Per una didattica (interdisciplinare) della NON-violenza

In questi ultimi anni, in particolare l’ultimo la violenza, in molte delle sue modalità espressive è stata ampiamente sdoganata. Dopo un lungo periodo di liberismo sfrenato, nel quale,  peraltro,  siamo ancora totalmente immersi, cui si è accompagnato un individualismo che dietro i miti del merito e delle competenze ci ha fatto illudere di potere competere ad armi pari a suon  longlife learning da una parte e lavoro gratis dall’altra (stage, lavori per la visibilità, volontariato di vario genere, ecc.),  ci troviamo oggi di fronte ad un regime 4.0.

Questo, col contributo di troll, di creatori professionisti di fake-news, in buona fede e non, di hater incalliti leoni da tastiera,  rappresenta un regime che altro non è che l’atto finale, uno sdoganamento plateale, grottesco e rumoroso, di un modello relazionale basato sulla violenza e la competizione spinta che nasce alla fine degli anni ’80 con l’affermarsi  del regime berlusconiano da una parte e dall’altro di un finto progressismo paludato, all’americana che tutto rappresenta fuorché il pensiero socialista o vagamente marxista. A questo punto, tra influencer professionisti, hater, creatori di fake-news, chiusure e confini  su tutti i fronti al grido di ”prima gli italiani”, il ruolo dell’insegnante come si esplica ? come recuperare un ruolo sociale lungo la strada interrotta di una mobilità sociale quale utopia e valore fondante della scuola ? il corso CESP, Per una didattica della non violenza e del rispetto dei diritti della persona svoltosi a Bracciano il 14 dicembre scorso vuole proporre dei format didattici o semplicemente degli spunti per destrutturare, in classe, con gli alunni, varie forme di violenza e i modelli culturali da cui traggono linfa vitale.  Si è posto l’accento sul ruolo dell’insegnante in un panorama già in partenza menomato dai continui tagli alla spesa, dai continui processi di riorganizzazione creati ad arte per dividere all’ennesima potenza un’intera categoria e precludere fin dalla nascita una qualche forma di coscienza di classe; ci si è chiesto quindi quali possano essere i propri margini operativi, da cultori della pedagogia, all’interno per esempio di un processo di medicalizzazione della non-conformità (i DSA) e di devoluzione o abdicazione a meccanismi standard (INVALSI) e aziendalistici(alternanza scuola-lavoro): classi ”pollaio”, accoglienza e campagna acquisti funzionale al mantenimento del numero delle cattedre ma allo stesso tempo la transumanza voluta e incentivata al tempo stesso, da un istituto all’altro, dove l’alunno giusto si trova sempre al posto giusto lungo una classifica che va dal liceo ”fighettino” ultra-selettivo, al ”parcheggio” per ragazzi destinati ai mac-job  per non pensare al peggio tra i loro destini possibili. Ebbene il loro ruolo può essere intanto quello di combattere sul campo ogni forma di violenza, verbale e/o comportamentale che spesso nasce da esuberanza o insicurezza ma che è sottesa da pregiudizi e stereotipi ben radicati già in giovanissima età. Si va dall’immagine della donna, alla non-inclusione del diverso, del non-conforme o del ”debole” cui spesso corrisponde un parallelo percorso istituzionalizzato rappresentato appunto dall’etichetta di DSA o BES. Ma concetti quali il patriottismo, o il senso della ”giustizia” cui non corrisponde un’altrettanto forte ideale per uno stato di diritto ma solamente  giustizialismo, vendetta e rappresaglia, sono anch’essi argomenti di lotta: l’ossessione per il ”programma” ministeriale spesso porta in secondo piano temi che oggi sono di primaria importanza se si vuole tentare di frenare una deriva autoritaria e fascistoide, xenofoba, sessista e discriminatoria a 360° verso tutto ciò che non si conforma, appunto, ai 3 principi fondanti della società tradizionale, DIO, PATRIA e FAMIGLIA. Il concetto di violenza poi può essere trattato anche se non soprattutto,  in chiave interdisciplinare. Dalla storia alla filosofia, ai nuovi media e partendo sempre, con grande umiltà nell’evitare giudizi di valore o imposizioni di modelli culturali giudicati ”buoni” a-priori solo perché risalenti ai ”bei tempi andati”, la violenza può e deve essere trattata con le armi dello spiazzamento, della conoscenza reciproca, profonda e mai stereotipata. Anche l’utilizzo dell’arte, del suo concetto fondante che è in fondo l’idea semplice ma mai abbastanza perseguita del raggiungimento del bello, della gentilezza e dell’armonia , anche qui al di là degli stereotipi. L’arte può essere vista come forma di comunicazione altamente espressiva ed emozionante per trattare i temi dei confini, delle barriere che appunto generano chiusura, assenza di volontà di conoscere e confrontarsi: in una parola, violenza.

INTERVENTO STEFANO BERTOLDI

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *