Lettera aperta affinché la ”voglia di riemergere” non ci faccia ripiombare in un’altra quarantena di massa

Inviata al responsabile nazionale della Protezione Civile, al Primo Ministro e alla responsabile del Servizio Tecnico Scientifico Biologico dell’I.S.S.

egr. dott. Borrelli, Sig.Primo Ministro, dr.ssa Nicolini,

mi chiamo Stefano Bertoldi, sono un insegnante della scuola pubblica ma anche giornalista free-lance e attivista sindacale impegnato come sociologo nelle ricerche condotte dal CESP, Centro Studi Scuola Pubblica dei Cobas della Scuola. Vi scrivo queste poche righe affinché valutiate l’ipotesi di un piano nazionale di screening sugli ”asintomatici” così come descritto dalla ricercatrice Luisa Bracci Laudiero del CNR Immunology Network (Cin) in un recente articolo apparso sull’ADN Kronos. Proprio ieri, infatti, ho raccolto molti consensi tra i miei colleghi e in tutte le reti/chat informali cui partecipo, rispetto all’assoluta necessità di approntare un piano nazionale per l’individuazione attraverso specifici test su prelievi del sangue dei positivi asintomatici oltre che dei soggetti che sono venuti in contatto col morbo e sono ora immuni.

Perché tutto non ritorni come prima: l’appello degli economisti italiani

Mentre al nord si continua a morire e un’intera generazione è falcidiata dal Covid19 con la sola colpa di aver superato l’età fatidica sotto la quale fino a poco tempo fa si prendeva allegramente l’aperitivo gli uni abbracciati agli altri, mentre decine di medici e migliaia tra il personale sanitario si è contagiato, è deceduto o è in quarantena e viene tutt’ora mandato in trincea salvo elogiarli come eroi invece di aiutarli a proteggersi in quanto vittime, mentre tutto ciò accade nella colpevole lentezza di tutti i provvedimenti governativi presi fin qui, un folto gruppo di economisti ci avverte che il modello economico rapace di ieri non può e non deve continuare. Il sotto-testo di ogni dichiarazione dei pubblici poteri è che prima o poi si ripartirà per ”rimettere in moto l’economia”: ma che tipo di economia ? quallo che ha portato in Italia ad un 20%

COBAS della scuola e il kit in vista del concorso straordinario

Per i precari della scuola di terza fascia, alcuni dei quali avevano iniziato a seguire dei corsi preparatori presso le sedi dei COBAS, il sindacato autonomo propone qui di seguito dei documenti essenziali in previsione del concorso straordinario e una riflessione di scenario alla luce della situazione che tutti stanno vivendo.

PUNTO della SITUAZIONE, RESOCONTO 3 INCONTRO, il DA FARSI

VADEMECUM CONCORSO STRAORDINARIO SECONDARIA I e II grado

GUIDA ALA COMPILAZIONE DELLA DOMANDA

ART. 5, comma 3,4,5 – DPR 9 maggio 1994, n.487

Riflessioni a margine dell’emergenza

Nei momenti difficili ci si accorge sempre di quelle situazioni in cui precedentemente, in tempi ”facili”, si sono trascurate delle azioni da mettere in atto, dei risparmi di tempo o di energie e attenzioni che alla fine ci chiedono il conto. L’epidemia (o il rischio pandemia) può essere appunto un’emergenza, quindi per definizione non preventivabile ma come si cerca di fare nella nautica, chi pianifica un viaggio, lungo o corto che sia, mette in conto che magari non potrà entrare in un porto, oppure che ancorando in una baia, dove improvvisamente il vento ha girato, dovrà lasciare in fretta e furia l’ancora sott’acqua per trarsi d’impaccio: quindi si portano due ancore e i viveri come per stare anche una settimana e non un week-end solamente, ecc. ecc. Ebbene all’emergenza che stiamo vivendo basterebbero pochi numeri per essere classificata e uno su tutti: i posti-letto ogni 1000 (mille) abitanti che sono, per esempio Germania 8,3 Austria 7,6 Francia 6,5 Bosnia-Erzegovina 3,5 … Italia 3,4. Si è tagliato in un ambito, la salute, il cui modello solidaristico e universalistico era invidiato da tutti, un po’ come la scuola dell’infanzia, modello didattico e pedagogico per tutto il mondo. Si sono chiusi ospedali, paradossalmente anche quelli che proprio oggi sarebbero preziosi come il Forlanini a Roma, specializzato in malattie pneumologiche, oggi parzialmente adibito a centro culturale e una parte abbandonata al degrado e nota alle cronache per una triste vicenda di violenza sessuale. Parallelamente il complesso sanitario privato ha vissuto sulle mancanze di quello pubblico e ha proliferato anche grazie ai suoi finanziamenti grazie alle convenzioni e agli accreditamenti. Privatizzazioni, tagli, visione economicistica e aziendalistica del welfare sono tutti figli di un neo liberismo di cui ha usufruito quel 20% di italiani, secondo i dati del Creédit Suisse utilizzato per i rapporti Oxfam sulle disuguaglianze, che detiene quasi il 70% del PIL. I divari aumentano, la qualità dei servizi si abbassa per quell’80% di popolazione all’interno della quale vi è una percentuale non trascurabile con indici di qualità della vita, come la speranza di vita alla nascita, in calo perché non ha accesso alle cure. La cartina al tornasole di questa situazione è il sistema penitenziario che ci vede ai primi posti delle classifiche mondiali per cattiva gestione per non citare le numerose condanne per tortura da parte della CEDU e altri organismi internazionali: 27 rivolte e 8 morti in un giorno ci indicano che l’Italia non è più un paese civile o meglio che è governato da un’élite cinica, senza visione del futuro. Uno stato considerato ”canaglia” come l’Iran, nella nostra stessa situazione, ha velocemente messo in piedi un sistema di misure alternative al carcere. Ciò non toglie che poi abbiamo non dei medici ma spesso degli eroi, degli infermieri-guerrieri da premiare col titolo di cavalieri del lavoro ma un paese non può sempre contare su queste eccezioni, su questi sforzi perché alla fine dei conti qualcosa non torna mai e anche una sola vita persa per questa incuria e cinismo è sempre troppa. In tutto il mondo, a macchia di leopardo e su questioni diverse ma sempre riconducibili al macro-problema delle disuguaglianze e disparità di reddito avevano iniziato a smuovere le acque ma tutto poi si è fermato e anche in Francia, la più combattiva, il presidente ha fatto ricorso all’equivalente del nostro decreto d’urgenza con in più il voto di fiducia.

Dai ”gilet” gialli agli scioperi generali

Da questa video-inchiesta di Radio Onda d’Urto svolta a Parigi a metà gennaio 2020 emerge chiaramente la continuità tra ciò che fu etichettata come una rivolta sconfusionata, individualisticamente finalizzata alla riduzione del prezzo del carburante e gli scioperi attuali, con sindacati al seguito e rivendicazioni ben strutturate. I gilet gialli hanno in realtà aperto una strada, hanno proposto una modalità e messo alla ribalta, una volta sgombrato il campo dal fraintendimento della cosiddetta goccia che fa traboccare il vaso, il problema ”globale” della concentrazione delle ricchezze, una disuguaglianza sociale che scuote il mondo alle sue varie latitudini, con varie modalità e rivendicazioni ma con questo leit-motiv comune. Non è un caso che nel video si inquadrino, tra gli altri, anche alcuni luoghi-simbolo di questa ”finanziarizzazione” selvaggia barricati dietro pannelli protettivi anti-manifestanti, QUALI BANCHE E ASSICURAZIONI. D’altro canto anche ai tempi dei gilet gialli altri luoghi simbolo furono presi di mira come le palazzine stile liberty come simbolo di una gentrificazione che ne è il risultato più tangibile, soprattutto per quella massa di pendolari la cui qualità della vita è drasticamente peggiorata in questi ultimi 20 anni. La sconfitta dello stato sociale con il corollario di solidarietà tra nuove e vecchie generazioni (il sistema pensionistico a ripartizione) e l’irruzione dell’ideologia neo-liberista del ”fai da te”, della polizza privata e dei fondi pensione, fanno il paio con la loi-travail precedente (l’equivalente dell nostro Job’s act): precarizzazione e impoverimento generalizzato a vantaggio di una classe dominante condannata, dal modello stesso, ad aumentare i profitti, sono le due parole-chiave ben chiare nelle rivendicazioni che attraversano diverse classi sociali, da quelle medio-basse e subalterne finanche alcuni strati di cosiddetti liberi-professionisti ovvero l’equivalente nostrano del popolo delle partite IVA, molto professionisti ma ben poco liberi perchè in balìa di un mercato implacabile. Così in Francia abbiamo lavoratori di ogni ordine e grado, pensionati, studenti, tutti uniti contro un modello non condiviso di società che lottano, oggi, contro una riforma che noi italiani abbiamo già digerito da anni senza battere ciglio, con sindacati confederali non solo assenti ma addirittura conniventi con il potere, ovvero l’antitesi di un sindacato.

VIDEO-INCHIESTA DI RADIO ONDA D’URTO

La neo-valutazione

L’ideologia della valutazione oggettiva (ANVUR-INVALSI), della ricerca o degli apprendimenti, o come la chiama il sociologo Davide Borrelli la ”neo-valutazione” propone un modello autoritario, asservito all’ideologia neo-liberista che distribuisce premi (soldi) e punizioni (meno soldi) a seconda che ci si adegui o meno al modello produttivistico di stampo aziendale

Davide Borrelli, sociologo dei processi culturali all’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli IN QUESTA INTERVISTA SU RADIO ONDA D’URTO ci offre un quadro sconfortante del sistema universitario e della ricerca assediata da quella che lui definisce una ”neo-valutazione”. Si tratta di un armamentario di derivazione economicistica che vuole incasellare ricerca, formazione e istruzione in un quadro standardizzato di controllo e potere finalizzato ad una competitività di stampo neo-liberista, funzionale ad una logica di mercato del sapere e della ricerca che di certo non punta al benessere di una popolazione ma persegue una ferrea logica di profitto. Contro questo approccio culturale che vede pochi protestare ma molti sgomitare per farlo proprio e svolgere un ruolo attivo, si sta preparando un appello con almeno 100 firmatari del mondo accademico che a giugno si faranno sentire in occasione della ricorrenza dei 20 anni del cosiddetto processo di Bologna. Dopo trent’anni di politiche neo-liberiste iniziate con le prime spallate al sistema egualitario, inclusivo e motore di mobilità sociale dei sistemi formativi ai suoi vari livelli, gli effetti della cosiddetta autonomia sono ormai evidenti. I tassi di abbandono permangono più elevati rispetto alla media europea, i costi dell’istruzione sono aumentati e la competitività tra atenei, centri di ricerca e tra istituti di scuole secondarie hanno portato ad una logica di mercato dell’istruzione e ad una mercificazione dei saperi ormai asserviti alle tendenze dei cicli produttivi delle aziende. Le parole d’ordine erano all’epoca, come oggi, ”autonomia”, ”meritocrazia”, ”efficacia ed efficienza della formazione”, ”valutazione della qualità della ricerca”, a prima vista termini neutri o inoffensivi o addirittura condivisibili sul piano teorico. Accanto a questi termini, però, si è assistito negli anni ad crescente bombardamento mediatico teso a delegittimare sia il sistema accademico in toto sia il mondo della scuola dipinto come ricettacolo di insegnanti ”fannulloni” con ben 3 mesi di ferie all’anno. Sul piano accademico si è voluto poi inserire un sistema di valutazione solo apparentemente oggettivo che non teneva in debito conto né dell’ambito specifico di ricerca né della aree territoriali in cui queste si svolgevano e quindi anche delle condizioni di partenza: è così che regioni ricche d’Italia, o aree privilegiate sotto diversi punti di vista, svettano nelle sempre più frequenti classifiche ad uso e consumo dei giornali economici. In una logica di marketing e comunicazione si innescano così dei meccanismi perversi che si auto-alimentano aumentando i divari in una situazione dove andrebbe a beneficio di tutti crescere qualitativamente e quatitativamente in ogni parte d’Italia. Si è finito per redistribuire le già esigue risorse per scuola, università e ricerca, le più risicate d’Europa, ai cosiddetti centri eccellenza, ”meritevoli” quindi di un surplus di fondi. La distinzione doverosa tra ricerca pura ed applicata, tra ricerca sperimentale sul campo o documentaria, in campo umanistico o scientifico non si è mai voluta farla fino in fondo, in modo da dare ad ognuna una propria dignità ed riconoscimento di utilità sociale. Il totem del ”merito” che peraltro non dà a chi non ha ma a chi già ha per citare un vecchio slogan di impronta sociologica e accanto ad esso quello dell”’oggettività” della valutazione considerata alla stregua di una scienza empirico-sperimentale si è imposto a tutti i livelli, determinando di conseguenza premi e punizioni, scuole di ”eccellenza” e centri di ricerca di ”qualità” cui si contrappongono centri di inefficienza, sperpero di risorse e a volte fonti di corruzione. Tutti entrano in competizione con tutti per accaparrarsi fette di una torta sempre più piccola, alla faccia della serendipity e della creatività nella ricerca che imporrebbe al contrario una intensa circolazione di idee, ispirata al concetto di dono, oltre che alla collaborazione e solidarietà, proprio in tempi di ristrettezze economiche ormai cronicizzatesi.

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Disintossichiamoci – Sapere per il futuro

Pubblichiamo l’appello per frenare l’approccio neo-liberista alla ricerca e nella formazione di Davide Borrelli, Valeria Pinto, M.C. Pievatolo e Federico Bertoni in previsione di una raccolta di firme per le ”contro-commemorazioni” a Giugno del processo di Bologna

Disintossichiamoci – Sapere per il futuro “Economics are the methods. The object is to change the soul”. Riferita alle politiche della conoscenza, istruzione e ricerca (ma non soltanto), questa formula di Margaret Thatcher ben riassume il processo che ha contraddistinto gli ultimi decenni. Il metodo economico, la penuria come condizione normale, al limite o al di sotto del limite della sopravvivenza, è visibile a tutti. Anche ben visibile, insieme a quello finanziario, è lo strangolamento burocratico. Meno visibile l’obiettivo. Il cambiamento degli animi è così profondo che non ci accorgiamo nemmeno più della distruzione compiutasi intorno e attraverso di noi: il paradosso della fine – nella “società della conoscenza” – di un mondo dedicato alle cose della conoscenza. Anche l’udito si è assuefatto a una programmatica devastazione linguistica, dove un impoverito gergo tecnico-gestionale e burocratico reitera espressioni dalla precisa valenza operativa, che però sembra essere difficile cogliere: miglioramento della qualità, eccellenza, competenza, trasparenza, prodotti della ricerca, erogazione della didattica… E autonomia, ovvero – per riprendere le parole di Thomas Piketty – l’impostura che ha avviato il processo di distruzione del modello europeo di università. Una distruzione che ha assunto come pretesto retorico alcuni mali – reali e no – della vecchia università, ma naturalmente senza porvi rimedio, perché non questo ma altro era il suo l’obbiettivo. A trenta anni appunto dall’introduzione dell’autonomia, a venti dal processo di Bologna, a dieci dalla “Legge Gelmini”, la letteratura critica su questa distruzione è sconfinata. Ricerca e insegnamento – è un fatto, eppure sembra un tabù esplicitarlo – da tempo non sono più liberi. Sottoposta a una insensata pressione che incalza a “produrre” ogni anno di più, a ogni giro (da noi VQR, ASN ecc) di più, la ricerca è in preda a una vera e propria bolla di titoli, che trasforma sempre più il già esiziale publish or perish in un rubbish or perish. Nello stesso tempo, è continua la pressione ad “erogare” una formazione interamente modellata sulle richieste del mondo produttivo. La modernizzazione che ha programmaticamente strappato l’università via da ogni “torre di avorio” – facendone “responsive”, “service university” – ha significato non altro che la via, la “terza via”, verso il mondo degli interessi privati. Svuotate del loro valore, istruzione e ricerca sono valutate, vale a dire “valorizzate” tramite il mercato e il quasi-mercato della valutazione, che, nella sua migliore veste istituzionale, non serve ad altro che «a favorire (…) l’effetto di controllo sociale e di sviluppo di positive logiche di mercato» (CRUI 2001). Proprio grazie all’imporsi di queste logiche di mercato, la libertà di ricerca e di insegnamento – sebbene tutelata dall’art. 33 della Costituzione – è ridotta oramai a libertà di impresa. Il modello al quale le è richiesto sottomettersi è un regime di produzione di conoscenze utili (utili anzitutto a incrementare il profitto privato), che comanda modi tempi e luoghi di questa produzione, secondo un management autoritario che arriva ad espropriare ricercatori e studiosi della loro stessa facoltà di giudizio, ora assoggettata a criteri privi di interna giustificazione contrabbandati per oggettivi. Si tratta di numeri e misure che di scientifico, lo sanno tutti, non hanno nulla e nulla garantiscono in termini valore e qualità della conoscenza. Predefinire percentuali di eccellenza e di inaccettabilità, dividere con mediane o prescrivere soglie, ordinare in classifiche, ripartire in rating le riviste, tutto questo, insieme alle più vessatorie pratiche di controllo sotto forma di certificazioni, accreditamenti, rendicontazioni, riesami, revisioni ecc., ha un’unica funzione: la messa in concorrenza forzata di individui gruppi o istituzioni all’interno dell’unica realtà cui oggi si attribuisce titolo per stabilire valori, ossia il mercato, in questo caso il mercato globale dell’istruzione e della ricerca, che è un’invenzione del tutto recente.
Là dove infatti tradizionalmente i mercati non esistevano (istruzione e ricerca, ma anche sanità, sicurezza e così via), l’imperativo è stato quello di crearli o di simularne l’esistenza. La logica del mercato concorrenziale si è imposta come vero e proprio comando etico, opporsi al quale ha comportato, per i pochi che vi hanno provato, doversi difendere da accuse di inefficienza, irresponsabilità, spreco di danaro pubblico, difesa di privilegi corporativi e di casta. Tutt’altro che il trionfo del laissez faire: un “evaluative State” poliziesco ha operato affinché questa logica venisse interiorizzata nelle normali pratiche di studio e ricerca, operando una vera e propria deprofessionalizzazione, che ha trasformato studiosi impegnati nella loro ricerca in entrepreneurial researcher conformi ai diktat della corporate university. A gratificarli una precarietà economica ed esistenziale che va sotto il nome di eccellenza, la cornice oggi funzionale a un “darwinismo concorrenziale” esplicitamente teorizzato e, anche grazie alla
copertura morale offerta dall’ideologia del merito, reso forzatamente normalità.
Sono in molti ormai a ritenere che questo modello di gestione della conoscenza sia tossico e insostenibile a lungo termine. I dispositivi di misurazione delle performance e valutazione premiale convertono la ricerca scientifica (il chiedere per sapere) nella ricerca di vantaggi
competitivi (il chiedere per ottenere), giungendo a mettere a rischio il senso e il ruolo del sapere per la società. Sempre più spesso oggi si scrive e si fa ricerca per raggiungere una soglia di produttività piuttosto che per aggiungere una conoscenza all’umanità: “mai prima nella storia
dell’umanità tanti hanno scritto così tanto pur avendo così poco da dire a così pochi” (Alvesson et al., 2017). In questo modo la ricerca si condanna fatalmente all’irrilevanza, dissipando il riconoscimento sociale di cui finora ha goduto e generando una profonda crisi di fiducia. È giunto il momento di un cambiamento radicale, se si vuole scongiurare l’implosione del sistema della conoscenza nel suo complesso. La burocratizzazione della ricerca e la managerializzazione dell’istruzione superiore rischiano di diventare la Chernobyl del nostro modello di organizzazione
sociale.
Quel che serve oggi è quindi riaffermare i principi che stanno a tutela del diritto di tutta la società ad avere un sapere, un insegnamento, una ricerca liberi – a tutela, cioè, del tessuto stesso di cui è fatta una democrazia – e per questo a tutela di chi si dedica alla conoscenza. Serve una scelta di campo, capace di rammagliare dal basso quello che resiste come forza critica, capacità di discriminare, distinguere quello che non si può tenere insieme: condivisione ed eccellenza, libertà di ricerca e neovalutazione, formazione di livello e rapida fornitura di forza lavoro a basso costo, accesso libero al sapere e monopoli del mercato. In questa direzione si delineano alcune tappe. La prima è una verifica dell’effettiva sussistenza e consistenza di questo campo. Un progetto non può avanzare se non si raggiunge una massa minima di persone disposte ad impegnarvisi. Se c’è un’adeguata adesione preliminare – diciamo in termini simbolici 100 persone per partire –organizziamo un incontro a breve per ragionare su politiche radicalmente alternative in fatto di valutazione, tempi e forme della produzione del sapere, reclutamento e organizzazione.
In prospettiva, realizziamo a giugno un’iniziativa in concomitanza con la prossima conferenza ministeriale del processo di Bologna, che quest’anno si tiene a Roma, per avanzare con forza – in raccordo con altri movimenti europei di ricercatori e studiosi (già sussistono contatti in questo
senso) – un ripensamento delle politiche della conoscenza.
Valeria Pinto
Davide Borrelli
Maria Chiara Pievatolo
Federico Bertoni
… per adesioni: sapereperilfuturo@gmail.com, specificando l’università di appartenenza

Chi ha ucciso la Pantera?

Anni 1989/90 nasce la Pantera, movimento studentesco antagonista e propositivo che forse fu fin troppo scomodo e creativo per poter sopravvivere oltre il tempo in cui riuscì, in circa un anno, a produrre una mole notevole di iniziative sociali, di occupazioni di spazi dismessi e di pensiero politico a-partitico lungimirante. Fu tenuto in disparte, demonizzato e criminalizzato, da destra come da sinistra, almeno quella parlamentare e istituzionalizzata. Fu quindi un movimento autenticamente ”scomodo” e pericoloso politicamente, chiaramente e lucidamente orientato ideologicamente e proprio per questo non si tentò nemmeno di cooptarlo. Siamo a cavallo tra la fine di un’epoca contraddistinta dalla tensione geopolitica di due blocchi contrapposti, due dittature, due potenze militari e politiche che traevano il loro potere l’una dal fascino discreto del consumismo pervasivo delle multinazionali e l’altro da una nomenklatura che sebbene a fine corsa tentava ancora di dipingersi come garante di un egualitarismo che in realtà offriva una vita grigia per la maggioranza della popolazione e una vita agiata per pochi gerarchi. Alla fine ”vinse” il primo tra i due contendenti, più accattivante e creativo e più efficace nel suo potere di alienazione di intere masse condannate a produrre per consumare per poi ancora produrre e consumare. Il neo-liberismo ebbe la meglio ed aveva dalla sua un’apparente democrazia che iniziava un suo percorso colorato e mass-mediatico impersonato in Italia da Berlusconi ma che aveva degli alter ego in diversi paesi compresi gli USA dell’attore Reagan e stelle che già si allenavano ad avere un ruolo politico come Trump o Murdoch. Si entrava nella politica-spettacolo fatta di talk-show, operazioni fortemente mediatizzate, personaggi creati ad arte da una regia sapiente che regolava il traffico dei passaggi televisivi. Una volta rodata la macchina mediatica qualche anno dopo si assistette la nascita di uomini politici in erba, dei bimbi, come Renzi o Salvini non a caso ospiti concorrenti della ruota della fortuna o altre amenità di puro intrattenimento. Sullo sfondo vi furono pochi anni dopo quella che poi fu svelata come la trattativa stato-mafia dopo le stragi di Capaci e via d’Amelio ma soprattutto un cambio-farsa al potere che dopo il periodo di tangentopoli cambiò tutto per non cambiare nulla: tutti i partiti tradizionali, tranne la lega che al tempo era al 100% Lega-Nord Padania indipendente, vennero sostituiti da formazioni polarizzate verso la leadership di un qualche ”personaggio” . La corruzione non finì, anzi divenne sempre più sofisticata ed alzò il tiro ma a livello complessivo scomparvero degli apparati divenuti ormai inutili, i partiti tradizionali, perché il consenso si sarebbe giocato su altri piani, al di fuori delle sedi di partito nei quartieri, nei territori. Anche la mafia non scomparve ma anch’essa alzò il tiro e iniziò a viaggiare sotto traccia grazie alle capacità di colletti bianchi insospettabili che muovevano finanziamenti da una parte all’altra del globo, proprio come Giovanni Falcone tentò di smascherare con i suoi viaggi in Australia e USA. Il neo-liberismo cinico ed arrembante, dopo aver costretto alla resa l’anacronistico potere autarchico dell’URSS ora si faceva largo anche all’interno delle varie agenzie formative europee con parole d’ordine che già negli anni ’90 erano, come oggi, meritocrazia, valutazione, efficienza ed efficacia, competitività, privatizzazione o tutt’al più sussidiarietà tra pubblico e privato. Il neo-liberismo capitalistico si stava finanziarizzando sempre di più fagocitando l’economia industriale e con sé il potere politico ed aveva bisogno di sudditi formalmente ”liberi” ma che attuassero fedelmente il programma di privatizzazione dei beni comuni, compresi la ricerca e la formazione/istruzione. La forza lavoro, però, non era stata totalmente soppiantata dai computer e dai robot andava addomesticata e questo fu fatto tramite processi di precarizzazione e di frammentazione fino ad esaurirne qualsiasi carica ideologicamente orientata e soprattutto facendo passare il messaggio che il miglioramento della situazione di alcune fasce di lavoratori passava attraverso la diminuzione dei diritti di una fetta ancora molto importante di lavoratori ”garantiti”: questi ultimi, dipinti come fannulloni, a volte parassiti, erano in molti casi semplicemente frutto di scambi di voti in intere aree territoriali ma tramite quel tipo di redistribuzione del reddito garantivano comunque alla ”macchina” di girare. Con la scusa della competitività anche nei servizi pubblici e dell’efficientismo intere fasce sociali vennero condannate all’impoverimento generalizzato fino ad arrivare ai giorni nostri in cui una ristretta cerchia di super ricchi detiene ben oltre la metà dell’intero PIL nazionale. Al centro del sistema strategico più importante per la riproduzione culturale di un paese, la scuola, le università e i centri di ricerca furono anch’essi investiti da questa ondata cosiddetta riformista ma alcuni opposero resistenza: fu il movimento della Pantera, antimilitarista, tendenzialmente non violento, anti-neoliberista e anti-berlusconiano che oltre ai suffissi ”-anti” si presento come movimento di proposta con punte avanzate di intuizioni politiche. Queste andavano dalla logica dei beni comuni e dal ripensamento dei processi produttivi in chiave ecologica, ai sistemi di redistribuzione dei redditi che passavano per una scuola ed università non asservita al potere industriale capitalistico. Si pensava ad un’autonomia vera proprio perché indipendente da qualsiasi ingerenza dei poteri economici. Così come in Francia Macron di fronte alle proteste di piazza sta giocando d’astuzia prendendo per stanchezza i dissidenti, all’epoca il partito comunista più grande d’Europa decise di ignorare quasi completamente il movimento pensando che occorresse invece rincorrere la modernizzazione che si traduceva in un riformismo socialdemocratico. Non solidarizzò ma anzi lo condannò con azioni mirate e delegittimazione a mezzo stampa, come la stroncatura di Riccardo Luna su Repubblica. Quelle idee, però, rimasero negli animi e sicuramente mantengono una loro validità per il 90% della popolazione anche oggi e a maggior ragione per il futuro; tuttavia il potere del restante 10% è e fu allora, così sovrastante che ”destra” e ”sinistra” alla fine si sono unite sotto un unico credo per giocare in un teatrino politico dove anche il modello liberale della rappresentanza democratica in parlamento viene sempre più percepito quasi come un impedimento. Oggi sono sufficienti dei buoni algoritmi, una buona squadra di comunicatori e gestori dei diversi canali social e TV, qualche sondaggio e un voto on-line: anche allora la Pantera intuì questo passaggio e tentò con Okkupanet la carta dei social per aumentare la potenza delle occupazioni fisiche delle università che ad ogni modo raggiunsero alcuni casi dei traguardi di durata, fino a 4 mesi consecutivi, oggi impensabili.

La precarietà del lavoro

Un approfondimento (il link qui sotto) di Andrea Fumagalli (Università di Pavia) su Radio Onda Onda Rossa

La precarietà del lavoro è al giorno d’oggi talmente ben articolata, dissimulata e mistificata attraverso operazioni di facciata che ne svuotano la valenza negativa ma solo in termini comunicativi che è veramente difficile districarsi per riuscire a capire dove vuole arrivare il capitalismo neo-liberista attuale sul piano delle retribuzioni e della regolamentazione (o de-regolamentazione). Dal 2018, intanto, i contratti a termine di natura dipendente sono aumentati di circa 1 milione di unità arrivando a toccare i 3 milioni di persone. Si può partire da questo dato, quello più semplice, per capire come il ”lavoro a vita” e soprattutto il concetto di stabilità o anche di progettualità individuale o familiare siano ormai compromessi non solo da queste tappe forzate nel percorso lavorativo di chi inizia a lavorare in questi anni ma anche dall’inconsistenza del cosiddetto contratto ”a tutele crescenti” sul piano delle garanzie per i lavoratori. Questo concetto ha inoltre ancora di più reso il lavoro una sorta di concessione magnanima del ricco imprenditore, peraltro a livello globale sempre più assimilabile ad un fondo di investimento cui poco interessa se in ”basso” si producano microchip, patate o si risponda in un call-center. Accanto a questa forma elementare di percorso accidentato ma pur sempre con buone garanzie, quantomeno nel settore pubblico, in termini di previdenza, assenze per malattie, ferie retribuite ecc. ecc. c’è una selva di tipologie che sono ”a precarizzazione crescente”: si va dal lavoro fintamente (auto) imprenditoriale ”coatto” delle partite IVA, alle prestazioni occasionali, al contratto di apprendistato estensibile fino a 6 anni (a praticamente zero contributi versati), al lavoro a prestazione (o a chiamata) in cui si hanno addirittura due datori di lavoro, entrambi in grado di interrompere rapidamente il rapporto, al ”socio di cooperativa” che anche qui camuffa il lavoratore precario in veste di piccolo imprenditore vagamente ammantato di mutualismo democratico ottocentesco. In questo approfondimento andato in onda su Radio Onda Rossa, l’economista Andrea Fumagalli, dell’Università di Pavia, descrive questa trasfigurazione della realtà lavorativa attuata mediante una manipolazione dei dati sul lavoro che tentano di presentarci una situazione, tutto sommato, accettabile.

Gilets jaunes e scioperi

Finalmente coloro che avevano ancora qualche dubbio sull’impostazione ”politica” dei gilets jaunes, visti da alcuni come dei cani sciolti senza un’idea dietro e soprattutto ”rei” di non essersi dati un leader, secondo l’ABC del perfetto populista, dopo il loro confluire, disordinato, chiassoso, nel movimento altrettanto variegato degli scioperi anti-privatizzazione del welfare francese, dovranno ricredersi. L’idea politica c’è: basta privatizzazioni, meno tasse e più welfare, ritorno al concetto dei ”beni comuni”, redistribuzione equa delle ricchezze che in qualche modo riassume in sé le prime due. D’altro canto il rapporto Oxfam sulla povertà, pubblicato non a caso sempre in concomitanza con il vertice dei ”ricchi” a Davos, da anni afferma che i motivi per protestare sono del tutto plausibili e razionalmente spiegabili. Già l’anno scorso, l’incipit del report affermava che ”nel corso dell’ultimo anno il numero dei miliardari è aumentato come mai prima: uno in più ogni due giorni. La ricchezza dei miliardari si è accresciuta di 762 miliardi di dollari nell’arco di 12 mesi, un incremento che, a titolo comparativo, rappresenta 7 volte l’ammontare delle risorse necessario per far uscire dallo stato di povertà estrema 789 milioni di persone, Di tutta la ricchezza creata nell’ultimo anno, l’82% è andato all’1% della popolazione, mentre il 50% meno abbiente non ha beneficiato di alcun aumento.
Il lavoro pericoloso e scarsamente pagato della maggioranza della popolazione mondiale alimenta l’estrema ricchezza di pochi. Le condizioni di lavoro peggiori spettano alle donne, e quasi tutti i super ricchi sono uomini. I governi devono creare una società più equa attribuendo priorità ai lavoratori comuni e ai piccoli produttori agricoli anziché ai ricchi e potenti”. 

Quando milioni di lavoratori che hanno come unica ricchezza il lavoro che copre le spese vive e pochi altri svaghi e forse una casa dove vivere, si sposta dalle periferie urbane ingrossate dalla gentrificazione arrembante per recarsi al lavoro, magari in macchina perché in nome dell’alta velocità il servizio pubblico è abbandonato a sé stesso, anche un centesimo di tassa in più sul costo della benzina, o come in Cile, sul ticket del bus (privatizzato come in Argentina), rende molto ”nervosi”. Anche perché la loro sofferenza giornaliera, a fronte di un salario da anni in caduta libera in ogni angolo del mondo, si scontra proprio con il lusso di quegli stessi centri urbani dove abitavano un tempo i loro nonni o bisnonni: mangia e bevi – B&B – souvenir – mangia e bevi – B&B – souvenir, questa è la sequenza che caratterizza i luna-park di lusso per turisti di tutte le tasche, dal pittoresco borgo della Toscana, alla città eterna, alla Milano da bere che ha da poco celebrato il festival della rendita finanziaria immobiliare inaugurando quella cattedrale nel deserto chiamata Expo. Quando poi la privatizzazione passa dall’immobiliare alle ”mucche” finanziarie, come il sistema pensionistico e sanitario che in molte parti del mondo entrati a pieno titolo nel circuito profit di banche e assicurazioni, la prospettiva di una vita di sacrifici che sarà negli anni post-lavorativi ancora più segnata dalle difficoltà di vivere. Così da una parte il ”popolo” o moltitudine, secondo una definizione coniata dal filosofo Antonio Negri nel quadro del passaggio dall’imperialismo post-coloniale all’impero attuale che si agita subito dopo aver osservato sulla propria pelle la goccia che travalicava il vaso delle proprie sofferenze/fatiche e dall’altra i ”lavoratori”, più o meno organizzati, sindacati redivivi e gli studenti che hanno capito che quelle pensioni ”povere” alla fine toccheranno soprattutto a loro. Il tranello messo in atto dal ”presidente dei ricchi” Macron fondato sulla creazione di una spaccatura generazionale attraverso diversi compromessi di facciata, per fortuna, in Francia, non ha funzionato. E’ cos’ che in strada, da oltre un mese, scendono centinaia di migliaia di persone contro le privatizzazioni volute dai poteri finanziari e alcune categorie hanno di fatto bloccato un intero paese: far quadrare i conti dello Stato a spese dei lavoratori è semplicemente immorale, privatizzare i profitti e socializzandone le perdite (o i rischi) lo è altrettanto soprattutto quando questa smania di ”riforme strutturali” da anni è nella testa di quei pochi miliardari che detengono e controllano quasi tutta la ricchezza del pianeta. I soldi non sono finiti in un buco nero misterioso! sono solo malamente redistribuiti ed è qui la chiave di volta per risanare i conti pubblici, per pensare ad un welfare universalistico equo e duraturo, una sanità, scuola e trasporti rigorosamente pubblici e di qualità per tutti e alle risorse naturali e i patrimoni culturali come beni comuni e non come occasioni di rendite finanziarie per pochi. D’altro canto non è un caso che proprio per arginare future e plausibili proteste ”di piazza”, da anni si sono fatte strada due linee politiche-amministrative: da una parte il ”mantra” della governabilità che impone tagli ai parlamentari con la scusa della riduzione dei costi inutili e l’erosione della democrazia rappresentativa, giudicata inutile, corrotta, tagliata e delegittimata a suon di piattaforme digitali, strada principale per andare dritti verso il populismo, dall’altra la fissazione securitaria, fatta di giustizialismo sfrenato, telecamere in ogni dove, aumento delle pene e delle dotazioni delle forze del cosiddetto ”ordine” con la scusa del terrorismo internazionale o di un presunto aumento dei reati…che in realtà da oltre vent’anni sono in calo costante. Alcuni movimenti populisti, anche in Italia, facendo leva sulla buona fede di milioni di elettori hanno proposto l’idea di per sé non sbagliata della rappresentanza politica basata sull”amico della porta accanto”, preparato ma senza rendite, con la fedina parlamentare pulita e parallelamente la disintermediazione tramite il plebiscito elettronico. Oggi, come tangentopoli esattamente 20 anni fa, si è scoperto l’arcano di queste messe in scena funzionali ad un cambio di potere nell’ottica gattopardesca del ”cambiare tutto per non cambiare nulla”: e intanto i ricchi sempre più ricchi aumentano e la platea dei poveri si allarga.