non come occasioni di rendite finanziarie per pochi. D’altro canto non è un caso che proprio per arginare future e plausibili proteste ”di piazza”, da anni si sono fatte strada due linee politiche-amministrative: da una parte il ”mantra” della governabilità che impone tagli ai parlamentari con la scusa della riduzione dei costi inutili e l’erosione della democrazia rappresentativa, giudicata inutile, corrotta, tagliata e delegittimata a suon di piattaforme digitali, strada principale per andare dritti verso il populismo, dall’altra la fissazione securitaria, fatta di giustizialismo sfrenato, telecamere in ogni dove, aumento delle pene e delle dotazioni delle forze del cosiddetto ”ordine” con la scusa del terrorismo internazionale o di un presunto aumento dei reati…che in realtà da oltre vent’anni sono in calo costante. Alcuni movimenti populisti, anche in Italia, facendo leva sulla buona fede di milioni di elettori hanno proposto l’idea di per sé non sbagliata della rappresentanza politica basata sull”amico della porta accanto”, preparato ma senza rendite, con la fedina parlamentare pulita e parallelamente la disintermediazione tramite il plebiscito elettronico. Oggi, come tangentopoli esattamente 20 anni fa, si è scoperto l’arcano di queste messe in scena funzionali ad un cambio di potere nell’ottica gattopardesca del ”cambiare tutto per non cambiare nulla”: e intanto i ricchi sempre più ricchi aumentano e la platea dei poveri si allarga.

Sardine, pesce povero ?

Non si possono esprimere giudizi affrettati, soprattutto nelle scienze sociali nell’era dei social network. Detto questo mi limito a riferire ciò che si è visto in piazza San Giovanni a Roma il 14 dicembre 2019 in occasione di quello che si preannunciava come il maggior raduno di Sardine dopo la puntata iniziale di Bologna poco più di un mese prima. Partecipazione: intorno ai 35-40 mila anche perché un quinto della piazza era presidiata dall’esercito che tutelava il flusso turistico alla Basilica e le strade adiacenti non hanno visto i fiumi di gente che conobbi nella protesta del 2011. Età media: intorno ai 50 anni. Tipologie di gruppi: famiglie con figli, molti gruppi di persone tra i 45-50 fino ai 60-70. Modalità di protesta: sardine di cartone con varie scritte creative, uno striscione, un palco poco amplificato con scaletta di interventi decisa in modo non proprio trasparente e certamente ”mirata” vista la fatica a parlare che hanno sperimentato le Sardine nere venute appositamente da Napoli. Contenuti politici: pochi e poche proposte concrete. Quindi l’appuntamento di piazza San Giovanni, a parte il buon numero di persone che si sono attivate grazie ad un’opera di coinvolgimento dai contenuti molto moderati attraverso i social media di cui il portavoce Matteo Santori è un abile conoscitore si è sostanzialmente limitato ad una ”conta” generale dei corpi in piazza e ad un messaggio estetizzante: ”basta odio nel linguaggio”, ”basta comunicare attraverso i social media (rivolto ai politici con cariche istituzionali)”, ”basta alzare barricate contro i deboli”, ecc. ecc. altre caratteristiche percepite e registrate in piazza: nessun tipo di schieramento partitico ma solamente una chiara appartenenza ad una ”sinistra”, certamente non conflittualista, molto poco rivoluzionaria o sovversiva dello status-quo. La conclusione è quindi che la protesta al momento attuale è più che altro rivolta alle modalità comunicative della politica perché quella stessa sinistra cui si fa riferimento al suono di ”bella ciao” è la stessa che produsse l’autentico e originale decreto sicurezza detto anche ”Minniti” tanto che il secondo è stato nominato sobriamente decreto sicurezza ”bis”… si dimentica che quella sinistra progressista è la stessa che con l’aiuto degli immancabili servizi ha elargito denaro, appoggio logistico e formazione professionale ai trafficanti di esseri umani in cambio di un blocco delle partenze dai loro lager in Libia (la trattativa dell’estate del 2017 denunciata da Nello Scavo sulle pagine di Avvenire), la stessa che rese visita ufficiale in Arabia Saudita e agevola i contratti di acquisto di armi usate poi nello Yemen, la stessa che tace sull’operato di un dittatore sanguinario quale Erdogan in Turchia che in cambio di 6 miliardi blocca le frontiere ai flussi migratori da est, la stessa che ha massacrato la scuola con la cosiddetta ”buona scuola” o dato il colpo di grazia allo statuto dei lavoratori con il ”job’s act”, ecc. ecc. Potremmo tornare indietro di qualche anno e ricordare il primo atto di guerra e quindi anticostituzionale contro la Serbia nel 1999, oppure le varie leggi per l’ulteriore precarizzazione del lavoro a partire dal Co.Co.Co.. Si potrebbe tornare indietro e in tema di immigrazione ricordare la legge Turco-Napolitano, oppure la mancata approvazione dell’unica modalità di inclusione effettiva cioè lo ius soli; ma per sentire dal vivo gli ”umori” della piazza messi sotto pressione da alcune domande volutamente provocatorie ecco qui 8 interviste per Radio Onda d’Urto che confermano, l’ipotesi di una tiepida o assente rimessa in discussione dei valori neo-liberisti del capitalismo finanziario attuale e di una istanza molto ”estetizzante” della comunicazione politica e del ”fare” politica.

Ulteriori commenti nell’articolo apparso ne la ”Bottega del Barbieri

INTERVISTA 1
INTERVISTA 2
INTERVISTA 3
INTERVISTA 4
INTERVISTA 5
INTERVISTA 6
INTERVISTA 7
INTERVISTA 8

Migranti: l’Italia, sotto processo, non può più dire ”non sapevamo”

Oggi 3 dicembre 2019 l’Italia va sotto processo per un mancato soccorso o meglio per ritardi negli stessi come è avvenuto in altri casi simili e spesso sempre al largo delle coste di Lampedusa: si tratta della tragica giornata dell’11 ottobre 2013 che lasciò in fondo al mare circa 300 persone che si adagiarono sul fondo accanto ad altre 368 persone pochi giorni prima affogati anch’essi per ritardi, incomprensioni e negligenze. Un’ecatombe cui noi civilizzati europei, costruttori di armi, sfruttatori di risorse naturali che renderebbero i paesi di provenienza potenzialmente più ricchi di noi, non possiamo più far finta di non vedere. Le strumentalizzazioni politiche che poi si sono scatenate intorno questo problema che è divenuto tale a causa dei permessi non accordati nei paesi di origine e canali umanitari mai attivati se non per piccoli numeri, hanno ormai assuefatto gli italiani divisi in ”pro-invasione” e ”contro l’invasione” come fossero due forme di tifo da stadio, due opinioni come tante che si affrontano sui social tramite tastiere tanto infiammate quanto superficiali. Mentre l’Italia muore di vecchiaia e vede fuggire all’estero le sue giovani risorse, i suoi territori di ”periferia”, le montagne, gli insediamenti pedemontani si svuotano e si degradano ma con tutto ciò non si accoglie chi viene da fuori e che è obbligato alla migrazione, anche a costo della vita. La realtà del nostro sistema capitalistico è che ad esso occorre un numero crescente di lavoratori ricattabili, atomizzati, non sindacalizzati per cui oltre alla crescente precarizzazione anche nell’ambito del cosiddetto lavoro ”a tempo indeterminato” per i cittadini italiani, la presenza di persone che possano accettare il ricatto del lavoro nero sottopagato e invisibile rappresenta una utile risorsa. Salari in discesa, accentramenti di ricchezze esorbitanti, evasioni fiscali miliardarie da parte di multinazionali che dettano legge a paesi-nazione fantasmi di sé stessi, rappresentano il brodo di coltura ideale per una forza lavoro smarrita e pronta a tutto. Il cinismo dei governanti che strumentalizzano da destra e da sinistra questo fenomeno ha raggiunto livelli rivoltanti ma un giorni i nodi verranno al pettine e qualcuno ne dovrà rendere conto: il 3 dicembre 2019 rappresenta una piccola tappa di questa resa dei conti ma la via giudiziaria, ovviamente, non risolve il problema…

A 50 anni dalla strage di Stato

La strage di Stato: LINK ALLE INTERVISTE DI RADIO ONDA D’URTO A DANIELE BARBIERI (UNO TRA I NUMEROSI AUTORI DEL LIBRO ”LA STRAGE DI STATO” E LELLO VALITUTTI MILITANTE ANARCHICO

Il 12 dicembre 1969 a Milano, nella Banca dell’Agricoltura di piazza Fontana, alle 16:37 una bomba scoppia. Bilancio: 17 morti (14 sul colpo) 87 feriti di cui alcuni mutilati per sempre. L’Italia all’epoca rappresentava una ”democrazia” sotto tutela USA caratterizzata da un esercizio del potere violento e repressivo ai vari livelli della struttura sociale, dalle fabbriche al sistema scolastico, al potere patriarcale nelle famiglie. Qualcosa però si stava muovendo all’interno di ciascuna di queste dimensioni sociali e in modo a volte molto forte, molto più spesso ”scomodo” per chi si riteneva depositario della rappresentanza del mondo del lavoro ovvero il più grande partito comunista d’Europa dell’epoca, il P.C.I. Questo antagonismo extraparlamentare che si esplicitava anche con manifestazioni di piazza che portavano centinaia di migliaia di persone per strada ogni volta, andava fermato con la paura, con l’insicurezza generata, appunto, dalla bomba. Dal momento dello scoppio fino ai giorni nostri la lista dei depistaggi, delle accuse infondate, delle morti ”oscure” di testimoni che avrebbero potuto parlare o di testimoni mai interrogati è lunghissima e si conclude con sentenze giudiziarie azzoppate. Il disegno ”contro-rivoluzionario” che stava dietro quella serie infinita e ben orchestrata di attentati portati a termine o falliti per pura fatalità era opera dello Stato italiano nella misura in cui il racconto dei ”pezzi dello Stato deviati” o delle ”poche mele marce” perde di credibilità di fronte una regia così complessa e ramificata. Questa fu l’ipotesi che un gruppo consistente di provetti giornalisti d’inchiesta, fino a 50 giovani impegnati in ricerche, pedinamenti, raccolta di dati d’archivio o sul posto anche in incognito, riuscì a dimostrare in soli 6 mesi dallo scoppio della bomba. Pochi furono i mezzi materiali ed economici che sostennero l’impresa e misere furono le donazioni di personaggi della sinistra dell’epoca che potremmo definire ”radical chic” e solo un uomo, invece, si distinse nell’appoggiare in modo consistente, Pier Paolo Pasolini.
Il libro ”La strage di Stato”, ha precisato Daniele Barbieri, uno degli autori in occasione della tappa romana di presentazione del libro presso ‘l’Archivio dei Movimenti, ”ha rappresentato un esempio di inchiesta dal basso, cui hanno contribuito giovani e meno giovani di tutta Europa che hanno fornito dati, notizie e hanno effettuato anche inseguimenti e indagini rischiose anche nei luoghi di riunione dei fascisti”. Alla serata di presentazione ha partecipato anche Lello Valitutti, un anarchico testimone diretto del primo principale depistaggio dello Stato eseguito dal commissario Calabresi nei locali della Questura di Milano ai danni dei primi due capri espiatori creati ad hoc, Giuseppe Pinelli e Pietro Valpreda: lui era lì, nel corridoio accanto la stanze dove accadevano fatti indicibili e ha raccontato dei movimenti all’interno degli uffici e testimoniato delle azioni volte a cambiare la scena del delitto. Secondo l’opinione pubblica che solo dopo un po’ di tempo ha scoperto l’inganno (e forse anche oggi non nella sua totalità) si trattò di un fatale errore o, per i meno ingenui, appunto, dei capri espiatori. In realtà Pinelli e Valpreda erano molto attivi sul campo politico con azioni concrete di sostegno ed organizzative a favore dei movimenti che si stavano opponendo alle due dittature europee dell’epoca, quella spagnola e quella greca. Valitutti ha però voluto attualizzare quell’evento e con esso le stragi, riportandole a quelle odierne dove i depistaggi non sono scomparsi e nemmeno la propaganda volta a creare lo stesso sentimento di insicurezza e di paura sebbene con strumenti comunicativi più raffinati e pervasivi.
In assenza di una polarizzazione USA-URSS o tra comunismo e capitalismo, il nemico attuale è l”’altro” da noi, è il diverso, l’immigrato, l’anticonformista libertario. Si è fatto quindi un logico parallelismo fra quella strage di Stato e le attuali stragi silenziose consumate lungo la rotta più tragica del mondo, quella mediterranea, sotto la quale giacciono decine di migliaia di corpi. Parliamo di persone che come i nostri nonni o i nostri fratelli che anche oggi, a centinaia di migliaia lasciano l’Italia, erano in fuga verso una speranza di vita migliore. Tutto ciò avviene, salvo poche eccezioni – ha spiegato Valitutti – sotto una sostanziale indifferenza frutto di un’azione diretta e normalizzatrice come quella attuata del decreto Minniti e quella più roboante di Salvini. La tecnica è sempre la stessa, la paura artificiosamente creata dal potere insieme al ”calmante” per attenuarla che convince una moltitudine di persone ”atomizzate”, lavoratori i quali, chi più chi meno, sono precari intenti ognuno nel proprio piccolo a conservare quel poco che nella vita sono riusciti a ritagliarsi”. ”Ciò che ha caratterizzato l’impresa di quella contro-inchiesta – ha poi sottolineato Barbieri – è stata invece la fitta rete di scambio di informazioni, di solidarietà, tra gruppi e sottogruppi non in lotta fra loro per avere una propria visibilità mediatica ma accomunati dalla lotta contro un nemico comune, chiaro e ben individuabile, lo Stato”. Anche perché questa strage di Stato, come ci ricorda Guido Salvini, un magistrato che seguito nell’arco di questi 50 anni una breve porzione dell’iter giudiziario, ha dei responsabili con nomi e cognomi precisi e ben noti e noi potremmo aggiungere che non furono delle schegge impazzite o alcune (poche) mele ”marce”.

Chi semina miseria, raccoglie collera

Nel titolo vi è lo slogan esemplificativo delle motivazioni sottostanti di un movimento, il cosiddetto movimento dei ”Gilets jaunes” (Gilet gialli) francese che in questi giorni compie un anno esatto di vita; il titolo, inoltre, non ha bisogno di spiegazioni, dal momento che ormai è chiaro a tutti che l’aumento di pochi centesimi sul prezzo – già alto – della benzina è stato unicamente la goccia che ha fatto traboccare il vaso; un vaso che è anche quello di Pandora. In realtà, infatti, le politiche neo-liberiste, in Francia come in molte parti del mondo dove non a caso nascono proteste spontanee e a volte imprevedibili, ognuna delle quali è in un modo o nell’altro tesa ad abbassare i salari della classe lavoratrice e le tasse a quella imprenditoriale, sono alla base di tutti questi sommovimenti, con poche differenze l’uno dall’altro. Le differenze non sono consistenti perché il modello capitalistico, predatorio ed ”estrattivo”, volendo adottare un termine che si ricollega alla presa di coscienza mondiale in chiave ecologista, è ovunque più o meno lo stesso: le vere differenze stanno nel livello di benessere da cui si parte e nel livello di democraticità politica cui questo è associato. In Francia, per esempio, il modello sta lentamente andando in tilt, perché in presenza di un welfare tutto sommato ancora prodigioso rispetto all’Italia, questo sta però subendo da un lato l’azione combinata del calo demografico cui va sommato un innalzamento della vita media e su altri versanti un abbassamento del PIL annuo e gli effetti della cosiddetta ”crisi economica”: le classi sociali sulle quali farne ricadere il costo di tale crisi ormai strutturale, sono appunto quelle lavoratrici che poi scendono in piazza. Per classi lavoratrici si intendono quelle formate da lavoratori salariati, i precarizzati dalle mille sfaccettature a seconda del paese sempre più in balìa di un ”mercato” del lavoro dove il salario, voce di spesa ”scomoda” e quindi per definizione contraibile da parte del capitale, è inversamente proporzionale al numero di persone disposte ad accettare stipendi sempre più bassi.

In questo LINK interviste e resoconti del movimento su RADIO ONDA D’URTO e in questo LINK il documento ufficiale elaborato da alcuni attivisti a compimento del primo anno di vita, con resoconti, storia. motivazioni, tecniche di lotta e prospettive.

Stato violento e repressivo

Ilaria Cucchi: «L'amore con Fabio è un regalo di mio fratello Stefano»

Dieci anni di depistaggi professionalmente organizzati da chi se ne intende, ovvero dai marescialli che hanno ”addomesticato” i resoconti fin dal primo fermo e via via nei vari percorsi tra una caserma e l’altra, il tribunale e poi i vari ricoveri fino ai massimi livelli gerarchici dell’Arma che hanno di fatto costituito un substrato fatto di pressioni e muri di gomma foderati di omertà. Il dato di fatto è che per una settimana il diritto si è fermato così come il senso di umanità e di protezione che dovrebbe accompagnare ogni iter di assistenza sanitaria per ogni paziente e forse ancor di più per chi è già sottoposto a misure restrittive della libertà. Uscire dal sentimento di vendetta e dall’idea che il comportamento considerato come deviante da una società meriti la sospensione di ogni sentimento di umanità e anche del diritto nei confronti di chi lo commette è ciò che dovrebbe distinguere uno stato ”progredito” come noi italiani ci vantiamo di essere. Abbiamo assistito a dieci anni di ”rallentamenti” giudiziari e buchi nell’acqua per il buon nome di un corpo militare pur in presenza dell’evidenza delle immagini del pestaggio che provvidenzialmente furono scattate. In quella settimana tragica la burocrazia ha indossato il suo vestito più cinico e spersonalizzante nei confronti della vittima ma personificando alla lettera la ”banalità del male” solo che nessuno si è opposto a quel martirio, nessuno si è posto dei dubbi se non sulla convenienza o meno di interromperlo: evidentemente è stata più forte l’idea di consegnare ad altri la ”patata bollente”. La battaglia che i famigliari di Stefano Cucchi, in primis la sorella, hanno dovuto combattere è valsa il doppio perché combattuta in parallelo all’altrettanto dura guerra contro stereotipi, pregiudizi e ”cattiverie” dell’opinione pubblica sui social, su alcuni giornali e sdoganate da molti politici che a tutt’oggi cavalcano l’onda ”benpensante” e cinica del ”… se l’era andata a cercare” che peraltro poco c’entra con il fondamento di uno Stato di Diritto. Oggi, come dieci anni fa, alcuni politici o meglio alcuni burattini malvagi che aizzano odio con slogan studiati a tavolino e poi lo cavalcano, proseguono nel filone ”giovanardiano” (dal politico Giovanardi…) dei danni, anche ”collaterali” tra cui appunto quello subito da Stefano Cucchi, dell’uso degli stupefacenti. Si tratta ovviamente di un pensiero stereotipato, tendenzioso e retrogrado che non tiene conto ipocritamente dei danni dell’alcool e del tabacco o degli psicofarmaci in costante crescita nelle rivendite legali. Si prosegue nell’attribuire alla droga tout court una serie di conseguenze che vanno dall’omicidio efferato ai comportamenti anche minimamente devianti quando invece tali comportamenti rappresentano la prova provata di un mix di condizioni sociali, culturali, socioeconomiche associate ad una più o meno consapevole capacità di discernere tra il bene e il male. Oggi quel corpo ha avuto giustizia ma la tardiva e un po’ inutile costituzione come parte civile dell’Arma, l’incompleto accertamento delle responsabilità medico-sanitarie e soprattutto i molti casi irrisolti come Giuseppe Uva, Michele Ferrulli, Riccardo Magherini, ecc. ecc. devono farci riflettere sul modello di società civile che si sta facendo largo a suon di repressione e ”decoro”: la situazione carceraria italiana, più volte condannata dalla corte europea per i diritti dell’uomo, la tendenza generalizzata alla psichiatrizzazione del disagio o semplicemente del comportamento non conforme anche nella Scuola sono solo alcuni dei segnali nemmeno troppo deboli da … ”attenzionare”.

Dieci anni di depistaggi professionalmente organizzati da chi se ne intende, ovvero dai marescialli che hanno ”addomesticato” i resoconti fin dal primo fermo e via via nei vari percorsi tra una caserma e l’altra, il tribunale e poi i vari ricoveri fino ai massimi livelli gerarchici dell’Arma che hanno di fatto costituito un substrato fatto di pressioni e muri di gomma foderati di omertà. Il dato di fatto è che per una settimana il diritto si è fermato così come il senso di umanità e di protezione che dovrebbe accompagnare ogni iter di assistenza sanitaria per ogni paziente e forse ancor di più per chi è già sottoposto a misure restrittive della libertà. Uscire dal sentimento di vendetta e dall’idea che il comportamento considerato come deviante da una società meriti la sospensione di ogni sentimento di umanità e anche del diritto nei confronti di chi lo commette è ciò che dovrebbe distinguere uno stato ”progredito” come noi italiani ci vantiamo di essere. Abbiamo assistito a dieci anni di ”rallentamenti” giudiziari e buchi nell’acqua per il buon nome di un corpo militare pur in presenza dell’evidenza delle immagini del pestaggio che provvidenzialmente furono scattate. In quella settimana tragica la burocrazia ha indossato il suo vestito più cinico e spersonalizzante nei confronti della vittima ma personificando alla lettera la ”banalità del male” solo che nessuno si è opposto a quel martirio, nessuno si è posto dei dubbi se non sulla convenienza o meno di interromperlo: evidentemente è stata più forte l’idea di consegnare ad altri la ”patata bollente”. La battaglia che i famigliari di Stefano Cucchi, in primis la sorella, hanno dovuto combattere è valsa il doppio perché combattuta in parallelo all’altrettanto dura guerra contro stereotipi, pregiudizi e ”cattiverie” dell’opinione pubblica sui social, su alcuni giornali e sdoganate da molti politici che a tutt’oggi cavalcano l’onda ”benpensante” e cinica del ”… se l’era andata a cercare” che peraltro poco c’entra con il fondamento di uno Stato di Diritto. Oggi, come dieci anni fa, alcuni politici o meglio alcuni burattini malvagi che aizzano odio con slogan studiati a tavolino e poi lo cavalcano, proseguono nel filone ”giovanardiano” (dal politico Giovanardi…) dei danni, anche ”collaterali” tra cui appunto quello subito da Stefano Cucchi, dell’uso degli stupefacenti. Si tratta ovviamente di un pensiero stereotipato, tendenzioso e retrogrado che non tiene conto ipocritamente dei danni dell’alcool e del tabacco o degli psicofarmaci in costante crescita nelle rivendite legali. Si prosegue nell’attribuire alla droga tout court una serie di conseguenze che vanno dall’omicidio efferato ai comportamenti anche minimamente devianti quando invece tali comportamenti rappresentano la prova provata di un mix di condizioni sociali, culturali, socioeconomiche associate ad una più o meno consapevole capacità di discernere tra il bene e il male. Oggi quel corpo ha avuto giustizia ma la tardiva e un po’ inutile costituzione come parte civile dell’Arma, l’incompleto accertamento delle responsabilità medico-sanitarie e soprattutto i molti casi irrisolti come Giuseppe Uva, Michele Ferrulli, Riccardo Magherini, ecc. ecc. devono farci riflettere sul modello di società civile che si sta facendo largo a suon di repressione e ”decoro”: la situazione carceraria italiana, più volte condannata dalla corte europea per i diritti dell’uomo, la tendenza generalizzata alla psichiatrizzazione del disagio o semplicemente del comportamento non conforme anche nella Scuola sono solo alcuni dei segnali nemmeno troppo deboli da … ”attenzionare”.

Dieci anni di depistaggi professionalmente organizzati da chi se ne intende, ovvero dai marescialli che hanno ”addomesticato” i resoconti fin dal primo fermo e via via nei vari percorsi tra una caserma e l’altra, il tribunale e poi i vari ricoveri fino ai massimi livelli gerarchici dell’Arma che hanno di fatto costituito un substrato fatto di pressioni e muri di gomma foderati di omertà. Il dato di fatto è che per una settimana il diritto si è fermato così come il senso di umanità e di protezione che dovrebbe accompagnare ogni iter di assistenza sanitaria per ogni paziente e forse ancor di più per chi è già sottoposto a misure restrittive della libertà. Uscire dal sentimento di vendetta e dall’idea che il comportamento considerato come deviante da una società meriti la sospensione di ogni sentimento di umanità e anche del diritto nei confronti di chi lo commette è ciò che dovrebbe distinguere uno stato ”progredito” come noi italiani ci vantiamo di essere. Abbiamo assistito a dieci anni di ”rallentamenti” giudiziari e buchi nell’acqua per il buon nome di un corpo militare pur in presenza dell’evidenza delle immagini del pestaggio che provvidenzialmente furono scattate. In quella settimana tragica la burocrazia ha indossato il suo vestito più cinico e spersonalizzante nei confronti della vittima ma personificando alla lettera la ”banalità del male” solo che nessuno si è opposto a quel martirio, nessuno si è posto dei dubbi se non sulla convenienza o meno di interromperlo: evidentemente è stata più forte l’idea di consegnare ad altri la ”patata bollente”. La battaglia che i famigliari di Stefano Cucchi, in primis la sorella, hanno dovuto combattere è valsa il doppio perché combattuta in parallelo all’altrettanto dura guerra contro stereotipi, pregiudizi e ”cattiverie” dell’opinione pubblica sui social, su alcuni giornali e sdoganate da molti politici che a tutt’oggi cavalcano l’onda ”benpensante” e cinica del ”… se l’era andata a cercare” che peraltro poco c’entra con il fondamento di uno Stato di Diritto. Oggi, come dieci anni fa, alcuni politici o meglio alcuni burattini malvagi che aizzano odio con slogan studiati a tavolino e poi lo cavalcano, proseguono nel filone ”giovanardiano” (dal politico Giovanardi…) dei danni, anche ”collaterali” tra cui appunto quello subito da Stefano Cucchi, dell’uso degli stupefacenti. Si tratta ovviamente di un pensiero stereotipato, tendenzioso e retrogrado che non tiene conto ipocritamente dei danni dell’alcool e del tabacco o degli psicofarmaci in costante crescita nelle rivendite legali. Si prosegue nell’attribuire alla droga tout court una serie di conseguenze che vanno dall’omicidio efferato ai comportamenti anche minimamente devianti quando invece tali comportamenti rappresentano la prova provata di un mix di condizioni sociali, culturali, socioeconomiche associate ad una più o meno consapevole capacità di discernere tra il bene e il male. Oggi quel corpo ha avuto giustizia ma la tardiva e un po’ inutile costituzione come parte civile dell’Arma, l’incompleto accertamento delle responsabilità medico-sanitarie e soprattutto i molti casi irrisolti come Giuseppe Uva, Michele Ferrulli, Riccardo Magherini, ecc. ecc. devono farci riflettere sul modello di società civile che si sta facendo largo a suon di repressione e ”decoro”: la situazione carceraria italiana, più volte condannata dalla corte europea per i diritti dell’uomo, la tendenza generalizzata alla psichiatrizzazione del disagio o semplicemente del comportamento non conforme anche nella Scuola sono solo alcuni dei segnali nemmeno troppo deboli da … ”attenzionare”.

W il Re! W Verdi!

W Verdi! il vecchio slogan-parola d’ordine (Vittorio Emanuele Re d’Italia) con cui l’élite in platea di un qualche teatro italico si auto-motivava nel proprio intento di appoggiare, finanziare e difendere la guerra di annessione dei Savoia durante quello che fu definito il Risorgimento Italiano sembra riemergere ma con nuove parole d’ordine o meglio parole-chiave; ebbene nel bel mezzo di un dibattito-contrattazione tra governo e rappresentanze delle Regioni (al momento, Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna) che si sta svolgendo nella quasi assoluta indifferenza dei media main-stream e dell’opinione pubblica e che porterà a quella che molti autori definiscono come una SECESSIONE DEI RICCHI (vd. libro del costituzionalista Massimo Villone, Italia divisa e diseguale) ed attuare un vero e proprio inganno (vd. articolo di Gianfranco Viesti) ad opera delle regioni ricche, la cosiddetta ”Famiglia Reale” lancia un APPELLO sibillino riguardo un proprio fantomatico rientro in Italia. Si tratta ovviamente di un video folkloristico e avvilente nel 2019 ma visto il percorso sociale italiano e il clima politico attuale e quello che si paventa per l’immediato futuro è interessante evidenziare alcune parole-chiave: innanzitutto la famiglia reale è scritta anteponendo i due capolettera con le lettere maiuscole come se fosse un’entità statuale istituzionalizzata ed ufficializzata. Poi nel discorso compaiono alcune parole chiave come TRANQUILLITA’ ovvero in analogia a quella pace sociale invocata dalla gente ”per bene” negli anni venti precursori del fascismo che in qualche modo la garantirono con varie forme repressive ma a fronte di conclamati sommovimenti popolari e proletari. Al momento nessuna goccia rischia di fare traboccare il vaso come in Cile, Hong-Kong, Egitto o la Francia dei gilet gialli più vicini a noi, quindi a quale scopo rispondere ad una presunta richiesta di tranquillità. Compare poi il concetto di ELEGANZA che dalle parole di un nobile suona quanto mai coerente e convincente ma in una società laica potrebbe facilmente accostarsi al concetto di DECORO (anche urbano), compostezza, necessità di ”abbassare i toni”, ecc. ecc. Poi immancabile è il senso del DOVERE quindi ancora una volta il richiamo alla legalità perché l’obbligo nasce prima di tutto sulla spinta di una norma: non compaiono quindi parole chiave alternative riferite alla classe dirigente che imporrebbero un riferimento il ”dovere di perseguire una giustizia e uguaglianza sociale” ma nemmeno concetti quali FELICITA’, BENESSERE, DIGNITA’ da declinare in termini di dignità del lavoro e di qualità della vita…per ognuno. Quindi emergono indicazioni e rassicurazioni dall’alto di una fonte attendibile e credibile sui temi della legalità, della pace sociale e infine del decoro che secondo il senso comune è ”buona educazione”. Visto l’arrivo imminente di un regime compiutamente xenofobo, omofobo, giustizialista, fondato sul sacro trinomio DIO-PATRIA-FAMIGLIA un appello monarchico fintamente rassicurante in luogo di uno che più logicamente dovrebbe puntare all’impegno verso una più equa ripartizione delle ricchezze e a maggiori investimenti nella cosa pubblica al posto dei tagli ricorrenti, c’è tutt’altro che essere rassicurati!

Un incontro in carcere

Mulhouse è un’antica città industriale ma in fase di rapida e vivace riconversione. Accanto, a pochi chilometri, è presente una delle più grandi fabbriche automobilistiche, la notissima Peugeot e in città non poteva quindi mancare un museo, ovviamente, dell’auto. Non tutti però sanno che Mulhouse è anche sede del più antico carcere francese datato 1871 un anno che evoca guerre e lotte sociali che sfociarono in una delle più interessanti ed innovative esperienze di organizzazione di ispirazione socialista, la Comune di Parigi. Il carcere, edificato dai tedeschi, in quanto posizionato in un territorio dove per secoli i due eserciti franco-tedeschi si sono contesi quel ricco e strategico territorio ha quindi una fisionomia ”antica” e i suoi locali incutono un certo timore rievocando immagini sepolte nella memoria di vecchi film dove le celle, a vista e allineate lungo balconi con balaustre in ferro, si sovrappongono lungo tre o più piani orizzontali, anch’essi a vista demarcati da reti anti-caduta in corda di fibra naturale. Il progetto prevede un carcere di nuova generazione, già pronto ma gli ultimi dettagli ancora da mettere a punto. In un contesto a tinte fosche si è quindi svolto un incontro cui avrebbero dovuto partecipare circa una trentina di persone che a causa dei mille imprevisti, tipici di una ”casa circondariale”, si sono dimezzate a causa di assenze ”giustificate”. La platea, composta e silenziosa, dava la sensazione ad un tempo della sofferenza interiore e della rassegnazione ma tuttavia la curiosità non era narcotizzata, tutt’altro… Alcuni hanno probabilmente ricollegato i racconti e le testimonianze a storie di persone vicine o a parenti, amici e lo stimolo delle immagini e dei suoni hanno reso molti occhi lucidi. Nessuno avrebbe pensato ad una tale reazione ma scrollandosi di dosso i molti stereotipi sulla vita carceraria, ci si rende conto che l’umanità ristretta non è affatto diversa da quella che a pochi metri al di là dei reticolati circola liberamente; alcuni stimoli provocano evidentemente medesime emozioni o analoghe associazioni di idee. La prima impressione dei detenuti è stata di incredulità o comunque di ”scoperta” e stupore grazie ad un racconto unitario fatto allo stesso tempo di testimonianze dirette, immagini di ”repertorio” e testimonianze virtuali di migranti visibili nei video-documenti: i numeri della tragedia, la vastità e complessità del tema che cinicamente viene strumentalizzato dalla classe politica in due opposte visioni, una, la più deleteria e criminale, tesa all’odio, alla divisione e alla chiusura egoistica nei propri confini al di qua dei tanti muri, l’altra, altrettanto cinica tesa ad un pietismo di facciata alimentato da forti sensi di colpa e per questo inconcludente. Nessuna delle strumentalizzazioni, sia quella ”buona” né tantomeno quella ”cattiva” va al di là dell’obiettivo a breve termine di un qualche risultato elettorale: l’umanità spesso si perde tra i numeri ed è solo quando ci si concentra su l’emergenza ”tout court” del naufragio, sul volto del naufrago in cui per un attimo si è vista personificata la vicenda di un amico o di un famigliare che non ce l’ha fatta che l’emozione viene a galla, diversamente dalle decine di migliaia di corpi oggi in fondo al mare. Tutti hanno diritto a vivere felici, a salvarsi e migliorare il proprio percorso di vita segnato a volte da un’assenza di un futuro, anche fosse solo di un minimo di benessere ed a nessuno dovrebbe essere impedito di spostarsi per vivere dignitosamente: forse proprio chi ha perso, anche se temporaneamente, un bene cosi prezioso come la libertà, può entrare in sintonia con queste storie di sofferenza nella ricerca di un’emancipazione.

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SOS Méditerranée a Saint-Louis e Mulhouse (Alsazia)

Il 5 e il 6 novembre, a Saint-Louis si è svolta una sessione di testimonianza e di formazione sul tema delle migrazioni con oltre 300 studenti accompagnati dai loro professori nella sala convegni/teatro Comunale della cittadina alsaziana. Assieme agli studenti hanno partecipato anche i professori, rappresentanti del Comune e della società civile. Si sono viste insieme, attraverso uno schermo gigante immagini di varia natura ed intensità emotiva e su questo si è poi dibattuto sia su fatti ”tecnici” dei salvataggi in mare, sia sugli elementi di conoscenza più stereotipati che in tutti questi anni anno trasformato un fenomeno naturale e perenne come le migrazioni in una ”notizia” da prima pagina su cui costruire intere e lunghe campagne elettorali. Oltre all’intervento pubblico con la cittadinanza di Saint-Louis vi è stato poi l’incontro con un gruppo di detenuti nel carcere di Mulhouse, il più antico carcere di Francia datato 1870, quindi di costruzione germanica secondo uno stile architettonico che ricorda i vecchi film con scene dal carcere che raggelano lo spirito dello spettatore. Dalla turbolenta e a volte irrequieta platea dei giovani studenti del giorno prima si è passati all’attenzione partecipe ed emotiva dei carcerati, alcuni dei quali hanno osservato con gli occhi lucidi le immagini di salvataggi drammatici in cui forse hanno riconosciuto i racconti di qualche loro compagno di cella o di sventure comuni. In questo articolo apparso sulla stampa locale si può leggere un resoconto completo della reazione del pubblico dei giovani alsaziani.

In attesa che la ”bestia” riconquisti il potere…

Il 9 novembre 2019v si è replicata a Roma la grande protesta popolare contro il modello regressivo, razzista e xenofobo di questi ultimi governi. In questo LINK le interviste per Radio Onda d’Urto, direttamente dal corteo e altri materiali utili. La protesta è scesa in piazza come un anno fa su impulso di un variegato sistema di movimenti progressisti e antagonisti, sindacati di base, movimenti femministi, per il diritto all’abitare, movimenti di lavoratori migranti organizzati, tutti sotto la bandiera degli ”Indivisibili”: un nome, un progetto che rappresenta l’unità. Unità contro la chiusura nei recinti nazionali (”prima gli italiani”, ”porti chiusi”), nei recinti regionali (l’autonomia differenziata e la secessione dei ricchi) per finire in quelli municipali (”not in my garden”, no nel mio giardino…) e in quelli personali (la legittima difesa ”a prescindere”). La bestia è quel complesso meccanismo fatto di ”operatori” social, fiancheggiatori, influencer, semplici cittadini infervorati ed aizzati, organizzati da un software che cadendo nella rete delirante dell’odio xenofobo e razzista fanno il gioco, appunto, di quei professionisti che lavorano per il ”figurante” Salvini. Un serie di like che aumenta le visite sui social che a loro volta rendono più visibile la pagina Facebook dove si pubblicano gratuitamente commenti e post che a loro volta verranno analizzati e rimasticati sotto forma di slogan che immancabilmente il ”figurante” di cui sopra vomiterò addosso alla folla applaudente nei comizi reali o virtuali. La politica di questa sorta di politico ”on-demand” è il frutto di questa spirale perversa che parte dalla creazione ad arte di falsi problemi, paure create ad hoc ma che fanno leva su comprensibili paure ataviche tipiche dell’italiano medio, moderato, alle prese con le rate del mutuo per pagare la sua misera casetta comprata magari all’apice del boom speculativo edilizio del periodo pre-crisi. Ed è cosi che pur in presenza di un numero di reati in discesa compresi gli omicidi, si riesce ad innescare la paura del furto, della rapina ai danni dello sfortunato impiegato o piccolo commerciante che immancabilmente stava per sposarsi e svolgeva attività di volontariato in parrocchia, ovviamente a favore dei poveri, cittadini italiani, di pelle bianca e proprio per questo era amato da tutti. Il copione si presenta analogo in diverse situazioni ognuna delle quali grida vendetta. Ed è cosi che il ”legittimo turbamento psicologico” consente a quell’italiano medio, con le rate del mutuo che pesano sulla tua testa e su quella dei suoi figli, di difendere fino alle estreme conseguenze quel piccolo patrimonio che lo avevano illuso di essere un proprietario sebbene in co-proprietà con la banca: al buio, o in penombra, può quindi sparare e uccidere perché a prescindere da tutto, nessuno può violare il caposaldo della società liberale e liberista: la proprietà privata. Tutto ciò, però, senza sapere che non vi è un’emergenza omicidi o reati contro il patrimonio e senza sapere che ribadendo fino all’esasperazione la legittima difesa della proprietà sacra e inviolabile si può fare passare anche il decreto sicurezza e con esso gli sgomberi di edifici inutilizzati e fatiscenti che danno riparo ad italiani e stranieri in difficoltà. Nel momento in cui l’italiano medio così come lo straniero che insieme ad altre centinaia di migliaia di lavoratori di tutte le etnie, manda avanti l’economia italiana, si accorgerà che la protesta per difendere il proprio posto di lavoro dalle speculazioni finanziarie del faccendiere di turno o di un fondo azionario con sede alle Bermuda, potrà essere repressa proprio grazie la decreto sicurezza-bis del politico ”figurante” che lui stesso ha votato…sarà troppo tardi perché si ritroverà in carcere. Porti chiusi, manganello facile, prigione per chi sbaglia e relativa chiave nel tombino, sono i TAG di questa politica repressiva che propone il modello rassicurante ”Dio-Patria-Famiglia” e che tra qualche mese verrà sdoganata definitivamente dopo un primo rodaggio di circa 18 mesi. Contro tutto ciò il 9 si è scesi in piazza, italiani e fratelli di altre nazionalità e culture, insieme perché appartenenti alla stessa razza umana, perché l’unica razza che si conosce è un pesce!

In attesa del IV novembre giornata di lutto nazionale

Ogni anno, all’approssimarsi della ricorrenza del 4 novembre il dibattito culturale sui mass-media si polarizza tra: a) ”nostalgici” del buon vecchio patriottismo dei tempi che furono secondo i quali la guerra vittoriosa , la ”grande guerra”, andrebbe festeggiata e anzi rinfocolata e agganciata in un tutt’uno con la legittima voglia di unità patriottica lungo lo spartiacque alpino e oltre (Istria e Fiume) portato avanti dagli avanguardismi giovanili pre-fascisti; b) pacifisti che sottolineano gli effetti devastanti della ”inutile strage” che in cambio di pochi chilometri di confini in più ha lasciato sul terreno esanimi quasi 700mila soldati per non parlare dei mutilati, civili e militari e delle vittime civili. In Europa le vittime furono circa 40 milioni tra morti e feriti: fu il primo conflitto che sancì il cambio di rotta nello ”stile” e nelle strategie belliche ovvero non più solo eserciti uno contro l’altro ma popolazioni coinvolte a 360°, economie in conflitto tra loro che si annientano a vicenda anche nei loro sistemi produttivi. Ma la sintesi forse più vicina alla realtà è che fu una guerra imperialista tra potenze emergenti e potenze declinanti in cui il patriottismo fu la benzina per convincere contadini e proletari ad andare incontro alla mattanza operata dal nemico o dai carabinieri nelle retrovie contro gli unici sani di mente ma purtroppo definiti disertori; fu l’inizio della fine del predominio europeo sul mondo. Nel giro di 30-40 anni dalla fine della grande guerra gli imperi coloniali si sfaldarono nelle modalità fino ad allora conosciute e si ricomposero in nuova forma con l’ingresso delle corporation al fianco degli stati nazionali nel quadro di un’economia che iniziava a finanziarizzarsi ed a inglobare la politica al suo interno nel ruolo di ancella fedele. A fine 2018 in concomitanza con le commemorazioni delle Grande guerra, in un territorio come quello di Bracciano assediato da caserme militari, dove molti docenti sono legati da relazioni parentali con esponenti delle varie FFAA presenti nel territorio e dove il pensiero reazionario è maggioritario, si è voluto smontare un mito e inquadrarlo in un discorso complessivo sulla violenza nella società di oggi: si è sottolineato come questa si stia riavvicinando, come negli anni pre-guerra e poi negli anni ’20, verso polarizzazioni tendenziose di tipo culturale sia contro le conquiste di libertà degli ultimi decenni (parità uomo-donna, libertà sessuale, diritti dell’uomo e all’autodeterminazione, difesa delle diversità di pensiero e degli stili di vita, ecc. ecc.) secondo le indicazioni proposte dai vari ”Family day” e dai cartelli pubblicitari propagandistici che imperversano ogni qualvolta si toccano temi come il fine vita, l’interruzione di gravidanza, le scelte di genere, ecc.. Un autoritarismo dilagante nella società la sta permeando sotto le mentite spoglie del ”decoro” a partire da quello urbano e dietro la parola d’ordine della ”sicurezza” in un paese dove i reati sono in calo mentre cresce invece l’insicurezza, quella reale, verso il proprio futuro, il proprio lavoro, tanto da trascinare l’Italia verso il tasso demografico più basso della sua storia. In queste slide si smonta il mito del DIO-PATRIA-FAMIGLIA e della grande guerra e ci aggancia alle rinnovate forme di violenza contro l’anticonformismo ovunque si presenti e alle forme di psichiatrizzazione della ”non-conformità” a partire dalla scuola dove esplodono i casi di DSA e di disabilità spesso sovrastimate per la crescente presenza dei ”falsi positivi” alle diagnosi. CONVEGNO CESP BRACCIANO 2018

Drenare ricchezze per arricchire i (già) ricchi

Un problema attanaglia da sempre i padroni e in generale il capitalismo: come generare sempre più utili ? come rendere la mia azienda appetibile in borsa ? In QUESTO ARTICOLO DI CONTROPIANO.ORG VENGONO SPIEGATI I SISTEMI PER CALCOLARE E INDIVIDUARE QUESTA ENORME ELUSIONE FISCALE e che ritrovate raffigurati nell’immagine qui sopra: i paradisi fiscali sono tra noi! e lo si vede nel rapporto tra i ricavi delle imprese registrate in quel paese sulla spesa per stipendi…sui quali non si può barare perché corrispondono a perone-lavoratori in carne ed ossa. Su un altro piano, però, da sempre, la risposta è stata quella di automatizzare, ridurre i salari (o licenziare), ridurre i costi (ad esempio i costi di manutenzione) pagare meno tasse ovvero evitare che il profitto accumulato da pochi possa contribuire al benessere di molti. Con questa logica si privatizza il privatizzabile in modo che quei ”pochi” possano in modo efficiente guadagnare sempre di più anche accaparrandosi servizi collettivi come i trasporti, l’acqua, l’energia, ecc. ecc. I governi, invece di tutelare il benessere del 90% della popolazione fa in modo che questa abbia il minimo indispensabile a seconda del modello culturale locale e il sistema di welfare raggiunto per poter vivere dignitosamente anche se con fatica, tutela molto di più il restante 10% che rappresentano i loro principali azionisti di riferimento… e così fanno loro dei favori come consentirgli di non pagare un monte-tasse pari ad una manovra finanziaria di un intero paese, scatenano guerre ”giustizialiste” come le manette agli evasori, anche piccoli, sviano l’attenzione della ”moltitudine” verso falsi problemi o falsi nemici proponendo loro metodi per soddisfare la sete di vendetta e rivalsa come appunto l’aumento delle pene carcerarie e pecuniarie. Nell’economia finanziarizzata, l’immaterialità del prodotto-servizio consente di moltiplicare a dismisura questa possibilità di elusione fiscale, evitando ad esempio che un ricavo vada a finire nella base imponibile come ad esempio un brevetto, ricerca e sviluppo, ecc. ecc. In ballo sono miliardi di euro sottratti alla collettività la quale deve fare i conti tagli ai servizi e agli investimenti che va avanti e si incrementa crisi dopo crisi: l’ultima, quella del, 2008 oltre a non aver insegnato nulla al sistema politico in termini di giustizia sociale, perdura appunto da oltre 10 anni tanto da fare sospettare che non sia un effetto collaterale del capitalismo ma la sua stessa essenza.

La fine della democrazia

Ovvero, non bastava diminuire lo ”stipendio” dei parlamentari (oltre ai vitalizi) piuttosto che il loro numero?

Semmai ce ne fosse stata una, effettivamente e compiutamente tale, dopo i colpi dati a ciò che ne rimane, dopo la caduta (ahimè parziale) del regime fascista, in questi ultimi mesi potremmo considerarla ormai clinicamente morta. Ciò che tiene in vita la cosiddetta democrazia parlamentare attuale sono i proclami nelle cerimonie pubbliche, le dichiarazioni di intenti, i roboanti discorsi in occasione di commemorazioni-chiave come il XX settembre, il 25 aprile o per la fine della Grande Guerra che qualche nostalgico ha recentemente avuto il coraggio di ribattezzare la ”Grande Guerra vittoriosa” e della quale dovremmo solo vergognarci non solo per sensibilità verso i ”nostri” milioni di caduti ma anche per quelli causati ad altre nazioni. La decretazione d’urgenza in momenti storici in cui essa NON occorre è un abuso istituzionale di cui si sono macchiati (e tutt’ora contraddistinguono) i nostri governi con un’impennata negli ultimi anni a dir poco preoccupante: essa è uno dei motivi che spiegano il titolo di questo articolo ma da pochi giorni si è aggiunto un altro colpo mortale giunto appunto dalla riduzione del numero dei parlamentari nel quadro di una riforma istituzionale e di ridefinizione dei collegi elettorali e del sistema di rappresentatività … che incoscientemente non si è fatta! Da una parte abbiamo le spese militari inutili come i 64 F16, aeroplanini da circa 100milioni di euro l’uno, assolutamente inutili oltre che fonte di ulteriori spese di manutenzione ed ormai obsoleti e dall’altra l’esu(-a)ltazione per un taglio dei parlamentari annunciato come una vittoria nella lotta agli sprechi nella spesa pubblica: ma non sarebbe bastato ridurre gli stipendi senza mettere ulteriormente a rischio le fondamenta della democrazia rappresentativa ? Si continua lungo il mito del ”dipendente” pubblico fannullone che esce a fare la spesa in orario di servizio o dei ministeri sovrabbondanti di raccomandati: senza escludere che possano esservi sacche di estrema inefficienza, il clima giustizialista e repressivo-autoritario, attuato in modo bi-partisan da Brunetta a Renzi, fa perdere di vista le priorità, i capisaldi della democrazia e soprattutto il vero ”nemico”. Siamo nell’era dei capri espiatori, delle fake-news, delle semplificazioni ispirate agli slogan delle tifoserie calcistiche: del resto il maestro assoluto fu proprio Berlusconi che avviò tale metafora in modo autorevole proprio in quanto proprietario di una squadra di calcio e fondatore di un partito che nel nome rappresentava bene questo delirio collettivo per tossicodipendenti da football. Da una parte le piattaforme informatiche che con qualche migliaio di voti vorrebbe sostituirsi al sistema parlamentare, dall’altra una delegittimazione partita da lontano oltre 20 anni fa a seguito di ”mani pulite” e il successivo periodo berlusconiano e delle TV del ”DriveIN” , dall’altra i populismi di varia natura, dal leghismo federalista al leghismo nazional-fascista di stampo salviniano, per finire con i populismi ”radical chic” dei vari rottamatori democristiani in stile renziano, anch’essi asserviti al diktat della governabilità, tanto cara a finanzieri, imprenditori e ai famigerati ”investitori” esteri. Ospitiamo qui di seguito un articolo di commento di Walter Tucci del direttivo nazionale del Partito Comunista Italiano con una critica acerrima a questa legge votata anche dagli ex-comunisti del PD:

RIDURRE IL PARLAMENTO AD UNA ISTITUZIONE INUTILE

Pochi giorni fa si è consumato l’ennesimo colpo alla nostra Democrazia rappresentativa, con la corposa riduzione del numero dei parlamentari, senza modifiche all’attuale sistema elettorale e rinviando a data da destinare i necessari contrappesi che garantiscano la rappresentanza di tutte le opinioni e le formazioni politiche.
Ne è derivato non solo un provvedimento palesemente incostituzionale, ma anche un grave errore strategico, che aumenterà il distacco dei cittadini dalla politica, la mancanza di partecipazione popolare e l’astensionismo.
La schiacciante maggioranza (553 a favore e 14 contrari), ha immolato sull’altare della demagogia e del populismo l’ennesimo “mattone” dell’edificio della democrazia parlamentare rappresentativa, costruito, in tanti anni di sacrifici e sofferenze, dalla lotta di Liberazione in poi.
Si è portata, con ciò all’incasso, la cambiale che il PD ha dovuto pagare, nonostante la conclamata contrarietà, all’alleanza di Governo con i 5 Stelle, in cambio di una vaga promessa di ulteriori modifiche della legge elettorale e dei Regolamenti parlamentari.
Nel frattempo, il taglio dei parlamentari, stante questa legge elettorale – in cui gli stessi sono nominati dai capi partito (che solo ad essi rispondono per essere rieletti), in cui si votano liste bloccate, in cui si deve superare lo sbarramento del 5% – si traduce in un premio alle forze politiche maggiori, per tenere fuori dal Parlamento quelle minori, sgradite all’establishment ed alle quali si nega perfino il “diritto di tribuna”, in un sistema oligarchico nel quale è vietato disturbare il “manovratore”.
E’ in atto già da troppo tempo la “compressione” del dibattito parlamentare e della stessa funzione del Parlamento, con il trasferimento di fatto dell’iniziativa legislativa all’Esecutivo, mentre la Costituzione attribuisce al Parlamento un ruolo centrale negli assetti istituzionali: fare le leggi che guidino l’azione di Governo e delimitino gli ambiti di azione della Magistratura, secondo il principio democratico fondamentale della divisione dei poteri.
Al contrario, si è data sempre più centralità all’azione di Governo, affievolendo la funzione parlamentare, anche con leggi elettorali che hanno spostato il “potere di nomina” dagli elettori alle Segreterie dei partiti, a scapito della libertà di decisione e di coscienza dell’eletto.
Questa legge è un ulteriore passo verso la delegittimazione del Parlamento, che potrebbe essere completata dall’introduzione del vincolo di mandato, dalla negazione, cioè, dell’autonomia di giudizio del singolo parlamentare, costituzionalmente garantita dall’art.67; dal tentativo di sottrarre alla funzione regolatrice dello Stato decine di materie fondamentali per l’uguaglianza dei diritti e la coesione del Paese (discriminando tra i cittadini secondo dove vivono) e con una procedura che ha escluso il Parlamento da ogni decisione; dalla richiesta di introdurre il Referendum propositivo, che potrebbe essere utilizzato da lobby e potentati come strumento di pressione sul Parlamento, mentre viene spacciato come strumento di democrazia diretta.
A tal riguardo, diciamo forte e chiaro, anche rischiando l’impopolarità, che noi comunisti riteniamo fondamentale, per un governo democratico della Repubblica, la democrazia parlamentare rappresentativa e che l’85% dei deputati si è assunta la responsabilità storica di rendere il Parlamento meno rappresentativo del Paese e ancora più subalterno al Governo, votando l’eliminazione di un terzo del Parlamento, cioè della democrazia rappresentativa!
Dobbiamo avere il coraggio di dire che si è trattato di un voto (quasi unanime) di un Parlamento ormai incapace di ribellarsi alle smanie populiste, cui nessuno osa più opporsi e di rifiutare, in un sussulto di dignità, la cultura della casta e dell’antipolitica. Individuare, infatti, nel numero dei parlamentari la causa del malfunzionamento di un’Istituzione fondamentale per la Democrazia, vuol dire indulgere, ancora una volta, allo spirito demagogico imperante di chi ritiene di poter risparmiare sul funzionamento della Democrazia.
Se questo è il criterio, qualcuno potrebbe, prima o poi, suggerire un risparmio ancora maggiore abolendo tout court l’intero Parlamento e decretarne la totale inutilità, per sostituirlo con la piattaforma Rousseau o simili!
L’efficienza del Parlamento, è risaputo, dipende essenzialmente dai Regolamenti di funzionamento delle Camere, dall’autonomia dei parlamentari, dalla loro competenza, dalla legge elettorale e, in parte, solo in parte, dal bicameralismo paritario.
Ora che l’errore è fatto, (a meno di sorprese, se si farà il Referendum) il vigente “rosatellum” diventa, come detto, la mannaia per le formazioni politiche minori già esistenti o nuove, che concentrerà ancora di più nelle mani di pochissime forze la rappresentanza politica.
Si è detto che presto si costruiranno le garanzie di rappresentanza democratica, per assicurare il pluralismo politico e territoriale, con la modifica della legge elettorale.
Ma allora non era più logico modificarla prima del taglio dei parlamentari, che aumenterà l’ampiezza dei collegi e la proporzione tra eletti ed elettori, lascerà intere aree del Paese senza rappresentanza parlamentare ed entrerà in vigore solo nel 2023?
La verità e che non ci sarà nessuna garanzia di rappresentanza democratica, tramite una nuova legge elettorale, perché la maggioranza già pensa a un nuovo sistema maggioritario o a un proporzionale con sbarramento molto alto (il 6, il 7%?), per obbligare le formazioni più piccole, anche se politicamente e culturalmente significative, ad entrare nei partiti maggiori.
Del resto, neanche la c.d. sinistra è convinta di superare la parte di maggioritario esistente, anche se il tanto desiderato bipolarismo è stato sconfitto fin dal 2013, con il ritorno al multipolarismo, che ha rotto le catene imposte ad una società pluralista da meri artifici elettorali. Spingere ancora su sistemi elettorali che investano direttamente un Premier e un Governo, potrebbe portare, nell’attuale fase politica, al presidenzialismo, già invocato a gran voce dalle destre e non solo.
Le varie leggi elettorali d’impostazione maggioritaria hanno infatti, nel tempo, sempre più limitato la presenza delle forze politiche minori nelle Assemblee parlamentari e territoriali, falsando la proporzionalità della rappresentanza, attraverso meccanismi premiali, che regalano ad una minoranza più seggi dei voti ricevuti, distorcendo l’effettiva volontà del corpo elettorale e scavando un fossato nel rapporto tra elettori ed eletti.
Contro questa pericolosa negazione della partecipazione democratica, il PCI ha da tempo avanzato la proposta (in sintonia con il pensiero di diversi Giuristi, come Rodotà e Ferrara) di mantenere una sola Camera con funzione legislativa; una sorta di monocameralismo che dia piena capacità di rappresentanza ad una sola Assemblea, diversificando le funzioni di Camera e Senato, magari con una seconda Camera, che rappresenti le Regioni e superi le pericolose pulsioni separatiste e le richieste di autonomia differenziata. Ma a patto che la rappresentanza elettorale si basi su un sistema proporzionale puro, cioè senza sbarramenti innaturali, che impediscono di fatto la rappresentanza a milioni di elettori di liste minoritarie, i cui voti vanno perduti.
Per riparare, pertanto, a questo gravissimo errore politico, nato dall’esigenza di soddisfare la “pancia” dell’elettorato populista, deluso da tante promesse demagogiche non mantenute, riproponiamo, dunque, l’unico sistema in grado di ripristinare il diritto degli elettori di scegliere i propri rappresentanti parlamentari; di non distorcerne la volontà; di non privilegiare la governabilità a scapito della rappresentatività; di ripristinare l’eguaglianza nell’esercizio del diritto di voto (una testa un voto) e la funzione costituzionale dei partiti (art. 49) di “rappresentanza organizzata della volontà popolare”.
In una parola, chiediamo un sistema elettorale in grado di ridare equilibrio al rapporto tra forma di governo e rappresentanza politica, ristabilendo la centralità del Parlamento e della sua indispensabile funzione legislativa.

Roma 18 ottobre 2019

                        Walter Tucci 
    (Responsabile nazionale PCI - Dipartimento Costituzione, Democrazia, Istituzioni) 

I migranti non sanno nuotare…e tu?

Questo il titolo per una serie di interventi presso ”Biblioteche di Roma” svoltisi a Roma tra giugno e ottobre 2019 per coinvolgere i partecipanti agli incontri lungo un percorso verso l’empatia nei confronti dei migranti partendo da quella verso ”l’altro da sé” ma anche verso le nostre stesse radici : noi italiani, per effetto di chiusure e paure create strumentalmente a scopo elettorale, stiamo perdendo la memoria sul nostro essere stati migranti. Abbiamo ”colonizzato”, in passato con gli eserciti, poi con la sola forza lavoro, la nostra creatività e cultura, interi paesi come l’Argentina verso i quali chi scrive, come milioni di altri concittadini, ha visto partire i propri parenti in fuga da un’Italia in ginocchio per i postumi di un conflitto mondiale devastante. Chi scrive ascolta sempre con attenzione i racconti di prevaricazione, soprusi e cattiverie subite dai propri genitori e zii, emigrati ”clandestinamente” ovvero prima con permesso di turismo e solo dopo come operai – in Svizzera: questo racconto coincide con quelli di tanti altri italiani umiliati e sfruttati proprio come raccontò Nino Manfredi in ”Pane e cioccolata”. E’ così che dopo aver constatato in prima persona la sofferenza del migrante a bordo dell’Aquarius, la nave per i soccorsi in mare di SOS MEDITERRANEE, i ricordi si ricollegano spontaneamente tra loro e quelle persone salvate mi sono apparse immediatamente più vicine, appunto ”persone” non più numeri, statistiche o semplicemente ”migranti”: non più poveri disperati ma persone con le proprie storie, a volte banali a volte straordinarie ma tutte con l’elemento in comune di una detenzione disumana in Libia, un viaggio tramutato in calvario e altre sofferenze indicibili. Ogni loro storia è a sé stante, ogni motivazione a lasciare la propria terra è diversa dall’altra ma tutte nascono da un disagio tale da far mettere loro la propria vita sul piatto di una bilancia dove sull’atro c’è disperazione, assenza di futuro, prevaricazione o peggio fame e guerre. Alle volte, però, c’è ”solo” il desiderio di migliorare le proprie condizioni di vita ma l’impossibilità di farlo per il blocco del rilascio dei visti. D’altra parte, quest’ultima motivazione, accomuna quei 150ila italiani che solo nel 2017 si sono iscritti all’AIRE e non tutti con un contratto di lavoro in mano ma tutti sicuramente con la pelle bianca e un passaporto dell’Unione Europea. La sfida sta allora nel rispolverare queste storie da un passato tipicamente italiano di cui abbiamo ancora dei testimoni viventi in ogni famiglia o anche i racconti più recenti di un famigliare appena trasferitosi all’estero ; ma la sfida sta anche nell’avvicinarsi, con curiosità intellettuale alle altre culture con lo stesso spirito con cui, col tempo, abbiamo imparato a stringere amicizia con il gestore del negozietto sotto casa di origine pakistana, o cinese e con i quali ormai ci diamo del ”tu” perché non ci sembrano più tanto distanti da noi, soprattutto quando ci capita di sentire parlare uno dei loro figli con la nostra stessa cadenza dialettale e stupefatti di ciò, ci rendiamo conto, subito dopo, di quanto siamo ingenui, ignoranti o semplicemente stupidi nel provare appunto quel tipo di stupore!

A chi serve la ”precarietà” nel mondo della scuola?

Insegnanti precari = futuri cittadini precari ? forse! ma ad ogni modo c’è una teoria che associa il modello neo-liberista capitalistico attuale, fatto di salari al massimo ribasso, delocalizzazioni, sfruttamento delle risorse nei paesi in via di sviluppo (economico) e quindi di precarizzazione – che alcuni chiamano eufemisticamente ”flessibilità” – ad un sistema formativo con alti tassi di precarietà E BASSI SALARI. Nei paesi dove questa precarietà è quasi del tutto assente, ad esempio in Francia, dove i salari degli insegnanti sono mediamente più alti di un 20/30%, il modello culturale e i punti di riferimento valoriali spacciati come i migliori tra quelli possibili è comparabile se non identico: cosa abbiamo in più (in termini negativi, ovviamente) rispetto agli altri paesi ? la precarietà che in un paese che sprofonda verso un destino economico fatto in larga maggioranza di ”food”, ”wellness”, a volte intrecciati insieme nel maxi-contenitore del turismo vacanziero, il contratto a termine, stagionale e la precarietà sono molto funzionali. Cosa c’è di meglio, quindi, di un docente geneticamente modificato a creare uno studente con le ”giuste” competenze, ovviamente spendibili il più presto possibile nel mercato del lavoro dove lui stesso personifica lo stato di precarietà più o meno accettata arrendevolmente ? il mercato del lavoro competitivo e globalizzato richiede soprattutto COMPETENZE cioè saperi mai fine a sé stessi ma spendibili come una merce qualsiasi sul mercato. Là fuori c’è un mondo brutale, competitivo, dove quello che conta è il profitto, dove conta non chi sei, come persona, eventualmente con un potenziale creativo e con una propria personalità capace di proporre e cambiare in meglio il mondo esistente ma quanto riesci a produrre nell’unità di tempo (produttività): la risorsa umana è una variabile che rappresenta un costo più che una risorsa soprattutto quando la finanza ha mangiato l’economia. Imprenditore e finanziere sono le due facce della stessa medaglia che stritolano il lavoratore al fine di accumulare profitti condannati ad essere sempre crescenti anche i momenti di sovra-produzione e stagnazione come il periodo attuale. Per questo chi ormai ha accettato la passività per modello per il quieto vivere, accetta la figura del preside-padrone e la competizione all’ultimo progetto o tutorato per l’alternanza scuola-lavoro in modo da arrotondare un magro stipendio, rappresenta il formatore, o meglio l’addestratore, ideale per le future generazioni! La scuola in qualche modo rispecchia nella sua cultura organizzativa i modelli culturali del mondo esterno, un po’ come le fabbriche e gli ambienti di lavoro; i modelli culturali da riprodurre sono quelli imposti dalla classe dominante la quale influenza parallelamente anche la propria ancella fidata, la politica. Quindi se la scuola si concentra a preparare futuri lavoratori precari, competitivi, accondiscendenti verso il potere costituito e le gerarchie qualunque esse siano, non particolarmente creativi e per nulla ribelli, più che a preparare cittadini culturalmente ricchi e consapevoli cioè potenzialmente capaci di cambiare il sistema, poco importa, anzi meglio! La scuola non è più motore di mobilità sociale ascendente ma anzi accelera quella discendente ? meglio! secondo le teorie della cosiddetta curva di Gatsby, una cattiva redistribuzione delle ricchezze è collegata ad una mobilità sociale discendente e la scuola ne è uno dei motori che non solo ”congela” la mobilità ma ne favorisce il movimento al ribasso. Con la buona scuola di Matteo Renzie si è dato un colpo mortale a questo ruolo ”storico” della scuola che a partire dal ’68 non è appunto solo quello di omogeneizzare una popolazione sotto una stessa lingua e capace di ”far di conto”. Questa curva studiata dai sociologi dell’educazione ed economisti nasce proprio negli USA cioè nella patria del mito del self-made-man smentito peraltro da recenti fatti di cronaca e da alcuni film e docufiction che ci raccontano della spietatezza e della scorrettezza ai limiti della cattiveria, di personaggi da molti ammirati per quel falso mito made in USA come Bill Gates, Mark Zuckerberg o il fondatore di McDonald’s (VD. il recente film ”The founder”, con M. Keaton). A partire da film quali ”Wall Street” con M.Douglas o ”Il diavolo veste Prada” il mito USA fu già ampiamente messo alla prova come lo fu negli anni ’40 col film ”Quarto potere” ma ora le ricerche sul campo ci dimostrano che quel modello non ha più gli anticorpi per mitigarne la crudeltà come si pensava in un recente passato. Con tutto ciò questo modello viene ancora imposto come il migliore tra quelli possibili anche a costo di vivere prossimamente in una pentola a pressione! La passiva accettazione dei miti made in USA in un paese che in Europa ha il più alto numero di basi militari statunitensi sembra un destino ineluttabile soprattutto considerando l’opera capillare di un Tycoon come Berlusconi che ci inondò di TV spazzatura negli anni ’80 rovinando un’intera generazione e intaccandone profondamente altre, tra cui la mia!

DAL SERVIZIO SU RADIO ONDA D’URTO

Intanto allarme dell’Ocse per la scuola italiana dei prossimi 10 anni: un milione di studenti in meno, tra calo demografico e dispersione scolastica, e meta’ degli attuali docenti in pensione; inoltre, il 26% dei giovani italiani e’ ‘neet’, cioe’ non studia e non lavora, contro il 14% della media Ue. Il Rapporto evidenzia che l’Italia ha la quota maggiore di docenti ultra 50enni (59%) e la quota piu’ bassa di insegnanti di eta’ tra i 25 e i 34 anni nei Paesi dell’Ocse.

Anche gli stipendi sono sotto la media europea. Inoltre secondo l’Ocse l’Italia investe nell’istruzione pubblica il 3,6% del PIL, l’1,4% in meno rispetto alla media Ocse (circa il 5%); uno dei livelli più bassi tra i 36 componenti dell’Organizzazione. Concorde con l’Ocse il neoministro Fioramonti, dei M5S, che chiede “2 miliardi di euro per la scuola, e un miliardo di euro per la ricerca, altrimenti mi dimetterò”. L’intervista al sociologo e insegnante Stefano Bertoldi, che su Radio Onda d’Urto realizza la trasmissione settimanale “Scuola Resistente”, oltre che collaboratore del Cesp, il Centro Studi del sindacato di base Cobas Scuola Ascolta o scaricaV

La scuola francese tra neo-liberismo e progetti di inclusione sociale

L’escursione Agropoli-Acciaroli su due imbarcazioni della Veladream, un Bavaria50 e un Janneau Sun Odissey449

Nelle giornate tra il 19 e il 21 maggio scorso abbiamo avuto l’opportunità di conoscere un po’ più da vicino uno spaccato della realtà scolastica francese ed in particolare quella del comune di Saint-Louis, 20mila abitanti nell’alta valle del Reno, operante in un territorio ad alta densità operaia, in un crocevia di confini che vede Germania, Svizzera e Francia entrambi a poche centinaia di metri l’una dall’altra. Veladream di Agropoli, società di charter nautico e scuola vela nel cuore del Cilento, già impegnata da anni in progetti con le scuole del territorio questa volta si è aperta una strada anche a collaborazioni con sistemi scolastici di altri paesi che come vedremo sono parecchio più avanti di noi in termini di inclusione sociale più che altro perché giocano d’anticipo secondo il principio che prevenire è meglio (e meno costoso) rispetto a curare. Due classi con i relativi accompagnatori, due professori, due educatori e un supervisore degli studenti, hanno partecipato ad un progetto per l’inclusione e contro la dispersione scolastica che le ha viste protagoniste di una navigazione di due giorni in barca a vela nel Cilento, tra Agropoli e Acciaroli. La vela, come ”laboratorio” sociale, ha messo in moto dinamiche relazionali tra ragazzi e tra ragazzi e adulti sulle quali si è potuto riflettere durante la navigazione e sulle quali si rifletterà a lungo anche nei giorni successivi, analizzando tutto ciò che è avvenuto durante la navigazione ma anche nella vita quotidiana in un ambiente ”instabile” per definizione. L’uscita dall’area di ”comfort” proprio per agevolare una più libera espressione di tali dinamiche, era l’obiettivo implicito del progetto. Il gruppo dei ragazzi ha rappresentato uno spaccato dell’istituto scolastico di provenienza dove tra le maggiori criticità vi sono la convivenza di 34 etnie differenti ed una forte assenza, o anche solo carenza, della presenza in ambito famigliare delle figure genitoriali, impegnate spesso entrambe in un lavoro transfrontaliero fagocitante. A queste problematiche si sommano quelle tipiche di una realtà industriale e post-industriale in evoluzione con sacche di lavoro precario, differenze salariali notevoli tra lavoratori francesi e francesi ”transfrontalieri”. I processi di trasformazione post-industriale, infatti, hanno portato anche a Saint-Louis ad un aumento della disoccupazione e ad un intensificazione degli spostamenti della manodopera che si sono tradotti in un pendolarismo sempre più accentuato con i due ricchi paesi confinanti. Ciò ha portato ad un tasso di disoccupazione, relativamente basso ma pur sempre in costante crescita dall’inizio della crisi in cui era al 5% all’attuale 7,7% pur in presenza di un tasso di attività che supera ampiamente l’80% della popolazione in età lavorativa dovuta anche ad una demografia favorevole che vede la presenza di pensionati notevolmente minoritaria rispetto al resto della Francia (13,7% contro oltre il 18%). Il tasso di ”pendolarismo” coinvolge quasi il 60% della popolazione attratta dagli alti stipendi della vicinissima Germania o dell’altrettanto vicina Svizzera dove ha sede a pochi chilometri, , solo per fare un esempio la multinazionale del farmaco, Novartis. Quindi sebbene la situazione economica e lavorativa sia notevolmente più densa di opportunità, rispetto ad un qualsiasi comune dell’Italia, eccezion fatta per alcune realtà del nord nel triangolo industriale o nel triveneto, le ripercussioni sul piano sociale sono sempre tenute sotto controllo da un sistema nazionale di sostegno dell’inclusione che in collaborazione con le autorità locali della regione Alsazia effettua degli interventi costanti nei quartieri e nelle scuole di inclusione sociale e di contrasto all’abbandono scolastico. Questi interventi si avvalgono di un’organizzazione, pianificata a livello centrale, che si basa sulla REP (Rete di educazione prioritaria) fondata su quattro parametri correlati alla ”riuscita scolastica” tra i quali ne figura uno, ZUS (zone urbane sensibili) che tiene d’occhio a sua volta alcune variabili ”a rischio” caratteristiche di uno specifico territorio, di cui fa parte appunto anche Saint-Louis. Come si evince anche dalle interviste, gli interventi di inclusione operati dal piano nazionale e attuanti dalle autorità locali tengono conto appunto della variabile territoriale socio-economica in base alla quale la Francia si sta polarizzando tra aree di serie A e di serie B, quartieri-ghetto o dormitorio con alta presenza di altre etnie frutto di immigrazione di seconda o terza generazione : il ricordo delle rivolte delle ”banlieue” del 2005 è dietro l’angolo e il tentativo è quindi quello di evitare il ripetersi di fenomeni di guerriglia urbana contro le quali tuttavia, l’apparato repressivo, è sempre più pronto ed aggressivamente attrezzato. Le altre variabili prese in considerazione sono, il tasso di presenza di categorie socio-professionali svantaggiate, tasso di studenti che usufruiscono di borse di studio, numero di ”bocciature”. I primi tre criteri sono legati quindi al livello di reddito famigliare e sulla base di questi le scuole rientranti nella rete REP usufruiscono di un migliore rapporto numero studenti-numero professori, sostegno specifico prima che le problematiche del singolo studente risultino conclamate, interventi progettuali finanziati sia per l’orientamento lavorativo e l’interdisciplinarità sia per l’alloggio di ”prossimità”. Nelle REP inoltre vengono elargiti degli incentivi salariali ai professori per fidelizzarli maggiormente al territorio ed agevolare il lavoro in squadra anche con l’ausilio di una figura che in Italia potrebbe assomigliare all’insegnante di potenziamento ma che a differenza di questo non rappresenta una figura ”tappa-buchi” o un pro-forma svuotato, paradossalmente, di ”potere” : questa figura si occupa del benessere organizzativo dal punto di vista degli studenti, della loro sicurezza, ovviamente non in termini polizieschi ma sul piano del clima collaborativo. In aggiunta alle quasi 1100 REP si aggiungono quelle definitive REP+ ovvero quelle dove i parametri sopra descritti sono ancora più negativi e necessitano quindi di un intervento suppletivo. In cosa consiste questo intervento ? Nell’esatto opposto di quello che avviene in Italia con le classi pollaio e parallelamente con la promozione facile a tutela dei posti di lavoro : minore carico di lavoro in termini di monte ore settimanale per poter svolgere il proprio lavoro anche in piccoli sottogruppi di studenti, nel quadro di un orario scolastico che arriva, comunque a livello nazionale, fino alle 16:30, un orario che storicamente lascia liberi i ragazzi francesi dai compiti ”a casa” per concentrarsi nel divertimento o lo sport.

Nulla quindi, nella terminologia, che ricordi i concetti di ”merito”, competizione o eccellenza, tanto di moda qui da noi in Italia, senza contare che gli stipendi sono mediamente circa il 20/30% più alti e che il criterio di ingresso nella carriera docente è pressoché invariato da anni, non esistono classifiche di docenti una contro l’altra armate e i concorsi vengono banditi ogni anno.

L’escursione agli scavi di Paestum è stata un’occasione per mettere alla prova i ragazzi in un contesto culturale ”impegnativo” ma il confronto tra la realtà di un tempo con quella di oggi ha reso per loro interessante anche una visita potenzialmente ”noiosa”: in ogni caso è stata apprezzata l’occasione culturale proprio per uscire dal solito contesto urbano, ghettizzante o monopolizzato dai cellulari visionati spesso in solitudine

A proposito di quelle 50 persone (migranti salvati)

A parte il lager libico recentemente bombardato, uno dei tanti che UNHCR, Medici senza Frontiere, ed altre organizzazioni hanno testimoniato essere luoghi indegni e a parte i lager ”non ufficiali”, in Libia è dal 2011 che la situazione è esplosiva e fuori controllo. Come la Turchia del dittatore Erdogan che in cambio di qualche miliardo di dollari fa il cane da guardia alla frontiera medio-orientale e balcanica così il suo collega Gheddafi ha fatto in silenzio sul versante sub-sahariano dietro non poche minacce di apertura dei ”flussi”. Con 2 fazioni/milizie in campo i costi oggi sono lievitati e non sono bastati i ”regali” del governo Gentiloni oltre alle motovedette di seconda mano date agli ex-trafficanti di uomini oggi in divisa pulita della guardia costiera. Sono dunque quasi 10 anni che la situazione è palesemente di insicurezza, di sfruttamento e morte per le persone che varcano il confine libico. Queste persone, varcano il confine a prescindere dalla presenza in mare di ONG (il c.d. pull factor) e ben sapendo di rischiare la vita come testimoniato dai naufragi documentati dalle poche ONG che tra mille divieti e ”bastoni tra i timoni” ogni tanto, quando possono, documentano questo inferno che si svolge nella quasi totale indifferenza dell’UE. Siamo in un periodo storico in cui si è montato ad arte un nuovo nemico: non è un paese, a parte quelli classificati come ”canaglie” perché accusati di volersi costruire (anche loro !) una bomba atomica ma un insieme di PERSONE classificate tout court come MIGRANTI, numeri, statistiche, aggregati senza storia e senza storie. Anni di colonialismo e neo-colonialismo, di vendita di armi, di destabilizzazioni programmate e divisioni inter-etniche studiate a tavolino sia sul piano strategico militare che a livello mass-mediatico come avvenne in Ruanda negli anni ’90, attenuate e ”tamponate” dagli aiuti allo sviluppo e dai progetti umanitari, evidentemente non hanno insegnato nulla se ancora qualcuno, in modo creativo ed originale propone la soluzione del secolo: AIUTIAMOLI A CASA LORO! Certamente è possibile ma andrebbero messi intorno ad un tavolo i veri ”players”. Tutto ruota intorno ad un tavolo fatto di pochi giocatori con a disposizione una montagna di ”fiches” da gioco finanziario con le quali decidono le sorti della Grecia o dell’Italia, l’instabilità di un paese da sanare poi con la vendita di armi a questa o a quell’altra fazione. Oppure decidono il volto di una città, comprando e restaurando interi quartieri da destinare al turismo e costruendo nelle periferie i dormitori per le persone espulse dall’aumento dei prezzi e da “non-politiche” abitative. Con tutto ciò non ci si scaglia contro costoro che investendo in un’azienda se questa produce scarpe o computer poco importa o se poi viene chiusa perché delocalizzata laddove rende di più. Si produce precarietà lavorativa si depotenziano e si cooptano i sindacati polverizzando l’aggregazione dei lavoratori, si precarizza il lavoro dipendente sul piano dell’insicurezza psicologica di un contratto che nei primi tre anni può essere sciolto senza problemi. Questo lo può fare un’imprenditoria con approccio finanziario e un’economia finanziarizzata che controlla la politica: anzi spesso sono i politici stessi ad essere in prima persona finanzieri o imprenditori. Non vengono tassate le rendite e non ci si preoccupa di riconvertire le industrie belliche ma anzi si monta ad arte un altro problema inesistente come quello della criminalità e degli omicidi per ampliare le opportunità per l’autodifesa armata e vendere più armi come avviene negli USA da anni. La precarietà contrattuale e psicologica produce perdita di prospettive degne di vita e calo demografico oltre che emigrazione: dal 2014 ad oggi oltre 600mile persone mancano all’appello in termini di mancate nascite ed esodi. Un sistema imprenditoriale e finanziario contro il quale nessun politico osa veramente scagliarsi è all’origine di questi squilibri planetari con ripercussione anche sul piano ecologico. Le risposte sono rassicuranti e gli slogan accattivanti e il politico di turno, chi in maniera ”elegante” e silenziosa chi in modo roboante e ruspante si presenta come il difensore della vita o della famiglia, della proprietà privata sacra e inviolabile, del lavoro, dei sani principi, della tradizione, ecc. ecc. Ci si scaglia, quindi, contro chi salva la persona che tenta di sfuggire alla situazione sopra descritta e contro chi tenta di non farle annegare. Perché? perché è più semplice ”sparare sulla croce rossa” ed è più semplice mettere i poveri uno contro l’altro: oggi basta una fake-news per creare il mostro e il nemico, con conseguenze drammatiche come già si sperimentò in Ruanda i cui genocidi (circa 1 milione di morti ammazzati)sono da attribuirsi alla divisione inter-etnica tra Hutu e Tutsi creata ad arte dai belgi prima e perfezionata dai francesi dopo e scatenati successivamente da una falsa notizia mandata in onda su una radio privata .

Guerre, devastazioni, neo-colonialismo e depauperamento generalizzato da parte delle multinazionali provocano migrazioni tra un paese e l’altro che coinvolgono circa 70 milioni di persone in gran parte ammassate lungo i confini dei paesi accanto con l’idea di ritornare nel più breve tempo possibile. In Libano sono circa 1 milione tra palestinesi e gli ultimi arrivi dalla Siria, come se in Italia ci fossero 10 milioni di profughi: questa, eventualmente, sarebbe un’invasione ma i libanesi, pur provati e con mille difficoltà non fa quello che il governo italiano fa vergognosamente e in mala fede per 50 (cinquanta) persone soccorse. Una minima percentuale dei 70 milioni di profughi, quelli più ”forti” su cui punta la famiglia o i disperati tentano poi il salto più pericoloso del viaggio in barca, raccogliendo, prima liberamente poi sotto torture e minacce o lavoro schiavizzato, l’occorrente per pagare i ”passeur” di frontiera in frontiera; queste sono figure sempre esistite fin dai tempi della seconda guerra mondiale quando dissidenti politici, ebrei, o persone che fuggivano la guerra attraversavano le alpi. Quando non esisteva internet i ”passeur” portavano zaini con soldi italiani in Svizzera, quei soldi che oggi grazie alle tecnologie telematiche viaggiano indisturbati, senza frontiere, senza ”porti chiusi” per concentrarsi, sempre in poche mani, nei paradisi fiscali alcuni dei quali dietro l’angolo, nel canale della Manica. Quelle sono le mani dei “nemici” non quelle delle persone deprivate di tutto, di speranza, di lavoro e di possibilità di vita dignitose, le stesse speranze che avevamo noi quando in 60 milioni siamo andati in Argentina, USA, Australia, Francia, Belgio, Germania, ecc. ecc.. spesso senza arte né parte, agricoltori, braccianti, operai, ecc.. In gran parte non erano nemmeno scolarizzati ma si dice, secondo un luogo comune simile a quello secondo cui abbiamo portato strade e ponti e civiltà in Africa che eravamo portatori di creatività, di ingegno e di imprenditorialità: ebbene, va anche ricordato che abbiamo esportato anche le 3 più agguerrite organizzazioni criminali, ‘ndrangheta, mafia e camorra riunite nel ”franchising” di Cosa Nostra. Quelle mani che oggi concentrano le ricchezze e non le rimettono in circolo, non redistribuiscono non pagando le giuste tasse o anche solo, non reinvestendo creando nuovo lavoro, non solo causano la stagnazione mondiale in un circolo vizioso dove un’élite accumula senza senso ma tolgono a chi ha poco da offrire in termini di servizi sanitari, scuola, ricerca, raccolta differenziata dei rifiuti, energie alternative, pensioni, ecc. ecc. LA FLAT TAX E’ L’ULTIMO REGALO AI RICCHI CHE ESSENDO RICCHI VOGLIONO SEMPRE DI PIU’ E QUINDI PRETENDONO ANCHE LA LORO ”SECESSIONE” CHIAMANDOLA ”AUTONOMIA DIFFERENZIATA” IN MODO CHE QUALCHE INGENUO SI PERDA TRA LE PAROLE E NON SI ACCORGA, SOTTO L’OMBRELLONE, DI COSA SI STA PREPARANDO PER LUI. LA FLAT TAX SI BASA SUL PRINCIPIO CHE SE AI RICCHI GLI FACCIO PAGARE POCO, QUEL POCO LO PAGHERANNO TUTTI MA SI TRATTA SOLO DI UNA TEORIA, DI UN’IPOTESI, COME QUELLA DEL RECUPERO DELL’EVASIONE MESSA OGNI ANNO NELLA MANOVRA FINANZIARIA E PUNTUALMENTE SMENTITA O ATTUATA SOLO IN PARTE. IN REALTA’ ENTRERANNO MOLTI MENO SOLDI E A PARTE UNA PICCOLA MANCIA PER ESEMPIO DI CIRCA 600/700 EURO L’ANNO PER UN REDDITO DA LAVORO DIPENDENTE INTORNO AI 1500EURO/MESE LE FASCE DI REDDITO PIU’ ALTE AVRANNO UN GUADAGNO DI OLTRE 6MILA EURO/L’ANNO. QUESTO REGALO VERRA’ DATO IN BENEFICIENZA O SERVIRA’ A PAGARE I MASTER IN BUSINESS ADMINISTRATION AD HARWARD AI RAMPOLLI DI QUELLE 5 MILA FAMIGLIE ITALIANE CHE DETENGONO LA MAGGIORANZA DEL PIL NAZIONALE ?

La scuola dei ricchi

Autonomia differenziata ovvero una secessione di fatto 2.0 certamente non quella ruspante voluta negli anni ’90 dai cerebrolesi ”Serenissimi” che fecero irruzione con tutta la loro volgarità e ingenuità a Venezia piazza S. Marco nel ’97 con il ”tanko” ma quella degli industrialotti del triveneto. L’autonomia differenziata è frutto, oltre che di un ventennio di individualismo spinto in senso liberistico capitalistico, di un’alleanza tra industriali del triveneto, ambienti economico-finanziari variopinti sempre del nord e artigiani e liberi professionisti tendenzialmente ”sovranisti” (ma ”glocal”) e razzisti con l’appoggio della massa di voti di uno stuolo di popolino ottuso e anch’esso razzista e soprattutto antimeridionalista. In queste interviste fatte per RADIO ONDA D’URTO viene spiegato il disegno complessivo, anche culturale, di questa cosiddetta autonomia che passa proprio dalla scuola proprio per forgiare le future generazioni al pensiero unico egoistico ”nordico” dall’assunto molto semplice: intanto tratteniamo parte delle nostre tasse nei nostri territori, ce le gestiamo noi a livello regionale, organizziamo come vogliamo noi almeno 23 ambiti decisionali tra cui la scuola e se poi, al sud, battono cassa, al limite concediamo loro un po’ di aiuto caritatevole.

DAL SITO DI RADIO ONDA D’URTO

LA GIORNATA DEL 25 GIUGNO DAVANTI MONTECITORIO

Oggi, martedì 25 giugno, a palazzo Chigi e’ in programma un vertice di governo sull’Autonomia Differenziata. Dentro c’è pure il pacchetto della regionalizzazione della scuola, contro cui saranno in piazza, questo pomeriggio fuori Montecitorio, numerosi sindacati del settore: Cobas, Anief, And, Adida, Unicobas e Gilda.

Il servizio con Stefano Bertoldi, nostro collaboratore e dei Cobas Scuola. Ascolta o Scarica

A dire no all’autonomia differenziata, che spezzetterebbe l’unita scolastica nazionale e il diritto allo studio, ci saranno pure diverse associazioni e comitati, tra cui Accademia nazionale Docenti, Donne a scuola, Professione Insegnante, Cives-scuola, Per la Scuola della Repubblica, Illuminitalia ed il Comitato Nazionale contro il Mobbing scolastico.

Alcune interviste dal presidio alle realtà organizzatrici:

Mario Sanguinetti, esecutivo nazionale COBAS SCUOLA. Ascolta o Scarica

Enza Blundo, insegnante e del comitato Cittadini nazionale cittadini contro l’autonomia differenziata Ascolta o scarica

Stefano D’Errico, del sindacato di base Unicobas Ascolta o scarica

Marcello Pacifico, del sindacato ANIEF Ascolta o scaricaV

L’INTERVENTO DI RINO CAPASSO (COBAS-SCUOLA) AL SIT-IN DEL 17 MAGGIO 2019 GIORNO DELLO SCIOPERO NAZIONALE DELLA SCUOLA DISERTATO ALL’ULTIMO DAI SINDACATI COLLABORAZIONISTI (CGIL-CISL-UIL-GILDA-SNALS)

Un migrante = 1 voto

Due settimane in balìa delle onde e del cinismo di un ministro dell’inferno che da 14 giorni non indugia a fare ciondolare in mare, tra una minaccia e l’altra sulla base di ipotetici reati uno più fantasioso dell’altro, un’imbarcazione con ”ben” 42 migranti o meglio persone, donne. uomini, ragazzi, tutte bisognose di aiuto. Questo cinismo si può spiegare sia con un’assenza totale di un’Europa, quella dei ricchi e delle lobby finanziarie ma forse anche di una buona fetta di popolo, che esce allo scoperto, anzi non esce affatto e si nasconde dietro un burattino, sempre più eccitato dalle pulsioni neo-naziste e neo-fasciste de ‘noantri sia con l’appoggio silente, distratto, del cosiddetto ”uomo qualunque”…quello del ”non può sbarcare tutta l’Africa qui da noi!”, ”bisognerebbe aiutarli a svilupparsi a casa loro”, ”un conto sono quelli che scappano dalle guerre e un conto sono tutti lgi altri”, ecc. ecc. . L’Italia insomma, popolo di migranti, navigatori ma di ben pochi ”santi” si scopre per quello che è sempre stato ovvero quel paese che ha emanato le leggi razziali, che ha elaborato con i propri intellettuali di punta il ”manifesto della razza” che ha usato i gas nervini durante il periodo del colonialismo, che ha stuprato ”legalmente” migliaia di donne nere secondo la consuetudine del madamato.

Quanto deve essere stato difficile in tutti questi anni (70 anni) impersonare la parte dell’italiano ”buono” secondo lo stereotipo dell’italiano ”brava gente”: ora ogni cattiveria è abbuonata, ogni parola messa un po’ fuori posto può essere spacciata per un innocente ”scherzo”, il bacio tra una ragazza e sua sorella calciatrice di una squadra straordinariamente ai quarti di finale di un mondiale femminile può essere tranquillamente additato quale effusione ”saffica”, un ragazzo, uno dei tanti, troppi, esempi di malapolizia può essere massacrato di botte fino alla morte con la copertura delle più alte gerarchie militari (Stefano Cucchi) . Questo mondiale femminile è stato anche uno show imbarazzante di sessismo, machismo e luoghi comuni che assieme al famigerato congresso di Verona dove si sono dati appuntamento n primavera scorsa, direttamente dal medioevo, tutti gli integralisti cattolici, stanno anch’essi ritornando in auge. Lo sdoganamento è a 360°: da una parte abbiamo una concentrazione di ricchezze mai visto dagli anni ’60 ad oggi, quasi 5 milioni di famiglie in povertà assoluta e un impoverimento generalizzato di tutte le fasce sociali tranne quelle circa 5mila famiglie che controllano la maggioranza del PIL italiano e l’1%, della popolazione (600mila persone) che secondo OXFAM ne detengono 1/4, dall’altro abbiamo un ritorno degli zombi, capri espiatori validi per tutte le stagioni, tipo l’uomo nero violento, stupratore e untore e quei sani valori patriottici capisaldi della creativa tradizione italica, così tanto rassicuranti, per una popolazione fondamentalmente analfabeta di ritorno, consumistica e provinciale quanto basta per essere convintamente sovranista. In tutto questo gioco delle parti, molto mass-mediatico e virtuale ma molto attento e concreto nei momenti in cui il manganello deve uscire per riportare l’ordine del potere costituito, un ministro dell’inferno passa il tempo tra una comparsata e l’altra, tra un talk-show e un selfie o una diretta FB, per uscirsene fuori con frasi come (a La Zanzara su Radio 24) “(…) la sorella di Cucchi si deve vergognare (…) i legali fanno bene a querelare la Signora Ilaria Cucchi e lei dovrebbe chiedere scusa” oppure, riguardo ai migranti salvati dalla Sea Watch, ”per me possono starsene lì fino a Natale”, oppure ”bandiera olandese e ONG tedesca? bene! un 50% vada in Olanda e un 50% in Germania”, ovvero, almeno 20 giorni di navigazione con mare calmo! Siccome ormai nessuno crede più al detto 1 voto vale 1, dopo le disillusioni della cosiddetta democrazia diretta, cioè quella diretta dalla Casaleggio & Co. e i suoi logaritmi di analisi delle pulsioni sui ”social”, si punta su 1 migrante = 1 voto: cioè noi ritorniamo a non contare nulla, semmai abbiamo contato qualcosa ma ogni migrante (in meno) fa incassare un voto. La più grande e cinica distrazione di massa dopo l’ascesa del fascismo.

30mila-24mila= -6mila

Scuola resistente (focus su Radio Onda d’Urto sull’annuncio ”fuffa”) sui 70mila posti nella scuola:
Il ministro leghista Bussetti annuncia ulteriore fuffa…impegni, ”faremo”, ecc. ecc. sull’immissione di nuovo personale docente nella scuola di cui circa 50mila in quella secondaria. Dopo averlo tolto, viene reintrodotto (al 14 giugno 2019 ancora una volta a parole) il concorso per i ”super-precari” ovvero i non-abilitati di 3^ fascia e poi viene riservata una piccolissima quota sempre a loro nel concorso ordinario senza obbligo di presentarsi, almeno per quest’anno con i 24CFU nelle materie psicoantropopedagogiche. Con quota 100, inoltre e pensionamenti ordinari, si calcola andranno via almeno 30mila docenti se non di più, per cui il concorso ordinario che virtualmente metterebbe in ruolo poco più di 20mila docenti non copre nemmeno il turn-over dei lavoratori stabili che vede quindi un deficit di almeno 6mila posti, mentre per i precari si gioca ancora sull’equivoco: ci si abilita e basta! quindi si diventa un po’ meno precari perché si viaggerà in seconda classe e non più in terza ma sempre sui treni ”regionali”! Lo scorso si sono calcolati in oltre 100mila le supplenze coperte dai soluti precari. A cosa servono i precari ? a tappare i buchi con modalità ”a cottimo” e ”on demand” e a dare un’immagine negativa dell’insegnante e della sua figura professionale dal di dentro, cioè all’interno dei gangli vitali della formazione dei giovani: il precario farà un’opera di convincimento nei giovani sulla strategia di ”resilienza” più adeguata a far fronte, come lui stesso dimostra, alle varie forme di sfruttamento e di precarietà. Del resto l’alternanza scuola-lavoro chiude un po’ il cerchio rispetto a questo vero e proprio lavaggio del cervello in nome della flessibilità e del DIO mercato capitalistico!. Il ministro Bussetti è poi il paladino dell’autonomia differenziata che vedrà una scuola dei poteri forti e di Confindustria al nord ed una scuola terremotata al sud peraltro secondo una propaganda pseudo-economicista che vede il sud ”spendaccione” mentre la realtà dei fatti è esattamente opposta, salvo che per la Calabria che sconta un esodo biblico dei giovani al nord o all’estero e uno sfavorevole rapporto N.docenti/N.studenti. La solita, trita e ritrita, tecnica per gettare fumo negli occhi nella popolazione che giustamente ha rinunciato a capire i meccanismi perversi delle mille graduatorie e delle mille modalità di reclutamento…che prevedono, secondo il geniale ed innovativo ministro della d-istruzione, ancora una volta i cosiddetti PAS, percorsi abilitativi speciali attivati presso le università dove insegnanti anche con 5 o 10 anni di esperienza andrà a seguire corsi a 2 o 3mila euro l’anno di tasse di iscrizione: una bella boccata d’ossigeno per il sistema universitario a corto di studenti e alle prese con una concorrenza spietata delle varie università private, reali e virtuali. A livello nazionale è stata calcolata in circa 80/100milioni di euro la spesa complessiva dei ricchissimi docenti precari imbarcati sull’ultimo PAS di circa 5 anni fa.

Intanto l’autonomia differenziata procede, i tagli pure e gli attacchi a singoli docenti nell’esercizio del loro diritto costituzionale di esprimere un proprio parere anche politico addirittura fuori dall’orario di servizio, proseguono sulla scia dell’arroganza sfacciata del ”capitano”, il ministro dell’inferno. VAI SU RADIO ONDA D’URTO

I sindacati servi del potere svendono la scuola pubblica

CGIL-CISL-UIL-Snals-Gilda ”sospendono” lo sciopero del 17 maggio 2019 ovvero, per chi non casca nell’inganno di una fattispecie giuridica inesistente (la sospensione!) lo revocano. Tutto ciò a ridosso elezioni europee, sulla base di promesse fumose o truffaldine, svendono la scuola pubblica al progetto secessionista dell’Italia dei ricchi del nord. Hanno avuto soldi in cambio ? forse qualche

Sit-in COBAS-UNICOBAS-ANIEF, 17 MAGGIO 2019 MONTECITORIO

spicciolo ma sempre meno di quel 20% di potere d’acquisto perso negli ultimi anni dai docenti ma non dai presidi che invece hanno visto incrementare la loro paghetta per fare gli sceriffi. Hanno forse ricevuto altre promesse inconfessabili proprio sotto elezioni (quelle europee del 26 maggio)? Non si sa ma i giochi di potere ai vertici non sono una novità come quello meno recente che nel 2015 portò alla riforma più nefasta mai vista del sistema educativo ovvero il mostro partorito dalla mente democristiana dell’altro Metteo, quello simpatico. L’autonomia differenziata è un progetto che parte dal lontano 1997 quando degli squilibrati esaltati della Liga Veneta assaltarono con un carro armato campagnolo (il ”tanko”) p.zza san Marco e poi sfociato nel referendum del 2017 frutto a sua volta della riforma del titolo V° della nostra costituzione del 2001. Il progetto è nel caso specifico della scuola di tipo culturale ed è in piena sintonia con le recenti dichiarazioni del simpatico ministro nordista Bussetti che ad alcuni giornalisti preoccupati del freno sui finanziamenti alle scuole disastrate del sud ha risposto tanto candidamente quanto indisponente nel suo accento ”polentone” DOC : ”Vi dovete impegnare forte! ci vuole tanto impegno, sacrificio, impegno e sacrificio”. Sarà una scuola completamente asservita ai voleri del territorio delle ”fabbrichette” che riceverà più soldi, si auto-valuterà in modo da verificare se i curricula proposti e le performance degli studenti sono in linea con le esigenze del capitale. I presidi saranno frutto delle indicazioni politiche locali-regionali e imporranno la loro linea a cascata sul corpo docente. Se si considera l’insieme dei contenuti del recente congresso di Verona a tutela della cosiddetta famiglia naturale (ovvero MASCHIO+FEMMINA=ACCOPPIAMENTO PER LA RIPRODUZIONE DELLA RAZZA BIANCA OCCIDENTALE CRISTIANA), nel Veneto questa autonomia si può prevedere che sarà saldamente indirizzata verso una visione reazionaria, oltranzista, omofoba, sessista, xenofoba e forcaiola della società e quindi dei ragazzi. La scuola è la vera frontiera della propaganda del potere politico e se i docenti non sono tutt’ora consapevoli che stiamo scivolando verso un regime liberticida si renderanno complici di questo stravolgimento culturale.

ASCOLTA LA PRESENTAZIONE DELLO SCIOPERO DI INSEGNANTI E ATA DEL 17 MAGGIO 2019 INDETTO DA COBAS-UNICOBAS-ANIEF (RADIO ONDA D’URTO)

ASCOLTA LE INTERVISTE SU RADIO ONDA D’URTO NELLA GIORNATA DI SCIOPERO INDETTO DAI COBAS-UNICOBAS-ANIEF E TRADITO DAI CONFEDERALI

L’esame d’immaturità

Invalsizzazione e aziendalizzazione: questi sono i due processi principali di mortificazione della scuola delle ”conoscenze” che deve rincorrere la scuola per ”competenze”, cioè un sapere rigorosamente funzionalizzato ad un obiettivo e se quest’ultimo si rivela di tipo lavoristico o economicistico il processo è particolarmente ben accetto. In questa puntata di “Scuola Resistente” spazio del sabato pomeriggio su Radio Onda d’Urto (poi in podcast) si parla dell’Esame di Stato, della sua tendenza a divenire sempre più un test a “quiz”, sempre più legato alle Invalsi e all’alternanza Scuola-Lavoro. Ne parliamo con Stefano Bertoldi e Rossella Latempa, insegnante di matematica e fisica e già ricercatrice sui materiali conduttori, ha collaborato inoltre con il CNR, con l’università Federico II, con l’università di Parigi Sud e con Roars, rivista online sui temi di ricerca e formazione. Ascolta o Scarica. [Download

Riflessioni a margine dell’emergenza

Nei momenti difficili ci si accorge sempre di quelle situazioni in cui precedentemente, in tempi ”facili”, si sono trascurate delle azioni da mettere in atto, dei risparmi di tempo o di energie e attenzioni che alla fine ci chiedono il conto. L’epidemia (o il rischio pandemia) può essere appunto un’emergenza, quindi per definizione non preventivabile ma come si cerca di fare nella nautica, chi pianifica un viaggio, lungo o corto che sia, mette in conto che magari non potrà entrare in un porto, oppure che ancorando in una baia, dove improvvisamente il vento ha girato, dovrà lasciare in fretta e furia l’ancora sott’acqua per trarsi d’impaccio: quindi si portano due ancore e i viveri come per stare anche una settimana e non un week-end solamente, ecc. ecc. Ebbene all’emergenza che stiamo vivendo basterebbero pochi numeri per essere classificata e uno su tutti: i posti-letto ogni 1000 (mille) abitanti che sono, per esempio Germania 8,3 Austria 7,6 Francia 6,5 Bosnia-Erzegovina 3,5 … Italia 3,4. Si è tagliato in un ambito, la salute, il cui modello solidaristico e universalistico era invidiato da tutti, un po’ come la scuola dell’infanzia, modello didattico e pedagogico per tutto il mondo. Si sono chiusi ospedali, paradossalmente anche quelli che proprio oggi sarebbero preziosi come il Forlanini a Roma, specializzato in malattie pneumologiche, oggi parzialmente adibito a centro culturale e una parte abbandonata al degrado e nota alle cronache per una triste vicenda di violenza sessuale. Parallelamente il complesso sanitario privato ha vissuto sulle mancanze di quello pubblico e ha proliferato anche grazie ai suoi finanziamenti grazie alle convenzioni e agli accreditamenti. Privatizzazioni, tagli, visione economicistica e aziendalistica del welfare sono tutti figli di un neo liberismo di cui ha usufruito quel 20% di italiani, secondo i dati del Creédit Suisse utilizzato per i rapporti Oxfam sulle disuguaglianze, che detiene quasi il 70% del PIL. I divari aumentano, la qualità dei servizi si abbassa per quell’80% di popolazione all’interno della quale vi è una percentuale non trascurabile con indici di qualità della vita, come la speranza di vita alla nascita, in calo perché non ha accesso alle cure. La cartina al tornasole di questa situazione è il sistema penitenziario che ci vede ai primi posti delle classifiche mondiali per cattiva gestione per non citare le numerose condanne per tortura da parte della CEDU e altri organismi internazionali: 27 rivolte e 8 morti in un giorno ci indicano che l’Italia non è più un paese civile o meglio che è governato da un’élite cinica, senza visione del futuro. Uno stato considerato ”canaglia” come l’Iran, nella nostra stessa situazione, ha velocemente messo in piedi un sistema di misure alternative al carcere. Ciò non toglie che poi abbiamo non dei medici ma spesso degli eroi, degli infermieri-guerrieri da premiare col titolo di cavalieri del lavoro ma un paese non può sempre contare su queste eccezioni, su questi sforzi perché alla fine dei conti qualcosa non torna mai e anche una sola vita persa per questa incuria e cinismo è sempre troppa. In tutto il mondo, a macchia di leopardo e su questioni diverse ma sempre riconducibili al macro-problema delle disuguaglianze e disparità di reddito avevano iniziato a smuovere le acque ma tutto poi si è fermato e anche in Francia, la più combattiva, il presidente ha fatto ricorso all’equivalente del nostro decreto d’urgenza con in più il voto di fiducia.