Fascisti su Marte

Non è tanto il sub-umano a torso nudo che entra codardmente nella sede della CGIL a Roma, vuota perchè giorno festivo, mettendola a ferro e fuoco, a preoccupare quanto quella moltitudine silenziosa di cui questa porzione inconsistente della nazione sembra rappresentarne l’opinione su diversi temi: dal complotto cosiddetto immigrazionista, al negazionismo della Shoah o quantomeno ad una sua riconduzione a quantificazioni statistiche più aderenti alla (loro) realtà, dal complotto di Bigpharma in tempi di Covid19 al colpo di Stato contro le c.d. libertà individuali, tra le quali anche anche quella di ammalarsi o morire a causa di un virus peraltro ”inventato”. Il No-vax spesso è associato al No-greenpass, no-mask. Il fascismo, negli anni del consenso, si avvaleva appunto di un consenso peloso, qualunquista ed inetto, individualista ed egocentrato, altrettanto alienato ma dentro la società dei consumi quanto quella porzione di umanità secondo loro soggiogata da un sistema di mass media gestito dalla lobby ebraica e sempre secondo loro, vittima della società dei consumi e dei media mainstream.

La neo-valutazione

L’ideologia della valutazione oggettiva (ANVUR-INVALSI), della ricerca o degli apprendimenti, o come la chiama il sociologo Davide Borrelli la ”neo-valutazione” propone un modello autoritario, asservito all’ideologia neo-liberista che distribuisce premi (soldi) e punizioni (meno soldi) a seconda che ci si adegui o meno al modello produttivistico di stampo aziendale

Davide Borrelli, sociologo dei processi culturali all’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli IN QUESTA INTERVISTA SU RADIO ONDA D’URTO ci offre un quadro sconfortante del sistema universitario e della ricerca assediata da quella che lui definisce una ”neo-valutazione”. Si tratta di un armamentario di derivazione economicistica che vuole incasellare ricerca, formazione e istruzione in un quadro standardizzato di controllo e potere finalizzato ad una competitività di stampo neo-liberista, funzionale ad una logica di mercato del sapere e della ricerca che di certo non punta al benessere di una popolazione ma persegue una ferrea logica di profitto. Contro questo approccio culturale che vede pochi protestare ma molti sgomitare per farlo proprio e svolgere un ruolo attivo, si sta preparando un appello con almeno 100 firmatari del mondo accademico che a giugno si faranno sentire in occasione della ricorrenza dei 20 anni del cosiddetto processo di Bologna. Dopo trent’anni di politiche neo-liberiste iniziate con le prime spallate al sistema egualitario, inclusivo e motore di mobilità sociale dei sistemi formativi ai suoi vari livelli, gli effetti della cosiddetta autonomia sono ormai evidenti. I tassi di abbandono permangono più elevati rispetto alla media europea, i costi dell’istruzione sono aumentati e la competitività tra atenei, centri di ricerca e tra istituti di scuole secondarie hanno portato ad una logica di mercato dell’istruzione e ad una mercificazione dei saperi ormai asserviti alle tendenze dei cicli produttivi delle aziende. Le parole d’ordine erano all’epoca, come oggi, ”autonomia”, ”meritocrazia”, ”efficacia ed efficienza della formazione”, ”valutazione della qualità della ricerca”, a prima vista termini neutri o inoffensivi o addirittura condivisibili sul piano teorico. Accanto a questi termini, però, si è assistito negli anni ad crescente bombardamento mediatico teso a delegittimare sia il sistema accademico in toto sia il mondo della scuola dipinto come ricettacolo di insegnanti ”fannulloni” con ben 3 mesi di ferie all’anno. Sul piano accademico si è voluto poi inserire un sistema di valutazione solo apparentemente oggettivo che non teneva in debito conto né dell’ambito specifico di ricerca né della aree territoriali in cui queste si svolgevano e quindi anche delle condizioni di partenza: è così che regioni ricche d’Italia, o aree privilegiate sotto diversi punti di vista, svettano nelle sempre più frequenti classifiche ad uso e consumo dei giornali economici. In una logica di marketing e comunicazione si innescano così dei meccanismi perversi che si auto-alimentano aumentando i divari in una situazione dove andrebbe a beneficio di tutti crescere qualitativamente e quatitativamente in ogni parte d’Italia. Si è finito per redistribuire le già esigue risorse per scuola, università e ricerca, le più risicate d’Europa, ai cosiddetti centri eccellenza, ”meritevoli” quindi di un surplus di fondi. La distinzione doverosa tra ricerca pura ed applicata, tra ricerca sperimentale sul campo o documentaria, in campo umanistico o scientifico non si è mai voluta farla fino in fondo, in modo da dare ad ognuna una propria dignità ed riconoscimento di utilità sociale. Il totem del ”merito” che peraltro non dà a chi non ha ma a chi già ha per citare un vecchio slogan di impronta sociologica e accanto ad esso quello dell”’oggettività” della valutazione considerata alla stregua di una scienza empirico-sperimentale si è imposto a tutti i livelli, determinando di conseguenza premi e punizioni, scuole di ”eccellenza” e centri di ricerca di ”qualità” cui si contrappongono centri di inefficienza, sperpero di risorse e a volte fonti di corruzione. Tutti entrano in competizione con tutti per accaparrarsi fette di una torta sempre più piccola, alla faccia della serendipity e della creatività nella ricerca che imporrebbe al contrario una intensa circolazione di idee, ispirata al concetto di dono, oltre che alla collaborazione e solidarietà, proprio in tempi di ristrettezze economiche ormai cronicizzatesi.

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Drenare ricchezze per arricchire i (già) ricchi

Un problema attanaglia da sempre i padroni e in generale il capitalismo: come generare sempre più utili ? come rendere la mia azienda appetibile in borsa ? In QUESTO ARTICOLO DI CONTROPIANO.ORG VENGONO SPIEGATI I SISTEMI PER CALCOLARE E INDIVIDUARE QUESTA ENORME ELUSIONE FISCALE e che ritrovate raffigurati nell’immagine qui sopra: i paradisi fiscali sono tra noi! e lo si vede nel rapporto tra i ricavi delle imprese registrate in quel paese sulla spesa per stipendi…sui quali non si può barare perché corrispondono a perone-lavoratori in carne ed ossa. Su un altro piano, però, da sempre, la risposta è stata quella di automatizzare, ridurre i salari (o licenziare), ridurre i costi (ad esempio i costi di manutenzione) pagare meno tasse ovvero evitare che il profitto accumulato da pochi possa contribuire al benessere di molti. Con questa logica si privatizza il privatizzabile in modo che quei ”pochi” possano in modo efficiente guadagnare sempre di più anche accaparrandosi servizi collettivi come i trasporti, l’acqua, l’energia, ecc. ecc. I governi, invece di tutelare il benessere del 90% della popolazione fa in modo che questa abbia il minimo indispensabile a seconda del modello culturale locale e il sistema di welfare raggiunto per poter vivere dignitosamente anche se con fatica, tutela molto di più il restante 10% che rappresentano i loro principali azionisti di riferimento… e così fanno loro dei favori come consentirgli di non pagare un monte-tasse pari ad una manovra finanziaria di un intero paese, scatenano guerre ”giustizialiste” come le manette agli evasori, anche piccoli, sviano l’attenzione della ”moltitudine” verso falsi problemi o falsi nemici proponendo loro metodi per soddisfare la sete di vendetta e rivalsa come appunto l’aumento delle pene carcerarie e pecuniarie. Nell’economia finanziarizzata, l’immaterialità del prodotto-servizio consente di moltiplicare a dismisura questa possibilità di elusione fiscale, evitando ad esempio che un ricavo vada a finire nella base imponibile come ad esempio un brevetto, ricerca e sviluppo, ecc. ecc. In ballo sono miliardi di euro sottratti alla collettività la quale deve fare i conti tagli ai servizi e agli investimenti che va avanti e si incrementa crisi dopo crisi: l’ultima, quella del, 2008 oltre a non aver insegnato nulla al sistema politico in termini di giustizia sociale, perdura appunto da oltre 10 anni tanto da fare sospettare che non sia un effetto collaterale del capitalismo ma la sua stessa essenza.

Migranti ostaggio di una campagna elettorale perenne

In un articolo apparso su Nextonline ai tempi delle campagne denigratorie contro le ONG già si capiva dove sarebbe andata a parare la politica e i mass-media: la prima a caccia di voti, i secondi, senza sporcarsi troppo le mani, a caccia di un audience facile. La tecnica ? quella del sospetto, di andreottiana memoria.

Ormai è assodato che il sistema capitalistico di stampo liberista non necessita più di un sistema politico connivente o vicino alle sue richieste perché questo è ormai strutturalmente e culturalmente coincidente per pensieri ed opere : le élite che si alternano al potere (salvo qualche eccezione, qualche comparsa abilmente ”guidata”) o ne fanno parte direttamente o ne sono strutturalmente influenzate sul piano culturale tanto da agire ”in nome e per conto di” in maniera spontanea, semplicemente seguendo il ”pensiero unico”. Questa piccola e mediocre fauna autoreferenziale nel preciso istante in cui varca la soglia del palazzo è consapevole del fatto che sul piano della gestione finanziaria e quindi economica non ha nessun margine di azione se non quello di ratificare o aggiustare un indirizzo già pianificato da altri; non potendo agire sulla redistribuzione delle ricchezze, o su di un’accelerazione generalizzata della mobilità sociale, per guadagnare consenso punta su ciò che può unire, può rassicurare coloro (90% circa della popolazione) che temono per quelle poche o medie ricchezze possedute, per la propria incolumità. L’uomo nero viene facilmente ripescato dall’archivio storico fascista ma anche pre-fascista, le sue malattie e cattive abitudini anche religiose. La famiglia, cui è stato addossato il gravoso compito di supplire italianamente e creativamente il deficit di welfare, viene ancora una volta tradita e strumentalizzata dal pensiero emergente, molto poco innovativo, del ”dio, patria e famiglia”, appunto. Ci si aggrappa ai grandi classici di un tempo ovvero le certezze tradizionali, naturali: uomo=maschio, donna=femmina, famiglia=maschio+femmina+prole (frutto di un naturale accoppiamento), ecc. ecc. Poco importa se queste certezze calpestano i diritti della donna o se partoriranno, un giorno, un bimbo ”salvato” dall’omicidio (che qualcuno chiama molto più semplicemente interruzione di gravidanza) ma che sarà forse infelice o disadattato. Perché? perché figlio, ad esempio, di uno stupro di gruppo su di una quindicenne, abbandonato in un orfanotrofio dove nessuno si affaccerà per adottarlo. Certezze tribali, ”naturali”, paure ataviche, sono tutti elementi molto facili da mobilitare in un momento di grande crisi e di grande ricerca di capri espiatori. Se poi dall’altro lato troviamo un nostro rappresentante governativo forte con i deboli e debole con i forti ma che riesce a farsi passare come il giustiziere della notte, la notte della ragione, il nostro braccio armato che agisce per sfogare le nostre rabbie represse o difficili da indirizzare verso l’obiettivo ”corretto” il gioco è fatto e il cerchio si chiude. Così abbiamo un gruppetto di migranti affamati su di un’imbarcazione di soli 39 metri, adibita solo al soccorso e allo sbarco immediato del suo carico una volta issato a bordo, che vaga in lungo e in largo il mediterraneo meridionale come una pallina da ping pong, per giorni e giorni col mare a volte in tempesta. Quanto vomito è stato versato, quante speranze sono state deluse, dopo il salvataggio, dopo essere sfuggiti all’inferno ? a quel giustiziere che nulla sa di navigazione, di vomiti a ripetizione per giorni e giorni di seguito fino allo sfinimento, di notti passate sul pavimento di acciaio della nave, al freddo di un primavera inclemente, importa solo un voto in più da parte di chi teme per il proprio piccolo mondo, precario o stabile ma pur sempre piccolo, tanto piccolo che per l’uomo nero non c’è spazio. Ma siccome alla cattiveria non c’è mai fine, come ci hanno ben insegnato i nazisti, la soluzione che ci toglie dal pericolo dell’invasione di 60 persone sul nostro suolo patrio, è dietro l’angolo: raggiungere dopo decine di giorni di perigliosa navigazione Amburgo!

Il tema migrazioni non sempre è trattato in modo equilibrato e fuori dalle mire elettoralistiche strumentali anche dai giornalisti ”progressisti”: per non scontentare nessuno, come si dice a Roma ”la si butta in caciara”! e quindi c’è del losco un po’ ovunque, tra le ONG, tra i governi, tra gli operatori umanitari che addirittura salutano i marinai della guardia costiera libica o i loro collaboratori trafficanti di armi. Questa fu l’immagine presentata da una puntata di Report in piena campagna denigratoria sulle ONG, portata avanti senza tener conto di quell’attimo preciso in cui un essere umano tira fuori la mano dall’acqua per chiedere aiuto. Ho dovuto arginare su FB l’odio di un professionista odiatore on-line che criticava la mia dura presa di posizione contro quell’immagine nebulosa presentata da Raitre: dopo 10 giorni scomparve, forse sfinito dalle mie risposte puntuali e inattaccabili perché frutto di una testimonianza diretta sul campo, la mia. Su Nextonline comparve anche un articolo che ricorda l’episodio. VAI ALL’ARTICOLO

Il congresso mondiale delle famiglie: una kermesse all’insegna di Dio, Patria e Famiglia (tradizionale)

Perché una recrudescenza così spinta, a 360° sul piano culturale, dei temi tradizionalisti, rispetto alle diverse visioni di famiglia, delle scelte di genere e dei comportamenti sessuali, dei ruoli della donna e dell’uomo, fino al ruolo dell’Occidente in senso lato ? Una possibile spiegazione sociologica alla diffusione e spesso al profondo radicamento culturale di tali convincimenti può risiedere nell’attuale crisi economica iniziata verso la fine della prima decade del secondo millennio (2007-2008) in cui a seguito di molteplici dissesti finanziari scaturiti da azzardate operazioni immobiliari associate a prodotti finanziari altrettanto rischiosi hanno determinato una riconfigurazione mondiale dei flussi di denaro. Ne è conseguito in inasprimento delle concentrazioni di ricchezze a livello mondiale, un impoverimento generalizzato di intere fasce sociali cui si sono accompagnate politiche di ”austerity” proprio per fare fronte ai dissesti finanziari di numerosi istituti di credito in molti paesi. Tutti questi cambiamenti sono avvenuti tra l’altro nell’ambito di un perdurante dominio della cosiddetta economia finanziarizzata che invece di invece di fare tesoro dei propri errori ne h approfittato per rinvigorire il pensiero neo-liberista dominante. La precarizzazione del lavoro, l’abbassamento generalizzato dei salari, l’erosione di tutte le forme di welfare, sebbene in diversa misura ma di fatto in tutti i paesi del mondo, hanno acuito il sentimento di incertezza. Dal punto di vista culturale, il senso di precarietà generalizzato, la crisi per auto-implosione dei partiti politici tradizionali e di altre forme di rappresentanza hanno lasciato spazio a movimenti populisti che facendo leva, da una parte sulle paure tradizionali dell’uomo, dall’altra proponendo i capi-saldi tradizionalmente condivisi (ad esempio ”dio”, ”patria”, ”famiglia”) hanno acquisito consenso politico con la connivenza e spesso l’appoggio di diversi gruppi di interesse economici. Da qui la ”riscoperta” dei sani principi della famiglia tradizionale, l’indentificazione del genere col sesso, ovvero il ”maschio” deve essere ”uomo” e nient’altro e idem per quanto concerne il ruolo sociale e biologico della donna-femmina. Lo spazio per la libertà di scelta individuale, per concetti quali la socializzazione al genere, l’autodeterminazione della donna in tema di interruzione di gravidanza, vista di conseguenza come omicidio, o dell’uomo in generale di fronte al tema del fine vita, sono conseguentemente compressi e rivisti alla luce del pensiero cattolico tradizionale o cristiano conservatore, approcci entrambi molto funzionali al rinforzo di tali ideologie. Una presunta superiorità della cosiddetta ”razza bianca”, sia in termini culturali sia biologico-ereditari, fa da sfondo a tutte queste ideologie che nascono da pensieri conservatori e per questo molto rassicuranti: il nero o l’immigrato, soprattutto se proveniente dalle aree più svantaggiate della terra, spesso depauperate proprio dall’Occidente è visto come il nemico, come colui che ci toglie o potrà togliere quel poco di benessere conquistato negli ultimi decenni, in termini di posti di lavoro, di welfare e di benessere in generale. I diversi tassi demografici delle culture di provenienza, quasi tutti a sfavore della ”razza bianca”, fanno vedere inoltre i flussi migratori nella loro possibile veste di invasione a scopo di ”sostituzione” peraltro organizzata, secondo le note teorie del complotto, da diversi gruppi di potere economico, con la Fondazione Soros sempre in prima fila tra i facili capri espiatori. Quindi da una parte, si propone il sano e rassicurante ”rifugio” della famiglia tradizionale in cui i principi sono immutabili per definizione perché di origine divina, dall’altra si incita all’odio razziale e alla chiusura alle altre culture fino alla costruzione di muri o alla chiusura dei porti, se non addirittura il blocco navale, contro i flussi migratori, anch’essi stimolati da gruppi di interesse economico-finanziario, interessati all’annientamento della razza bianca tramite un progressivo meticciamento delle culture autoctone. Qui il LINK al convegno cui l’Università di Verona che prudentemente gli ha chiuso le porte proprio per sganciarsi da una possibile responsabilità futura rispetto ad un rischio di accreditamento ”scientifico-accademico” da parte di un’istituzione universitaria.

World Congress of Families XIII

Gilets jaunes: atto XVIII

Era inevitabile che il tergiversare della politica paludata di un prodotto di puro marketing elettorale come Macron si dovesse infrangere nel disincanto di una popolazione depauperata. I francesi hanno un senso dello Stato e della cosa pubblica piuttosto consolidato e allo stesso tempo un’aspettativa verso il sistema di welfare e in generale di redistribuzione delle ricchezze e del benessere altrettanto elevata e che non va disattesa: nel momento in cui dal basso vengono lanciati diversi e ripetuti segnali di malcontento per una pessima redistribuzione, al contempo anche segnali di un’avversione verso forme di precarizzazione crescenti nel lavoro e nelle modalità di erogazione dei servizi del welfare, il potere d’oltralpe non può dormire sonni tranquilli…soprattutto se deliberatamente questi vengono ignorati, o al più ammansiti a parole.

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LBD40, una nuova arma in dotazione ai reparti
antisommossa francesi

Parigi è il luogo simbolo della lotta, delle ”avenue” spianate dagli urbanisti e dal barone Haussmann proprio per evitare le barricate e le difficoltà di movimento dei militari e poliziotti memori dei tumulti della Comune: l’assalto ai luoghi simbolo del consumismo rapace, l’irruzione nei negozi di lusso pieni di oggetti che placano le manie narcisistiche di ostentazione dei ricchi sempre più ricchi, l’assalto alle vetrine delle banche, simbolo di un’attività poco defatigante come quella del fare soldi con i soldi (degli altri), rappresentano tutte azioni prevedibili e comprensibili: le concentrazioni di ricchezze da una parte, i regali reiterati alle imprese e alle banche e le spese inutili e il taglio del welfare, dall’altra spiegano infatti tutta questa rabbia. Si tratta ormai quasi di una guerra o guerriglia ”a bassa intensità” in cui purtroppo ci sono delle vittime spesso innocenti in quanto non implicate negli scontri. La stessa rabbia che descriveva Victor Hugo nei suoi romanzi e che albergava nell’animo degli ultimi, spesso vittime di etichettamento. Parigi è, infatti, non solo la ”ville lumière” per turisti ma anche la città dei quartieri-ghetto, dove la pelle scura e la religione mussulmana rappresentano un lasciapassare senza uscita dai percorsi lavorativi più umili e degradanti. Noi italiani, ultimi in Europa nel portare avanti questi processi di

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Uso massiccio di lacrimogeni, spesso di ultima generazione cioè particolarmente urticanti e intossicanti

ghettizzazione, se si esclude la storica segregazione nei vari ”campeggi” di Rom, Sinti e Camminanti, confondemmo le insurrezioni del 2005 come lotte di immigrati, tra immigrati. Oggi, invece, la ghettizzazione colpisce, oltre ai discendenti di seconda o terza generazione degli immigrati magrebini, vietnamiti o dell’Africa nera, intere fasce sociali. Queste, non essendo abituate all’arte dell’arrangiarsi, una modalità di assuefazione alla povertà più tipicamente italica, scendono in piazza, senza bandiere: sono donne, anziani e giovani gli uni accanto agli altri, per un ennesimo assalto alla panetteria.

Per rimanere aggiornati sugli eventi, sulle riflessioni in merito a questo movimento sociale in chiave antagonista e sicuramente NO-mainstream, questo è il link del RESEAU MUTU

Chi ha ucciso il posto fisso

Chi ha ucciso il posto fisso ? non certo, o meglio non solo, le piattaforme come Uber o JustEat ma quella cultura dell’organizzazione delle risorse umane che già dagli anni ’70, in coincidenza con una delle prime gravi e ricorrenti crisi economiche del mondo capitalistico, ha iniziato a sferrare esplicitamente e in modo scientifico i primi duri colpi al lavoro ”a tempo indeterminato”. In realtà questa tendenza è sempre stata latente e insita nel sistema capitalistico che vede nelle risorse umane un semplice costo di produzionee non, appunto, una risorsa alla pari del capitale e del ”lavoro” organizzativo dell’imprenditore. Il titolo che qui riproponiamo, in quanto esemplificativo della deriva che coinvolge il mercato del lavoro su scala planetaria, è apparso sul primo numero di Internazionale di dicembre a firma di Laura Marsh di The Nation (USA) e pubblicato, tradotto in italiano, dalla nota rivista di raccolta e selezione di articoli da tutto il mondo accomunati da una visione critica degli attuali modelli di sviluppo consumistici, neo-liberisti e guerrafondai che caratterizzano, chi più chi meno, le diverse culture locali in tutto il mondo. Louis Hyman nel suo Temp: how american work , american business and the american dream, became temporary  spiega come il processo di precarizzazione inizi subito dopo il boom post-bellico negli USA. Tra gli ’50 e ’60 la necessità di programmazione sul lungo periodo della produzione e dunque anche delle risorse umane proseguiva lungo il filone culturale ”produttivistico” pre-bellico quando la macchina industriale degli USA si apprestava a conquistare i mercati mondiali. Il primo colpo fu sferrato dalle prime società di lavoro interinale ed ebbero come protagoniste le donne chiamate in sostituzione delle ”colleghe” in maternità ma poi la pratica si estese a tutto il lavoro fino alle filiere della produzione innescata dalla nascente digitalizzazione dell’economia e delle industrie. Le grandi compagnie di consulenza aziendale, complici un linguaggio attraente e seduttivo, inocularono il germe del lavoro a progetto a tutti i livelli e il dogma della flessibilità: parole d’ordine quali anti-burocratismo, creatività si accompagnavano – ma potremmo dire anche si accompagnano – a fessibilità, ”ad-hocrazia”, lavoro a progetto. Gli stessi consulenti vengono selezionati accuratamente affinché siano essi stessi, in quanto ”a progetto” e ”flessibili”, divulgatori profondamente convinti del verbo della flessibilità. Hyman, forse troppo immerso nella cultura USA che a parte il periodo pre-bellico e qualche colpo di coda negli anni ’60 non ha mai brillato per diffusione di un sindacalismo rivendicativo e solidaristico, getta un’ombra alquanto funesta sul futuro delle relazioni di lavoro ma l’autrice dell’articolo ricorda come siano ancora vive nel sindacalismo europeo ma nel concetto stesso di solidarismo tra lavoratori purché ben organizzati, le istanze rivendicative operaistiche che caratterizzarono le lotte degli ’60 e ’70.

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Per una didattica (interdisciplinare) della NON-violenza

In questi ultimi anni, in particolare l’ultimo la violenza, in molte delle sue modalità espressive è stata ampiamente sdoganata. Dopo un lungo periodo di liberismo sfrenato, nel quale,  peraltro,  siamo ancora totalmente immersi, cui si è accompagnato un individualismo che dietro i miti del merito e delle competenze ci ha fatto illudere di potere competere ad armi pari a suon  longlife learning da una parte e lavoro gratis dall’altra (stage, lavori per la visibilità, volontariato di vario genere, ecc.),  ci troviamo oggi di fronte ad un regime 4.0.

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La tela del ragno

Anni di restrizioni, di tagli alla spesa pubblica essenziale come sanità, welfare e scuola, anni in cui ci hanno fatto sentire in colpa per “aver vissuto al di sopra delle nostre possibilità”, anni di spending  review, di tornelli agli ingressi dei ministeri per contrastare i dipendenti pubblici che “vanno a fare la spesa” o anni passati per andare a caccia di ciechi che giocano a carte o guidano una macchina sportiva alle nostre spalle . A cosa sono serviti tutti questi anni passati al grido di “onestà” o “legalità” ?  purtroppo a nulla ! o meglio a nulla, o a poco, se non a sfogarsi, appunto, contro il dipendente coi sacchetti della spesa sbattuto in prima pagina o contro il cieco portato in manette dopo una partita di calcetto. Noam Chomsky chiamerebbe questo meccanismo mediatico-culturale un mezzo di distrazione di massa: Leggi tutto “La tela del ragno”