A chi serve la ”precarietà” nel mondo della scuola?

Insegnanti precari = futuri cittadini precari ? forse! ma ad ogni modo c’è una teoria che associa il modello neo-liberista capitalistico attuale, fatto di salari al massimo ribasso, delocalizzazioni, sfruttamento delle risorse nei paesi in via di sviluppo (economico) e quindi di precarizzazione – che alcuni chiamano eufemisticamente ”flessibilità” – ad un sistema formativo con alti tassi di precarietà E BASSI SALARI. Nei paesi dove questa precarietà è quasi del tutto assente, ad esempio in Francia, dove i salari degli insegnanti sono mediamente più alti di un 20/30%, il modello culturale e i punti di riferimento valoriali spacciati come i migliori tra quelli possibili è comparabile se non identico: cosa abbiamo in più (in termini negativi, ovviamente) rispetto agli altri paesi ? la precarietà che in un paese che sprofonda verso un destino economico fatto in larga maggioranza di ”food”, ”wellness”, a volte intrecciati insieme nel maxi-contenitore del turismo vacanziero, il contratto a termine, stagionale e la precarietà sono molto funzionali. Cosa c’è di meglio, quindi, di un docente geneticamente modificato a creare uno studente con le ”giuste” competenze, ovviamente spendibili il più presto possibile nel mercato del lavoro dove lui stesso personifica lo stato di precarietà più o meno accettata arrendevolmente ? il mercato del lavoro competitivo e globalizzato richiede soprattutto COMPETENZE cioè saperi mai fine a sé stessi ma spendibili come una merce qualsiasi sul mercato. Là fuori c’è un mondo brutale, competitivo, dove quello che conta è il profitto, dove conta non chi sei, come persona, eventualmente con un potenziale creativo e con una propria personalità capace di proporre e cambiare in meglio il mondo esistente ma quanto riesci a produrre nell’unità di tempo (produttività): la risorsa umana è una variabile che rappresenta un costo più che una risorsa soprattutto quando la finanza ha mangiato l’economia. Imprenditore e finanziere sono le due facce della stessa medaglia che stritolano il lavoratore al fine di accumulare profitti condannati ad essere sempre crescenti anche i momenti di sovra-produzione e stagnazione come il periodo attuale. Per questo chi ormai ha accettato la passività per modello per il quieto vivere, accetta la figura del preside-padrone e la competizione all’ultimo progetto o tutorato per l’alternanza scuola-lavoro in modo da arrotondare un magro stipendio, rappresenta il formatore, o meglio l’addestratore, ideale per le future generazioni! La scuola in qualche modo rispecchia nella sua cultura organizzativa i modelli culturali del mondo esterno, un po’ come le fabbriche e gli ambienti di lavoro; i modelli culturali da riprodurre sono quelli imposti dalla classe dominante la quale influenza parallelamente anche la propria ancella fidata, la politica. Quindi se la scuola si concentra a preparare futuri lavoratori precari, competitivi, accondiscendenti verso il potere costituito e le gerarchie qualunque esse siano, non particolarmente creativi e per nulla ribelli, più che a preparare cittadini culturalmente ricchi e consapevoli cioè potenzialmente capaci di cambiare il sistema, poco importa, anzi meglio! La scuola non è più motore di mobilità sociale ascendente ma anzi accelera quella discendente ? meglio! secondo le teorie della cosiddetta curva di Gatsby, una cattiva redistribuzione delle ricchezze è collegata ad una mobilità sociale discendente e la scuola ne è uno dei motori che non solo ”congela” la mobilità ma ne favorisce il movimento al ribasso. Con la buona scuola di Matteo Renzie si è dato un colpo mortale a questo ruolo ”storico” della scuola che a partire dal ’68 non è appunto solo quello di omogeneizzare una popolazione sotto una stessa lingua e capace di ”far di conto”. Questa curva studiata dai sociologi dell’educazione ed economisti nasce proprio negli USA cioè nella patria del mito del self-made-man smentito peraltro da recenti fatti di cronaca e da alcuni film e docufiction che ci raccontano della spietatezza e della scorrettezza ai limiti della cattiveria, di personaggi da molti ammirati per quel falso mito made in USA come Bill Gates, Mark Zuckerberg o il fondatore di McDonald’s (VD. il recente film ”The founder”, con M. Keaton). A partire da film quali ”Wall Street” con M.Douglas o ”Il diavolo veste Prada” il mito USA fu già ampiamente messo alla prova come lo fu negli anni ’40 col film ”Quarto potere” ma ora le ricerche sul campo ci dimostrano che quel modello non ha più gli anticorpi per mitigarne la crudeltà come si pensava in un recente passato. Con tutto ciò questo modello viene ancora imposto come il migliore tra quelli possibili anche a costo di vivere prossimamente in una pentola a pressione! La passiva accettazione dei miti made in USA in un paese che in Europa ha il più alto numero di basi militari statunitensi sembra un destino ineluttabile soprattutto considerando l’opera capillare di un Tycoon come Berlusconi che ci inondò di TV spazzatura negli anni ’80 rovinando un’intera generazione e intaccandone profondamente altre, tra cui la mia!

DAL SERVIZIO SU RADIO ONDA D’URTO

Intanto allarme dell’Ocse per la scuola italiana dei prossimi 10 anni: un milione di studenti in meno, tra calo demografico e dispersione scolastica, e meta’ degli attuali docenti in pensione; inoltre, il 26% dei giovani italiani e’ ‘neet’, cioe’ non studia e non lavora, contro il 14% della media Ue. Il Rapporto evidenzia che l’Italia ha la quota maggiore di docenti ultra 50enni (59%) e la quota piu’ bassa di insegnanti di eta’ tra i 25 e i 34 anni nei Paesi dell’Ocse.

Anche gli stipendi sono sotto la media europea. Inoltre secondo l’Ocse l’Italia investe nell’istruzione pubblica il 3,6% del PIL, l’1,4% in meno rispetto alla media Ocse (circa il 5%); uno dei livelli più bassi tra i 36 componenti dell’Organizzazione. Concorde con l’Ocse il neoministro Fioramonti, dei M5S, che chiede “2 miliardi di euro per la scuola, e un miliardo di euro per la ricerca, altrimenti mi dimetterò”. L’intervista al sociologo e insegnante Stefano Bertoldi, che su Radio Onda d’Urto realizza la trasmissione settimanale “Scuola Resistente”, oltre che collaboratore del Cesp, il Centro Studi del sindacato di base Cobas Scuola Ascolta o scaricaV

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