La scuola italiana va alla guerra

(intervista per Radio Onda d’Urto – 24dic.2022) Libro e moschetto, non è uno slogan d’altri tempi ma tragicamente attuale. Dal colloquio con Antonio Mazzeo, insegnante e soprattutto punto di riferimento fondamentale per tenere d’occhio le derive militariste dell’apparato industriale bellico italiano di questi ultimi 10 anni, emerge un quadro allarmante rispetto alle infiltrazioni nel mondo educativo

Il Ministero della d-istruzione

Da Radio Onda d’Urto – puntata di Scuola resistente (3dic.2022)
“Saranno non più del 20% sul totale dei fondi del PNRR destinati alla scuola per colmare una delle carenze fondamentali della scuola statale italiana che oggi ne fanno uno dei motori di mobilità sociale al contrario, quelli che effettivamente andranno in quella direzione: quindi poca lotta alla dispersione, poco sostegno alle fasce più deboli, sportelli psicologici permanenti sul modello di quelli delle scuole spagnole neanche a parlarne, ecc. ecc. Mario Sanguinetti, dell’esecutivo nazionale dei COBAS della scuola, ci racconta solo alcune di queste tessere oscure di un mosaico desolante sul quale, il ministro ultra-conservatore del governo neo-fascista Meloni, ogni giorno lancia una nuova esca alla quale, purtroppo, molti di noi abboccano. Sanguinetti si riferisce a tutti quei temi divisivi, per i quali è sacrosanto battersi su tutti i fronti affinché non si approprino culturalmente degli unici spazi di libertà d’insegnamento tutt’ora esistenti, come l’ultima ”boutade” sulle giuste umiliazioni quando occorrono, o tutte le esternazioni sul cosiddetto merito completamente travisate nel loro significato profondo.

Perdendoci dietro questi temi, a volte lessicali, a volte espressioni dell’animo ultra-liberista e padronale di una destra ignorante, dimentichiamo di osservare l’accelerazione che questo governo sta dando ad un percorso di definanziamento e di trasformazione in senso liberista iniziato decenni fa con i governi di pseudo-sinistra. Il restante 80% di cui sopra si è fatto cenno, invece, andrà a finanziare gruppi, associazioni, società che organizzano varie attività extra-scolastiche per le varie competizioni per ”cervelloni”, sempre in un’ottica di competizione e di valorizzazione di ciò che oggi va per la maggiore ovvero il merito. Per quanto riguarda tutti gli altri fondi, a parte l’annunciato ammodernamento strutturale degli edifici o la loro sostituzione, molto sarà destinato alla cosiddetta scuola digitale per futuri ”smanettoni” delle LIM, anche qui in un’ottica non di recupero di un rapporto educativo ma di una sua meccanizzazione di sussidiarietà con contenuti premasticati da altri.

Accanto a questo processo di restyling c’è un ulteriore accorpamento di istituti per ridurre i costi e una drammatica mancanza di personale ATA che si ripercuote su tutti il sistema: spesso questa componente scolastica viene messa in secondo piano mentre andrebbe valorizzata perché è anche qui che si può fare una scuola di qualità. C’è poi un aspetto molto grave sottolineato da Sanguinetti che sta nell’accelerazione che si vuole dare alla divaricazione tra insegnamento professionale-tecnico e quello più umanistico-generalista che non farà che aumentare quelle divergenze classiste che sembravano essere state colmate dopo le riforme di fine anni ’60. Insomma il merito come parola d’ordine che distende un velo opacizzante sulle differenze sociali di partenza che vede, a parità di indirizzo, le scuole di periferia incancrenite dal precariato del corpo docente e dal disagio sociale e spesso anche ”socio-sanitario” (è altissimo il tasso di DSA e disabilità varie nelle classi di periferia): si sottolinea come solo dopo aver colmato al 100% queste differenze socio-culturali di partenza si possa (forse) parlare di ”merito” o, potremmo aggiungere anche di ”naturali tendenze” al lavoro manuale dei figli degli operai, come spesso si sente dire, non al bar sotto casa ma ai vertici delle istituzioni!

In questo panorama desolante Sanguinetti avverte come, soprattutto tra le giovani generazioni di insegnanti, sembri sopravanzare un tecnicismo che nulla ha a che fare con le indicazioni forniteci in due secoli di esperienza nell’istruzione di massa dai grandi della pedagogia democratica dai vari Dewey fino all’attuale Christian Laval. Quest’ultimo, di recente in Italia ospite della ”settimana della sociologia” ha avvertito tutti gli insegnanti che è arrivato il momento di passare all’azione di fronte ad un’emergenza sociale arrivata ai massimi livelli di disuguaglianza e ingiustizia fino a sfociare in un fenomeno di autodistruzione anche delle risorse naturali: l’insegnante, l’educatore, deve recuperare il suo ruolo pienamente politico per formare generazioni di futuri cittadini votati alla lotta contro le disuguaglianze sociali e alla tutela del nostro pianeta minacciato da una cultura estrattivistica”.

La puntata di sabato 3 dicembre 2022. Ascolta o scarica

In aggiunta, l’intervista a Domenico Quintavalle, Cobas Lavoro Privato, in merito invece al sistema di appalti relativo alla logistica, raccolta durante le iniziative di lotta del 2 dicembre con lo sciopero generale del sindacalismo di base. Ascolta o scarica

La neo-valutazione

L’ideologia della valutazione oggettiva (ANVUR-INVALSI), della ricerca o degli apprendimenti, o come la chiama il sociologo Davide Borrelli la ”neo-valutazione” propone un modello autoritario, asservito all’ideologia neo-liberista che distribuisce premi (soldi) e punizioni (meno soldi) a seconda che ci si adegui o meno al modello produttivistico di stampo aziendale

Davide Borrelli, sociologo dei processi culturali all’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli IN QUESTA INTERVISTA SU RADIO ONDA D’URTO ci offre un quadro sconfortante del sistema universitario e della ricerca assediata da quella che lui definisce una ”neo-valutazione”. Si tratta di un armamentario di derivazione economicistica che vuole incasellare ricerca, formazione e istruzione in un quadro standardizzato di controllo e potere finalizzato ad una competitività di stampo neo-liberista, funzionale ad una logica di mercato del sapere e della ricerca che di certo non punta al benessere di una popolazione ma persegue una ferrea logica di profitto. Contro questo approccio culturale che vede pochi protestare ma molti sgomitare per farlo proprio e svolgere un ruolo attivo, si sta preparando un appello con almeno 100 firmatari del mondo accademico che a giugno si faranno sentire in occasione della ricorrenza dei 20 anni del cosiddetto processo di Bologna. Dopo trent’anni di politiche neo-liberiste iniziate con le prime spallate al sistema egualitario, inclusivo e motore di mobilità sociale dei sistemi formativi ai suoi vari livelli, gli effetti della cosiddetta autonomia sono ormai evidenti. I tassi di abbandono permangono più elevati rispetto alla media europea, i costi dell’istruzione sono aumentati e la competitività tra atenei, centri di ricerca e tra istituti di scuole secondarie hanno portato ad una logica di mercato dell’istruzione e ad una mercificazione dei saperi ormai asserviti alle tendenze dei cicli produttivi delle aziende. Le parole d’ordine erano all’epoca, come oggi, ”autonomia”, ”meritocrazia”, ”efficacia ed efficienza della formazione”, ”valutazione della qualità della ricerca”, a prima vista termini neutri o inoffensivi o addirittura condivisibili sul piano teorico. Accanto a questi termini, però, si è assistito negli anni ad crescente bombardamento mediatico teso a delegittimare sia il sistema accademico in toto sia il mondo della scuola dipinto come ricettacolo di insegnanti ”fannulloni” con ben 3 mesi di ferie all’anno. Sul piano accademico si è voluto poi inserire un sistema di valutazione solo apparentemente oggettivo che non teneva in debito conto né dell’ambito specifico di ricerca né della aree territoriali in cui queste si svolgevano e quindi anche delle condizioni di partenza: è così che regioni ricche d’Italia, o aree privilegiate sotto diversi punti di vista, svettano nelle sempre più frequenti classifiche ad uso e consumo dei giornali economici. In una logica di marketing e comunicazione si innescano così dei meccanismi perversi che si auto-alimentano aumentando i divari in una situazione dove andrebbe a beneficio di tutti crescere qualitativamente e quatitativamente in ogni parte d’Italia. Si è finito per redistribuire le già esigue risorse per scuola, università e ricerca, le più risicate d’Europa, ai cosiddetti centri eccellenza, ”meritevoli” quindi di un surplus di fondi. La distinzione doverosa tra ricerca pura ed applicata, tra ricerca sperimentale sul campo o documentaria, in campo umanistico o scientifico non si è mai voluta farla fino in fondo, in modo da dare ad ognuna una propria dignità ed riconoscimento di utilità sociale. Il totem del ”merito” che peraltro non dà a chi non ha ma a chi già ha per citare un vecchio slogan di impronta sociologica e accanto ad esso quello dell”’oggettività” della valutazione considerata alla stregua di una scienza empirico-sperimentale si è imposto a tutti i livelli, determinando di conseguenza premi e punizioni, scuole di ”eccellenza” e centri di ricerca di ”qualità” cui si contrappongono centri di inefficienza, sperpero di risorse e a volte fonti di corruzione. Tutti entrano in competizione con tutti per accaparrarsi fette di una torta sempre più piccola, alla faccia della serendipity e della creatività nella ricerca che imporrebbe al contrario una intensa circolazione di idee, ispirata al concetto di dono, oltre che alla collaborazione e solidarietà, proprio in tempi di ristrettezze economiche ormai cronicizzatesi.

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