Un affare di famiglia: metafora di una società repressiva

Il regista giapponese Kore-eda Hirokazu in “Un affare di famiglia” nelle sale in questo primo scorcio autunnale, ha ben chiaro che la Famiglia non è – o meglio, non è “solo” – una questione genetica: affetto, attenzione e tenerezza possono fare la differenza, fino al punto che famiglia di provenienza e famiglia acquisita si confondono in un tutt’uno. In tempi di gran rispolvero delle teorie genetiche dei primi decenni del ‘900 aggiornate dalle più “tecnologiche” mappature che ciclicamente tentano di rispedire al mittente i fattori ambientali, sociali, educativi, ecc., questo film, toccando il cuore, ci ricorda un po’ il Ragazzo selvaggio di F. Truffaut.  Un ragazzino abbandonato che vive in una macchina anch’essa abbandonata, quale residuo di una società dei consumi, una bimba anch’essa a modo suo, abbandonata ma in più maltrattata, vengono accolti in un contesto famigliare e domestico assediato dai grattacieli che si barcamena tra gli interstizi di una società ipertecnologica e consumistica; è così che i furtarelli che compiono, i sotterfugi, tra le maglie di una burocrazia feroce e insensibile, per accaparrarsene le poche briciole, ci appaiono sotto un occhio benevolo: diventano finalmente, semplice sopravvivenza e in quanto tali, pienamente legittimate; e così come le forme di resistenza in una società repressiva e pervasiva sono le più disparate e spesso poco eclatanti, allo stesso modo le forme dell’affettività sono anch’esse le più disparate: mai, in questo film, esse ci appaiono “devianti”. Anzi nella loro tenerezza, tornano ad inserirsi a pieno titolo nel variopinto mondo creativo, tipico della razza umana. A questo punto, di fronte ad una società che esprime tutta la sua repressione ed autoritarismo nello stravolgimento del racconto di questa povera famiglia ai margini, attuato dai mass-media e nella gelida mannaia delle regole burocratiche e del conformismo che molto ricordano i tratti distintivi dell’attuale periodo storico-politico, può essere utile raccogliere i giudizi “a caldo” del pubblico: è cosi che il ragazzo frequentatore di un peepshow che instaura una personalissima forma di relazione con una ragazza-attrice membro della famiglia, diventa semplicemente “un tipo fuori di testa” e i furtarelli ricorrenti e con modalità creative sempre diverse, diventano semplicemente “immorali”;  il soffermarsi, tipico della cinematografia giapponese, sui volti e il loro pathos, diventa semplicisticamente “troppo lento!”. Da questo punto di vista, “Un affare di famiglia” a modo suo è, invece, intimamente rivoluzionario e spinge alla ribellione, all’anticonformismo , all’antiautoritarismo: passando attraverso un punto di vista antropologico e mai giudicante dell’analisi di una famiglia “ai margini”, il regista ci fa riflettere sui nostri modelli “ben inseriti” e “normali” che ci offrono sicurezza a buon mercato  – se la libertà non rappresenta più un valore degno di essere difeso! – e sempre minacciata dall'”altro” da sé, dal diverso, dal migrante, dal povero derelitto, senza arte né parte…Non andate a vedere questo film se pensate che ciò che è stato inflitto al sindaco di Riace, Mimmo Lucano, anche lui inseritosi tra le maglie della burocrazia, alla ricerca di un’umanità perduta, sia tutto sommato giusto, un atto dovuto!

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