Università e militarizzazione

(Dal primo capitolo del libro di Michele Lancione, Università e militarizzazione. Il duplice uso della libertà di ricerca. QUI SOTTO IL LINK AL LIBRO IN PDF)

(…) Militarizzare significa sottoporre a regime militare cose che militari non sono. Secondo il
dizionario Treccani questo processo può includere tre aspetti: l’imposizione di disciplina, la
costruzione di fortificazioni, ma anche l’atto di «dare un carattere o imporre uno spirito militare:
m. la nazione, la burocrazia, i sistemi educativi». La recente storia italiana ed europea ne è
un esempio. Si pensi all’occupazione militare di spazi pubblici come le stazioni, tipica del periodo
post 11 settembre 2001, o all’aumento delle fortificazioni lungo i Balcani, al confine greco-turco,
e attraverso il Mediterraneo con l’utilizzo di filo spinato, check-point, droni, aerei, navi
equipaggiate di mitragliette e molto altro. Inoltre, a partire dalla Guerra al Terrore di George
W. Bush, passando per “l’invasione migratoria” dell’estate 2015, fino ad arrivare al conflitto
russo-ucraino contemporaneo, non solo lo strumento tecnico, ma anche il linguaggio militare
e il suo “spirito” si sono diffusi come un’inevitabile realtà del tempo in cui viviamo (…).

Il duplice uso della libertà di ricerca

La finta sorpresa dell’attacco di Hamas…

Pubblichiamo integralmente un’analisi dello studioso Maurizio Vezzosi sulla situazione in Palestina

L’offensiva scatenata dalle fazioni palestinesi contro Israele non è cominciata in un momento qualsiasi. Segnando un prima ed un dopo, è stata lanciata simbolicamente di sabato – giorno sacro della tradizione ebraica – a cinquant’anni esatti dall’inizio della guerra dello Yom Kippur: più concretamente, gli avvenimenti del Vicino Oriente si inseriscono nel contesto di trasformazione degli equilibri politici del nostro pianeta, e sotto questa lente occorre osservarli.

La rappresaglia dell’esercito ebraico contro obiettivi civili

Per gli Stati Uniti il deterioramento del dominio israeliano rappresenta un serio problema, sia rispetto al proprio già declinante ruolo nella regione, sia rispetto al proprio ruolo globale. Dopo aver assistito alla normalizzazione dei rapporti tra Iran ed Arabia Saudita promossa dalla Cina, gli Stati Uniti si trovano a fare i conti con una grave crisi militare – la più grave, probabilmente, dal 1982 – del proprio principale alleato nella regione. Le dichiarazioni da parte della presidenza turca e di quella russa – quest’ultima, particolarmente insistente – a proposito della necessità di uno stato palestinese danno la misura della situazione: una situazione che quasi certamente non tornerà allo status quo precedente l’attacco palestinese di sabato scorso. Il coinvolgimento di Hezbollah dai territori del Libano è ormai certo, così come quello delle forze palestinesi presenti in Cisgiordania. E per le forze israeliane il quadro potrebbe ulteriormente complicarsi, sia sotto il profilo strettamente militare che sul piano politico: quella di una guerra di proporzioni regionali è certamente una delle possibilità in cui l’attuale conflitto potrebbe evolvere.

La rappresaglia dell’esercito ebraico contro obiettivi civili
La rappresaglia dell’esercito ebraico contro obiettivi civili

Sotto il profilo tattico lo scenario attuale suggerisce che un cessate il fuoco tra le parti sia ben poco realistico: del resto, per le forze israeliane la presenza di un massiccio numero di combattenti palestinesi penetrati a decine di chilometri da Gaza rappresenta una minaccia insostenibile. Pur garantendo un esito disastroso sotto il profilo umanitario, il blocco degli approvvigionamenti ed il massiccio utilizzo dell’aviazione su Gaza potrebbero non garantire affatto alle forze israeliane di avere la meglio, così come potrebbe non garantirlo una possibile offensiva terrestre. Quest’ultima, in particolare, potrebbe impantanare le forze israeliane ed avere conseguenze nefaste sia sotto il profilo militare che politico. Sotto il profilo strategico il dato più significativo è il vantaggio che le compagini palestinesi possono trarre dall’attuale configurazione internazionale: realisticamente, il possibile indebolimento della compagine israeliana, e quindi statunitense, può far convergere l’interesse della maggior parte degli attori regionali ed extraregionali.

Nel frattempo il tema della controffensiva di Kiev è ormai scomparso dall’agenda dei media, e prima ancora dal campo di battaglia. Le principali cariche statunitensi ripetono ormai da settimane che il sostegno militare a Kiev è inevitabilmente destinato ad esaurirsi. Del resto, sostenere in modo determinante sotto il profilo militare sia Israele che l’Ucraina sarebbe un obiettivo decisamente ambizioso per Washington. Se a questo si sommano i guai a Taiwan ed in Africa lo stato di salute in cui trova il dominio statunitense sul mondo sembra versare in una condizione inquietante, soprattutto per chi lo vorrebbe immutabile ed eterno.

Maurizio Vezzosi, analista e reporter freelance. Collabora con RSI Televisione Svizzera, L’Espresso, Limes, l’Atlante geopolitico di Treccani, il centro studi Quadrante Futuro ed altre testate. Ha raccontato il conflitto ucraino dai territori insorti contro il governo di Kiev documentando la situazione sulla linea del fronte. Nel 2016 ha documentato le ripercussioni della crisi siriana sui fragili equilibri del Libano. Si occupa della radicalizzazione islamica nello spazio postsovietico, in particolare nel Caucaso settentrionale, in Uzbekistan e in Kirghizistan. Nel quadro della transizione politica che interessa la Bielorussia, nel 2021 ha seguito da Minsk i lavori dell’Assemblea Nazionale. Tra la primavera e l’estate del 2021 ha documentato il contesto armeno post-bellico, seguendo da Erevan gli sviluppi pre e post elettorali.Nel 2022, dopo aver seguito dalla Bielorussia il referendum costituzionale, le trattative russo-ucraine, e sul campo l’assedio di Mariupol, sta proseguendo a documentare la nuova fase del conflitto ucraino. È assegnista di ricerca presso l’Istituto di studi politici “S. Pio V”.