In nome del Coronavirus

Da quello che è successo tra il personale sanitario o nel chiuso delle RSA o ancora nei presidi territoriali dei medici di famiglia e sulla scorta del disastro di privatizzazione e tagli sconsiderati nella sanità, si evince che la salute pubblica, al di là delle strumentalizzazioni politiche a caccia di voti, non appresenti una priorità, quando non frutta denaro e appunto consensi elettorali o entrambi.
Quando era possibile adottare misure draconiane e circoscritte, bloccare realmente ma per un periodo relativamente breve la macchina produttiva capitalistica non lo si è fatto e parallelamente si sono mandati allo sbaraglio medici e infermieri e personale delle RSA, salvo poi definirli eroi. A pandemia avviata si è adottata la scelta più arcaica, seppur efficace, della quarantena ma lasciando ampi pezzi del sistema produttivo ancora in funzione, sebbene in molti casi questi non fossero così essenziale alla sussistenza della popolazione. L’ISTAT, incrociando diversi dati ha dimostrato che la macchina ha continuato a correre in misura del 50% e a volte 70% del totale, togliendo dal conto la massa dei telelavoratori. Poi si è passati alla rimozione del problema con lo slogan ”l’Italia non si ferma” ed eroicamente si è assistito subito dopo alla vera impennata dei casi. In tutto questo processo un’equilibrata informazione scientifica non si è mai imposta veramente in modo univoco e chiaro. Prima ancora di parlare semplicemente del respiro (droplet e aerosol), carica virale nel decorso della malattia, positività e a-sintomaticità, ruolo delle mascherine e tipologie delle stesse, si sono iniziate ad osservare solitari ”runner” correre con tanto di mascherine chirurgiche nei parchi in giornate di pieno sole o all’opposto capannelli di persone sdraiate sui prati a distanze improbabili le une dalle altre sicure di non contagiarsi per il solo fatto di stare all’aria aperta. (SEGUE A P.3)

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