Le opere inutili: non è andata ”tutto bene”

Pubblico una mail (a pag.3) di Nicoletta Dosio, insegnante, ora pensionata ma più che mai impegnata nella lotta ai soprusi all’ambiente perpetrati da un’economia capitalistica ”estrattiva”. Nel caso del TAV siamo in presenza di un’economia addirittura ”perforante” che infligge buchi, scorie di amianto lasciate qui e là e devastazioni ai piedi delle montagne in Val di Susa che i recenti fatti pandemici, le evidenze scientifiche dello ”spillover” e i cambiamenti climatici dovrebbero indurre a preservarla come patrimonio ambientale sacro. Non è andata ”tutto bene” come vorrebbe far credere la retorica di un regime che ha affrontato la pandemia nel modo peggiore tra tutti i paesi del mondo, col tasso di letalità tra i più elevati, con un numero di operatori sanitari deceduti che urla giustizia, con intere generazioni di anziani che in alcuni distretti sono letteralmente scomparse e con esse la loro memoria storica. Il capitolo RSA rappresenterà la vicenda giudiziaria che arricchirà le cronache giudiziarie nei prossimi vent’anni così come lo sono state quelle riguardanti le morti per amianto. (SEGUE A PAG.2)

W il Re! W Verdi!

W Verdi! il vecchio slogan-parola d’ordine (Vittorio Emanuele Re d’Italia) con cui l’élite in platea di un qualche teatro italico si auto-motivava nel proprio intento di appoggiare, finanziare e difendere la guerra di annessione dei Savoia durante quello che fu definito il Risorgimento Italiano sembra riemergere ma con nuove parole d’ordine o meglio parole-chiave; ebbene nel bel mezzo di un dibattito-contrattazione tra governo e rappresentanze delle Regioni (al momento, Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna) che si sta svolgendo nella quasi assoluta indifferenza dei media main-stream e dell’opinione pubblica e che porterà a quella che molti autori definiscono come una SECESSIONE DEI RICCHI (vd. libro del costituzionalista Massimo Villone, Italia divisa e diseguale) ed attuare un vero e proprio inganno (vd. articolo di Gianfranco Viesti) ad opera delle regioni ricche, la cosiddetta ”Famiglia Reale” lancia un APPELLO sibillino riguardo un proprio fantomatico rientro in Italia. Si tratta ovviamente di un video folkloristico e avvilente nel 2019 ma visto il percorso sociale italiano e il clima politico attuale e quello che si paventa per l’immediato futuro è interessante evidenziare alcune parole-chiave: innanzitutto la famiglia reale è scritta anteponendo i due capolettera con le lettere maiuscole come se fosse un’entità statuale istituzionalizzata ed ufficializzata. Poi nel discorso compaiono alcune parole chiave come TRANQUILLITA’ ovvero in analogia a quella pace sociale invocata dalla gente ”per bene” negli anni venti precursori del fascismo che in qualche modo la garantirono con varie forme repressive ma a fronte di conclamati sommovimenti popolari e proletari. Al momento nessuna goccia rischia di fare traboccare il vaso come in Cile, Hong-Kong, Egitto o la Francia dei gilet gialli più vicini a noi, quindi a quale scopo rispondere ad una presunta richiesta di tranquillità. Compare poi il concetto di ELEGANZA che dalle parole di un nobile suona quanto mai coerente e convincente ma in una società laica potrebbe facilmente accostarsi al concetto di DECORO (anche urbano), compostezza, necessità di ”abbassare i toni”, ecc. ecc. Poi immancabile è il senso del DOVERE quindi ancora una volta il richiamo alla legalità perché l’obbligo nasce prima di tutto sulla spinta di una norma: non compaiono quindi parole chiave alternative riferite alla classe dirigente che imporrebbero un riferimento il ”dovere di perseguire una giustizia e uguaglianza sociale” ma nemmeno concetti quali FELICITA’, BENESSERE, DIGNITA’ da declinare in termini di dignità del lavoro e di qualità della vita…per ognuno. Quindi emergono indicazioni e rassicurazioni dall’alto di una fonte attendibile e credibile sui temi della legalità, della pace sociale e infine del decoro che secondo il senso comune è ”buona educazione”. Visto l’arrivo imminente di un regime compiutamente xenofobo, omofobo, giustizialista, fondato sul sacro trinomio DIO-PATRIA-FAMIGLIA un appello monarchico fintamente rassicurante in luogo di uno che più logicamente dovrebbe puntare all’impegno verso una più equa ripartizione delle ricchezze e a maggiori investimenti nella cosa pubblica al posto dei tagli ricorrenti, c’è tutt’altro che essere rassicurati!

Migranti ostaggio di una campagna elettorale perenne

In un articolo apparso su Nextonline ai tempi delle campagne denigratorie contro le ONG già si capiva dove sarebbe andata a parare la politica e i mass-media: la prima a caccia di voti, i secondi, senza sporcarsi troppo le mani, a caccia di un audience facile. La tecnica ? quella del sospetto, di andreottiana memoria.

Ormai è assodato che il sistema capitalistico di stampo liberista non necessita più di un sistema politico connivente o vicino alle sue richieste perché questo è ormai strutturalmente e culturalmente coincidente per pensieri ed opere : le élite che si alternano al potere (salvo qualche eccezione, qualche comparsa abilmente ”guidata”) o ne fanno parte direttamente o ne sono strutturalmente influenzate sul piano culturale tanto da agire ”in nome e per conto di” in maniera spontanea, semplicemente seguendo il ”pensiero unico”. Questa piccola e mediocre fauna autoreferenziale nel preciso istante in cui varca la soglia del palazzo è consapevole del fatto che sul piano della gestione finanziaria e quindi economica non ha nessun margine di azione se non quello di ratificare o aggiustare un indirizzo già pianificato da altri; non potendo agire sulla redistribuzione delle ricchezze, o su di un’accelerazione generalizzata della mobilità sociale, per guadagnare consenso punta su ciò che può unire, può rassicurare coloro (90% circa della popolazione) che temono per quelle poche o medie ricchezze possedute, per la propria incolumità. L’uomo nero viene facilmente ripescato dall’archivio storico fascista ma anche pre-fascista, le sue malattie e cattive abitudini anche religiose. La famiglia, cui è stato addossato il gravoso compito di supplire italianamente e creativamente il deficit di welfare, viene ancora una volta tradita e strumentalizzata dal pensiero emergente, molto poco innovativo, del ”dio, patria e famiglia”, appunto. Ci si aggrappa ai grandi classici di un tempo ovvero le certezze tradizionali, naturali: uomo=maschio, donna=femmina, famiglia=maschio+femmina+prole (frutto di un naturale accoppiamento), ecc. ecc. Poco importa se queste certezze calpestano i diritti della donna o se partoriranno, un giorno, un bimbo ”salvato” dall’omicidio (che qualcuno chiama molto più semplicemente interruzione di gravidanza) ma che sarà forse infelice o disadattato. Perché? perché figlio, ad esempio, di uno stupro di gruppo su di una quindicenne, abbandonato in un orfanotrofio dove nessuno si affaccerà per adottarlo. Certezze tribali, ”naturali”, paure ataviche, sono tutti elementi molto facili da mobilitare in un momento di grande crisi e di grande ricerca di capri espiatori. Se poi dall’altro lato troviamo un nostro rappresentante governativo forte con i deboli e debole con i forti ma che riesce a farsi passare come il giustiziere della notte, la notte della ragione, il nostro braccio armato che agisce per sfogare le nostre rabbie represse o difficili da indirizzare verso l’obiettivo ”corretto” il gioco è fatto e il cerchio si chiude. Così abbiamo un gruppetto di migranti affamati su di un’imbarcazione di soli 39 metri, adibita solo al soccorso e allo sbarco immediato del suo carico una volta issato a bordo, che vaga in lungo e in largo il mediterraneo meridionale come una pallina da ping pong, per giorni e giorni col mare a volte in tempesta. Quanto vomito è stato versato, quante speranze sono state deluse, dopo il salvataggio, dopo essere sfuggiti all’inferno ? a quel giustiziere che nulla sa di navigazione, di vomiti a ripetizione per giorni e giorni di seguito fino allo sfinimento, di notti passate sul pavimento di acciaio della nave, al freddo di un primavera inclemente, importa solo un voto in più da parte di chi teme per il proprio piccolo mondo, precario o stabile ma pur sempre piccolo, tanto piccolo che per l’uomo nero non c’è spazio. Ma siccome alla cattiveria non c’è mai fine, come ci hanno ben insegnato i nazisti, la soluzione che ci toglie dal pericolo dell’invasione di 60 persone sul nostro suolo patrio, è dietro l’angolo: raggiungere dopo decine di giorni di perigliosa navigazione Amburgo!

Il tema migrazioni non sempre è trattato in modo equilibrato e fuori dalle mire elettoralistiche strumentali anche dai giornalisti ”progressisti”: per non scontentare nessuno, come si dice a Roma ”la si butta in caciara”! e quindi c’è del losco un po’ ovunque, tra le ONG, tra i governi, tra gli operatori umanitari che addirittura salutano i marinai della guardia costiera libica o i loro collaboratori trafficanti di armi. Questa fu l’immagine presentata da una puntata di Report in piena campagna denigratoria sulle ONG, portata avanti senza tener conto di quell’attimo preciso in cui un essere umano tira fuori la mano dall’acqua per chiedere aiuto. Ho dovuto arginare su FB l’odio di un professionista odiatore on-line che criticava la mia dura presa di posizione contro quell’immagine nebulosa presentata da Raitre: dopo 10 giorni scomparve, forse sfinito dalle mie risposte puntuali e inattaccabili perché frutto di una testimonianza diretta sul campo, la mia. Su Nextonline comparve anche un articolo che ricorda l’episodio. VAI ALL’ARTICOLO

Gilets jaunes: atto XVIII

Era inevitabile che il tergiversare della politica paludata di un prodotto di puro marketing elettorale come Macron si dovesse infrangere nel disincanto di una popolazione depauperata. I francesi hanno un senso dello Stato e della cosa pubblica piuttosto consolidato e allo stesso tempo un’aspettativa verso il sistema di welfare e in generale di redistribuzione delle ricchezze e del benessere altrettanto elevata e che non va disattesa: nel momento in cui dal basso vengono lanciati diversi e ripetuti segnali di malcontento per una pessima redistribuzione, al contempo anche segnali di un’avversione verso forme di precarizzazione crescenti nel lavoro e nelle modalità di erogazione dei servizi del welfare, il potere d’oltralpe non può dormire sonni tranquilli…soprattutto se deliberatamente questi vengono ignorati, o al più ammansiti a parole.

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LBD40, una nuova arma in dotazione ai reparti
antisommossa francesi

Parigi è il luogo simbolo della lotta, delle ”avenue” spianate dagli urbanisti e dal barone Haussmann proprio per evitare le barricate e le difficoltà di movimento dei militari e poliziotti memori dei tumulti della Comune: l’assalto ai luoghi simbolo del consumismo rapace, l’irruzione nei negozi di lusso pieni di oggetti che placano le manie narcisistiche di ostentazione dei ricchi sempre più ricchi, l’assalto alle vetrine delle banche, simbolo di un’attività poco defatigante come quella del fare soldi con i soldi (degli altri), rappresentano tutte azioni prevedibili e comprensibili: le concentrazioni di ricchezze da una parte, i regali reiterati alle imprese e alle banche e le spese inutili e il taglio del welfare, dall’altra spiegano infatti tutta questa rabbia. Si tratta ormai quasi di una guerra o guerriglia ”a bassa intensità” in cui purtroppo ci sono delle vittime spesso innocenti in quanto non implicate negli scontri. La stessa rabbia che descriveva Victor Hugo nei suoi romanzi e che albergava nell’animo degli ultimi, spesso vittime di etichettamento. Parigi è, infatti, non solo la ”ville lumière” per turisti ma anche la città dei quartieri-ghetto, dove la pelle scura e la religione mussulmana rappresentano un lasciapassare senza uscita dai percorsi lavorativi più umili e degradanti. Noi italiani, ultimi in Europa nel portare avanti questi processi di

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Uso massiccio di lacrimogeni, spesso di ultima generazione cioè particolarmente urticanti e intossicanti

ghettizzazione, se si esclude la storica segregazione nei vari ”campeggi” di Rom, Sinti e Camminanti, confondemmo le insurrezioni del 2005 come lotte di immigrati, tra immigrati. Oggi, invece, la ghettizzazione colpisce, oltre ai discendenti di seconda o terza generazione degli immigrati magrebini, vietnamiti o dell’Africa nera, intere fasce sociali. Queste, non essendo abituate all’arte dell’arrangiarsi, una modalità di assuefazione alla povertà più tipicamente italica, scendono in piazza, senza bandiere: sono donne, anziani e giovani gli uni accanto agli altri, per un ennesimo assalto alla panetteria.

Per rimanere aggiornati sugli eventi, sulle riflessioni in merito a questo movimento sociale in chiave antagonista e sicuramente NO-mainstream, questo è il link del RESEAU MUTU