Chi ha ucciso il posto fisso

Chi ha ucciso il posto fisso ? non certo, o meglio non solo, le piattaforme come Uber o JustEat ma quella cultura dell’organizzazione delle risorse umane che già dagli anni ’70, in coincidenza con una delle prime gravi e ricorrenti crisi economiche del mondo capitalistico, ha iniziato a sferrare esplicitamente e in modo scientifico i primi duri colpi al lavoro ”a tempo indeterminato”. In realtà questa tendenza è sempre stata latente e insita nel sistema capitalistico che vede nelle risorse umane un semplice costo di produzionee non, appunto, una risorsa alla pari del capitale e del ”lavoro” organizzativo dell’imprenditore. Il titolo che qui riproponiamo, in quanto esemplificativo della deriva che coinvolge il mercato del lavoro su scala planetaria, è apparso sul primo numero di Internazionale di dicembre a firma di Laura Marsh di The Nation (USA) e pubblicato, tradotto in italiano, dalla nota rivista di raccolta e selezione di articoli da tutto il mondo accomunati da una visione critica degli attuali modelli di sviluppo consumistici, neo-liberisti e guerrafondai che caratterizzano, chi più chi meno, le diverse culture locali in tutto il mondo. Louis Hyman nel suo Temp: how american work , american business and the american dream, became temporary  spiega come il processo di precarizzazione inizi subito dopo il boom post-bellico negli USA. Tra gli ’50 e ’60 la necessità di programmazione sul lungo periodo della produzione e dunque anche delle risorse umane proseguiva lungo il filone culturale ”produttivistico” pre-bellico quando la macchina industriale degli USA si apprestava a conquistare i mercati mondiali. Il primo colpo fu sferrato dalle prime società di lavoro interinale ed ebbero come protagoniste le donne chiamate in sostituzione delle ”colleghe” in maternità ma poi la pratica si estese a tutto il lavoro fino alle filiere della produzione innescata dalla nascente digitalizzazione dell’economia e delle industrie. Le grandi compagnie di consulenza aziendale, complici un linguaggio attraente e seduttivo, inocularono il germe del lavoro a progetto a tutti i livelli e il dogma della flessibilità: parole d’ordine quali anti-burocratismo, creatività si accompagnavano – ma potremmo dire anche si accompagnano – a fessibilità, ”ad-hocrazia”, lavoro a progetto. Gli stessi consulenti vengono selezionati accuratamente affinché siano essi stessi, in quanto ”a progetto” e ”flessibili”, divulgatori profondamente convinti del verbo della flessibilità. Hyman, forse troppo immerso nella cultura USA che a parte il periodo pre-bellico e qualche colpo di coda negli anni ’60 non ha mai brillato per diffusione di un sindacalismo rivendicativo e solidaristico, getta un’ombra alquanto funesta sul futuro delle relazioni di lavoro ma l’autrice dell’articolo ricorda come siano ancora vive nel sindacalismo europeo ma nel concetto stesso di solidarismo tra lavoratori purché ben organizzati, le istanze rivendicative operaistiche che caratterizzarono le lotte degli ’60 e ’70.

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