Stato violento e repressivo

Ilaria Cucchi: «L'amore con Fabio è un regalo di mio fratello Stefano»

Dieci anni di depistaggi professionalmente organizzati da chi se ne intende, ovvero dai marescialli che hanno ”addomesticato” i resoconti fin dal primo fermo e via via nei vari percorsi tra una caserma e l’altra, il tribunale e poi i vari ricoveri fino ai massimi livelli gerarchici dell’Arma che hanno di fatto costituito un substrato fatto di pressioni e muri di gomma foderati di omertà. Il dato di fatto è che per una settimana il diritto si è fermato così come il senso di umanità e di protezione che dovrebbe accompagnare ogni iter di assistenza sanitaria per ogni paziente e forse ancor di più per chi è già sottoposto a misure restrittive della libertà. Uscire dal sentimento di vendetta e dall’idea che il comportamento considerato come deviante da una società meriti la sospensione di ogni sentimento di umanità e anche del diritto nei confronti di chi lo commette è ciò che dovrebbe distinguere uno stato ”progredito” come noi italiani ci vantiamo di essere. Abbiamo assistito a dieci anni di ”rallentamenti” giudiziari e buchi nell’acqua per il buon nome di un corpo militare pur in presenza dell’evidenza delle immagini del pestaggio che provvidenzialmente furono scattate. In quella settimana tragica la burocrazia ha indossato il suo vestito più cinico e spersonalizzante nei confronti della vittima ma personificando alla lettera la ”banalità del male” solo che nessuno si è opposto a quel martirio, nessuno si è posto dei dubbi se non sulla convenienza o meno di interromperlo: evidentemente è stata più forte l’idea di consegnare ad altri la ”patata bollente”. La battaglia che i famigliari di Stefano Cucchi, in primis la sorella, hanno dovuto combattere è valsa il doppio perché combattuta in parallelo all’altrettanto dura guerra contro stereotipi, pregiudizi e ”cattiverie” dell’opinione pubblica sui social, su alcuni giornali e sdoganate da molti politici che a tutt’oggi cavalcano l’onda ”benpensante” e cinica del ”… se l’era andata a cercare” che peraltro poco c’entra con il fondamento di uno Stato di Diritto. Oggi, come dieci anni fa, alcuni politici o meglio alcuni burattini malvagi che aizzano odio con slogan studiati a tavolino e poi lo cavalcano, proseguono nel filone ”giovanardiano” (dal politico Giovanardi…) dei danni, anche ”collaterali” tra cui appunto quello subito da Stefano Cucchi, dell’uso degli stupefacenti. Si tratta ovviamente di un pensiero stereotipato, tendenzioso e retrogrado che non tiene conto ipocritamente dei danni dell’alcool e del tabacco o degli psicofarmaci in costante crescita nelle rivendite legali. Si prosegue nell’attribuire alla droga tout court una serie di conseguenze che vanno dall’omicidio efferato ai comportamenti anche minimamente devianti quando invece tali comportamenti rappresentano la prova provata di un mix di condizioni sociali, culturali, socioeconomiche associate ad una più o meno consapevole capacità di discernere tra il bene e il male. Oggi quel corpo ha avuto giustizia ma la tardiva e un po’ inutile costituzione come parte civile dell’Arma, l’incompleto accertamento delle responsabilità medico-sanitarie e soprattutto i molti casi irrisolti come Giuseppe Uva, Michele Ferrulli, Riccardo Magherini, ecc. ecc. devono farci riflettere sul modello di società civile che si sta facendo largo a suon di repressione e ”decoro”: la situazione carceraria italiana, più volte condannata dalla corte europea per i diritti dell’uomo, la tendenza generalizzata alla psichiatrizzazione del disagio o semplicemente del comportamento non conforme anche nella Scuola sono solo alcuni dei segnali nemmeno troppo deboli da … ”attenzionare”.

Dieci anni di depistaggi professionalmente organizzati da chi se ne intende, ovvero dai marescialli che hanno ”addomesticato” i resoconti fin dal primo fermo e via via nei vari percorsi tra una caserma e l’altra, il tribunale e poi i vari ricoveri fino ai massimi livelli gerarchici dell’Arma che hanno di fatto costituito un substrato fatto di pressioni e muri di gomma foderati di omertà. Il dato di fatto è che per una settimana il diritto si è fermato così come il senso di umanità e di protezione che dovrebbe accompagnare ogni iter di assistenza sanitaria per ogni paziente e forse ancor di più per chi è già sottoposto a misure restrittive della libertà. Uscire dal sentimento di vendetta e dall’idea che il comportamento considerato come deviante da una società meriti la sospensione di ogni sentimento di umanità e anche del diritto nei confronti di chi lo commette è ciò che dovrebbe distinguere uno stato ”progredito” come noi italiani ci vantiamo di essere. Abbiamo assistito a dieci anni di ”rallentamenti” giudiziari e buchi nell’acqua per il buon nome di un corpo militare pur in presenza dell’evidenza delle immagini del pestaggio che provvidenzialmente furono scattate. In quella settimana tragica la burocrazia ha indossato il suo vestito più cinico e spersonalizzante nei confronti della vittima ma personificando alla lettera la ”banalità del male” solo che nessuno si è opposto a quel martirio, nessuno si è posto dei dubbi se non sulla convenienza o meno di interromperlo: evidentemente è stata più forte l’idea di consegnare ad altri la ”patata bollente”. La battaglia che i famigliari di Stefano Cucchi, in primis la sorella, hanno dovuto combattere è valsa il doppio perché combattuta in parallelo all’altrettanto dura guerra contro stereotipi, pregiudizi e ”cattiverie” dell’opinione pubblica sui social, su alcuni giornali e sdoganate da molti politici che a tutt’oggi cavalcano l’onda ”benpensante” e cinica del ”… se l’era andata a cercare” che peraltro poco c’entra con il fondamento di uno Stato di Diritto. Oggi, come dieci anni fa, alcuni politici o meglio alcuni burattini malvagi che aizzano odio con slogan studiati a tavolino e poi lo cavalcano, proseguono nel filone ”giovanardiano” (dal politico Giovanardi…) dei danni, anche ”collaterali” tra cui appunto quello subito da Stefano Cucchi, dell’uso degli stupefacenti. Si tratta ovviamente di un pensiero stereotipato, tendenzioso e retrogrado che non tiene conto ipocritamente dei danni dell’alcool e del tabacco o degli psicofarmaci in costante crescita nelle rivendite legali. Si prosegue nell’attribuire alla droga tout court una serie di conseguenze che vanno dall’omicidio efferato ai comportamenti anche minimamente devianti quando invece tali comportamenti rappresentano la prova provata di un mix di condizioni sociali, culturali, socioeconomiche associate ad una più o meno consapevole capacità di discernere tra il bene e il male. Oggi quel corpo ha avuto giustizia ma la tardiva e un po’ inutile costituzione come parte civile dell’Arma, l’incompleto accertamento delle responsabilità medico-sanitarie e soprattutto i molti casi irrisolti come Giuseppe Uva, Michele Ferrulli, Riccardo Magherini, ecc. ecc. devono farci riflettere sul modello di società civile che si sta facendo largo a suon di repressione e ”decoro”: la situazione carceraria italiana, più volte condannata dalla corte europea per i diritti dell’uomo, la tendenza generalizzata alla psichiatrizzazione del disagio o semplicemente del comportamento non conforme anche nella Scuola sono solo alcuni dei segnali nemmeno troppo deboli da … ”attenzionare”.

Dieci anni di depistaggi professionalmente organizzati da chi se ne intende, ovvero dai marescialli che hanno ”addomesticato” i resoconti fin dal primo fermo e via via nei vari percorsi tra una caserma e l’altra, il tribunale e poi i vari ricoveri fino ai massimi livelli gerarchici dell’Arma che hanno di fatto costituito un substrato fatto di pressioni e muri di gomma foderati di omertà. Il dato di fatto è che per una settimana il diritto si è fermato così come il senso di umanità e di protezione che dovrebbe accompagnare ogni iter di assistenza sanitaria per ogni paziente e forse ancor di più per chi è già sottoposto a misure restrittive della libertà. Uscire dal sentimento di vendetta e dall’idea che il comportamento considerato come deviante da una società meriti la sospensione di ogni sentimento di umanità e anche del diritto nei confronti di chi lo commette è ciò che dovrebbe distinguere uno stato ”progredito” come noi italiani ci vantiamo di essere. Abbiamo assistito a dieci anni di ”rallentamenti” giudiziari e buchi nell’acqua per il buon nome di un corpo militare pur in presenza dell’evidenza delle immagini del pestaggio che provvidenzialmente furono scattate. In quella settimana tragica la burocrazia ha indossato il suo vestito più cinico e spersonalizzante nei confronti della vittima ma personificando alla lettera la ”banalità del male” solo che nessuno si è opposto a quel martirio, nessuno si è posto dei dubbi se non sulla convenienza o meno di interromperlo: evidentemente è stata più forte l’idea di consegnare ad altri la ”patata bollente”. La battaglia che i famigliari di Stefano Cucchi, in primis la sorella, hanno dovuto combattere è valsa il doppio perché combattuta in parallelo all’altrettanto dura guerra contro stereotipi, pregiudizi e ”cattiverie” dell’opinione pubblica sui social, su alcuni giornali e sdoganate da molti politici che a tutt’oggi cavalcano l’onda ”benpensante” e cinica del ”… se l’era andata a cercare” che peraltro poco c’entra con il fondamento di uno Stato di Diritto. Oggi, come dieci anni fa, alcuni politici o meglio alcuni burattini malvagi che aizzano odio con slogan studiati a tavolino e poi lo cavalcano, proseguono nel filone ”giovanardiano” (dal politico Giovanardi…) dei danni, anche ”collaterali” tra cui appunto quello subito da Stefano Cucchi, dell’uso degli stupefacenti. Si tratta ovviamente di un pensiero stereotipato, tendenzioso e retrogrado che non tiene conto ipocritamente dei danni dell’alcool e del tabacco o degli psicofarmaci in costante crescita nelle rivendite legali. Si prosegue nell’attribuire alla droga tout court una serie di conseguenze che vanno dall’omicidio efferato ai comportamenti anche minimamente devianti quando invece tali comportamenti rappresentano la prova provata di un mix di condizioni sociali, culturali, socioeconomiche associate ad una più o meno consapevole capacità di discernere tra il bene e il male. Oggi quel corpo ha avuto giustizia ma la tardiva e un po’ inutile costituzione come parte civile dell’Arma, l’incompleto accertamento delle responsabilità medico-sanitarie e soprattutto i molti casi irrisolti come Giuseppe Uva, Michele Ferrulli, Riccardo Magherini, ecc. ecc. devono farci riflettere sul modello di società civile che si sta facendo largo a suon di repressione e ”decoro”: la situazione carceraria italiana, più volte condannata dalla corte europea per i diritti dell’uomo, la tendenza generalizzata alla psichiatrizzazione del disagio o semplicemente del comportamento non conforme anche nella Scuola sono solo alcuni dei segnali nemmeno troppo deboli da … ”attenzionare”.

W il Re! W Verdi!

W Verdi! il vecchio slogan-parola d’ordine (Vittorio Emanuele Re d’Italia) con cui l’élite in platea di un qualche teatro italico si auto-motivava nel proprio intento di appoggiare, finanziare e difendere la guerra di annessione dei Savoia durante quello che fu definito il Risorgimento Italiano sembra riemergere ma con nuove parole d’ordine o meglio parole-chiave; ebbene nel bel mezzo di un dibattito-contrattazione tra governo e rappresentanze delle Regioni (al momento, Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna) che si sta svolgendo nella quasi assoluta indifferenza dei media main-stream e dell’opinione pubblica e che porterà a quella che molti autori definiscono come una SECESSIONE DEI RICCHI (vd. libro del costituzionalista Massimo Villone, Italia divisa e diseguale) ed attuare un vero e proprio inganno (vd. articolo di Gianfranco Viesti) ad opera delle regioni ricche, la cosiddetta ”Famiglia Reale” lancia un APPELLO sibillino riguardo un proprio fantomatico rientro in Italia. Si tratta ovviamente di un video folkloristico e avvilente nel 2019 ma visto il percorso sociale italiano e il clima politico attuale e quello che si paventa per l’immediato futuro è interessante evidenziare alcune parole-chiave: innanzitutto la famiglia reale è scritta anteponendo i due capolettera con le lettere maiuscole come se fosse un’entità statuale istituzionalizzata ed ufficializzata. Poi nel discorso compaiono alcune parole chiave come TRANQUILLITA’ ovvero in analogia a quella pace sociale invocata dalla gente ”per bene” negli anni venti precursori del fascismo che in qualche modo la garantirono con varie forme repressive ma a fronte di conclamati sommovimenti popolari e proletari. Al momento nessuna goccia rischia di fare traboccare il vaso come in Cile, Hong-Kong, Egitto o la Francia dei gilet gialli più vicini a noi, quindi a quale scopo rispondere ad una presunta richiesta di tranquillità. Compare poi il concetto di ELEGANZA che dalle parole di un nobile suona quanto mai coerente e convincente ma in una società laica potrebbe facilmente accostarsi al concetto di DECORO (anche urbano), compostezza, necessità di ”abbassare i toni”, ecc. ecc. Poi immancabile è il senso del DOVERE quindi ancora una volta il richiamo alla legalità perché l’obbligo nasce prima di tutto sulla spinta di una norma: non compaiono quindi parole chiave alternative riferite alla classe dirigente che imporrebbero un riferimento il ”dovere di perseguire una giustizia e uguaglianza sociale” ma nemmeno concetti quali FELICITA’, BENESSERE, DIGNITA’ da declinare in termini di dignità del lavoro e di qualità della vita…per ognuno. Quindi emergono indicazioni e rassicurazioni dall’alto di una fonte attendibile e credibile sui temi della legalità, della pace sociale e infine del decoro che secondo il senso comune è ”buona educazione”. Visto l’arrivo imminente di un regime compiutamente xenofobo, omofobo, giustizialista, fondato sul sacro trinomio DIO-PATRIA-FAMIGLIA un appello monarchico fintamente rassicurante in luogo di uno che più logicamente dovrebbe puntare all’impegno verso una più equa ripartizione delle ricchezze e a maggiori investimenti nella cosa pubblica al posto dei tagli ricorrenti, c’è tutt’altro che essere rassicurati!

Un incontro in carcere

Mulhouse è un’antica città industriale ma in fase di rapida e vivace riconversione. Accanto, a pochi chilometri, è presente una delle più grandi fabbriche automobilistiche, la notissima Peugeot e in città non poteva quindi mancare un museo, ovviamente, dell’auto. Non tutti però sanno che Mulhouse è anche sede del più antico carcere francese datato 1871 un anno che evoca guerre e lotte sociali che sfociarono in una delle più interessanti ed innovative esperienze di organizzazione di ispirazione socialista, la Comune di Parigi. Il carcere, edificato dai tedeschi, in quanto posizionato in un territorio dove per secoli i due eserciti franco-tedeschi si sono contesi quel ricco e strategico territorio ha quindi una fisionomia ”antica” e i suoi locali incutono un certo timore rievocando immagini sepolte nella memoria di vecchi film dove le celle, a vista e allineate lungo balconi con balaustre in ferro, si sovrappongono lungo tre o più piani orizzontali, anch’essi a vista demarcati da reti anti-caduta in corda di fibra naturale. Il progetto prevede un carcere di nuova generazione, già pronto ma gli ultimi dettagli ancora da mettere a punto. In un contesto a tinte fosche si è quindi svolto un incontro cui avrebbero dovuto partecipare circa una trentina di persone che a causa dei mille imprevisti, tipici di una ”casa circondariale”, si sono dimezzate a causa di assenze ”giustificate”. La platea, composta e silenziosa, dava la sensazione ad un tempo della sofferenza interiore e della rassegnazione ma tuttavia la curiosità non era narcotizzata, tutt’altro… Alcuni hanno probabilmente ricollegato i racconti e le testimonianze a storie di persone vicine o a parenti, amici e lo stimolo delle immagini e dei suoni hanno reso molti occhi lucidi. Nessuno avrebbe pensato ad una tale reazione ma scrollandosi di dosso i molti stereotipi sulla vita carceraria, ci si rende conto che l’umanità ristretta non è affatto diversa da quella che a pochi metri al di là dei reticolati circola liberamente; alcuni stimoli provocano evidentemente medesime emozioni o analoghe associazioni di idee. La prima impressione dei detenuti è stata di incredulità o comunque di ”scoperta” e stupore grazie ad un racconto unitario fatto allo stesso tempo di testimonianze dirette, immagini di ”repertorio” e testimonianze virtuali di migranti visibili nei video-documenti: i numeri della tragedia, la vastità e complessità del tema che cinicamente viene strumentalizzato dalla classe politica in due opposte visioni, una, la più deleteria e criminale, tesa all’odio, alla divisione e alla chiusura egoistica nei propri confini al di qua dei tanti muri, l’altra, altrettanto cinica tesa ad un pietismo di facciata alimentato da forti sensi di colpa e per questo inconcludente. Nessuna delle strumentalizzazioni, sia quella ”buona” né tantomeno quella ”cattiva” va al di là dell’obiettivo a breve termine di un qualche risultato elettorale: l’umanità spesso si perde tra i numeri ed è solo quando ci si concentra su l’emergenza ”tout court” del naufragio, sul volto del naufrago in cui per un attimo si è vista personificata la vicenda di un amico o di un famigliare che non ce l’ha fatta che l’emozione viene a galla, diversamente dalle decine di migliaia di corpi oggi in fondo al mare. Tutti hanno diritto a vivere felici, a salvarsi e migliorare il proprio percorso di vita segnato a volte da un’assenza di un futuro, anche fosse solo di un minimo di benessere ed a nessuno dovrebbe essere impedito di spostarsi per vivere dignitosamente: forse proprio chi ha perso, anche se temporaneamente, un bene cosi prezioso come la libertà, può entrare in sintonia con queste storie di sofferenza nella ricerca di un’emancipazione.

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SOS Méditerranée a Saint-Louis e Mulhouse (Alsazia)

Il 5 e il 6 novembre, a Saint-Louis si è svolta una sessione di testimonianza e di formazione sul tema delle migrazioni con oltre 300 studenti accompagnati dai loro professori nella sala convegni/teatro Comunale della cittadina alsaziana. Assieme agli studenti hanno partecipato anche i professori, rappresentanti del Comune e della società civile. Si sono viste insieme, attraverso uno schermo gigante immagini di varia natura ed intensità emotiva e su questo si è poi dibattuto sia su fatti ”tecnici” dei salvataggi in mare, sia sugli elementi di conoscenza più stereotipati che in tutti questi anni anno trasformato un fenomeno naturale e perenne come le migrazioni in una ”notizia” da prima pagina su cui costruire intere e lunghe campagne elettorali. Oltre all’intervento pubblico con la cittadinanza di Saint-Louis vi è stato poi l’incontro con un gruppo di detenuti nel carcere di Mulhouse, il più antico carcere di Francia datato 1870, quindi di costruzione germanica secondo uno stile architettonico che ricorda i vecchi film con scene dal carcere che raggelano lo spirito dello spettatore. Dalla turbolenta e a volte irrequieta platea dei giovani studenti del giorno prima si è passati all’attenzione partecipe ed emotiva dei carcerati, alcuni dei quali hanno osservato con gli occhi lucidi le immagini di salvataggi drammatici in cui forse hanno riconosciuto i racconti di qualche loro compagno di cella o di sventure comuni. In questo articolo apparso sulla stampa locale si può leggere un resoconto completo della reazione del pubblico dei giovani alsaziani.

In attesa che la ”bestia” riconquisti il potere…

Il 9 novembre 2019v si è replicata a Roma la grande protesta popolare contro il modello regressivo, razzista e xenofobo di questi ultimi governi. In questo LINK le interviste per Radio Onda d’Urto, direttamente dal corteo e altri materiali utili. La protesta è scesa in piazza come un anno fa su impulso di un variegato sistema di movimenti progressisti e antagonisti, sindacati di base, movimenti femministi, per il diritto all’abitare, movimenti di lavoratori migranti organizzati, tutti sotto la bandiera degli ”Indivisibili”: un nome, un progetto che rappresenta l’unità. Unità contro la chiusura nei recinti nazionali (”prima gli italiani”, ”porti chiusi”), nei recinti regionali (l’autonomia differenziata e la secessione dei ricchi) per finire in quelli municipali (”not in my garden”, no nel mio giardino…) e in quelli personali (la legittima difesa ”a prescindere”). La bestia è quel complesso meccanismo fatto di ”operatori” social, fiancheggiatori, influencer, semplici cittadini infervorati ed aizzati, organizzati da un software che cadendo nella rete delirante dell’odio xenofobo e razzista fanno il gioco, appunto, di quei professionisti che lavorano per il ”figurante” Salvini. Un serie di like che aumenta le visite sui social che a loro volta rendono più visibile la pagina Facebook dove si pubblicano gratuitamente commenti e post che a loro volta verranno analizzati e rimasticati sotto forma di slogan che immancabilmente il ”figurante” di cui sopra vomiterò addosso alla folla applaudente nei comizi reali o virtuali. La politica di questa sorta di politico ”on-demand” è il frutto di questa spirale perversa che parte dalla creazione ad arte di falsi problemi, paure create ad hoc ma che fanno leva su comprensibili paure ataviche tipiche dell’italiano medio, moderato, alle prese con le rate del mutuo per pagare la sua misera casetta comprata magari all’apice del boom speculativo edilizio del periodo pre-crisi. Ed è cosi che pur in presenza di un numero di reati in discesa compresi gli omicidi, si riesce ad innescare la paura del furto, della rapina ai danni dello sfortunato impiegato o piccolo commerciante che immancabilmente stava per sposarsi e svolgeva attività di volontariato in parrocchia, ovviamente a favore dei poveri, cittadini italiani, di pelle bianca e proprio per questo era amato da tutti. Il copione si presenta analogo in diverse situazioni ognuna delle quali grida vendetta. Ed è cosi che il ”legittimo turbamento psicologico” consente a quell’italiano medio, con le rate del mutuo che pesano sulla tua testa e su quella dei suoi figli, di difendere fino alle estreme conseguenze quel piccolo patrimonio che lo avevano illuso di essere un proprietario sebbene in co-proprietà con la banca: al buio, o in penombra, può quindi sparare e uccidere perché a prescindere da tutto, nessuno può violare il caposaldo della società liberale e liberista: la proprietà privata. Tutto ciò, però, senza sapere che non vi è un’emergenza omicidi o reati contro il patrimonio e senza sapere che ribadendo fino all’esasperazione la legittima difesa della proprietà sacra e inviolabile si può fare passare anche il decreto sicurezza e con esso gli sgomberi di edifici inutilizzati e fatiscenti che danno riparo ad italiani e stranieri in difficoltà. Nel momento in cui l’italiano medio così come lo straniero che insieme ad altre centinaia di migliaia di lavoratori di tutte le etnie, manda avanti l’economia italiana, si accorgerà che la protesta per difendere il proprio posto di lavoro dalle speculazioni finanziarie del faccendiere di turno o di un fondo azionario con sede alle Bermuda, potrà essere repressa proprio grazie la decreto sicurezza-bis del politico ”figurante” che lui stesso ha votato…sarà troppo tardi perché si ritroverà in carcere. Porti chiusi, manganello facile, prigione per chi sbaglia e relativa chiave nel tombino, sono i TAG di questa politica repressiva che propone il modello rassicurante ”Dio-Patria-Famiglia” e che tra qualche mese verrà sdoganata definitivamente dopo un primo rodaggio di circa 18 mesi. Contro tutto ciò il 9 si è scesi in piazza, italiani e fratelli di altre nazionalità e culture, insieme perché appartenenti alla stessa razza umana, perché l’unica razza che si conosce è un pesce!

In attesa del IV novembre giornata di lutto nazionale

Ogni anno, all’approssimarsi della ricorrenza del 4 novembre il dibattito culturale sui mass-media si polarizza tra: a) ”nostalgici” del buon vecchio patriottismo dei tempi che furono secondo i quali la guerra vittoriosa , la ”grande guerra”, andrebbe festeggiata e anzi rinfocolata e agganciata in un tutt’uno con la legittima voglia di unità patriottica lungo lo spartiacque alpino e oltre (Istria e Fiume) portato avanti dagli avanguardismi giovanili pre-fascisti; b) pacifisti che sottolineano gli effetti devastanti della ”inutile strage” che in cambio di pochi chilometri di confini in più ha lasciato sul terreno esanimi quasi 700mila soldati per non parlare dei mutilati, civili e militari e delle vittime civili. In Europa le vittime furono circa 40 milioni tra morti e feriti: fu il primo conflitto che sancì il cambio di rotta nello ”stile” e nelle strategie belliche ovvero non più solo eserciti uno contro l’altro ma popolazioni coinvolte a 360°, economie in conflitto tra loro che si annientano a vicenda anche nei loro sistemi produttivi. Ma la sintesi forse più vicina alla realtà è che fu una guerra imperialista tra potenze emergenti e potenze declinanti in cui il patriottismo fu la benzina per convincere contadini e proletari ad andare incontro alla mattanza operata dal nemico o dai carabinieri nelle retrovie contro gli unici sani di mente ma purtroppo definiti disertori; fu l’inizio della fine del predominio europeo sul mondo. Nel giro di 30-40 anni dalla fine della grande guerra gli imperi coloniali si sfaldarono nelle modalità fino ad allora conosciute e si ricomposero in nuova forma con l’ingresso delle corporation al fianco degli stati nazionali nel quadro di un’economia che iniziava a finanziarizzarsi ed a inglobare la politica al suo interno nel ruolo di ancella fedele. A fine 2018 in concomitanza con le commemorazioni delle Grande guerra, in un territorio come quello di Bracciano assediato da caserme militari, dove molti docenti sono legati da relazioni parentali con esponenti delle varie FFAA presenti nel territorio e dove il pensiero reazionario è maggioritario, si è voluto smontare un mito e inquadrarlo in un discorso complessivo sulla violenza nella società di oggi: si è sottolineato come questa si stia riavvicinando, come negli anni pre-guerra e poi negli anni ’20, verso polarizzazioni tendenziose di tipo culturale sia contro le conquiste di libertà degli ultimi decenni (parità uomo-donna, libertà sessuale, diritti dell’uomo e all’autodeterminazione, difesa delle diversità di pensiero e degli stili di vita, ecc. ecc.) secondo le indicazioni proposte dai vari ”Family day” e dai cartelli pubblicitari propagandistici che imperversano ogni qualvolta si toccano temi come il fine vita, l’interruzione di gravidanza, le scelte di genere, ecc.. Un autoritarismo dilagante nella società la sta permeando sotto le mentite spoglie del ”decoro” a partire da quello urbano e dietro la parola d’ordine della ”sicurezza” in un paese dove i reati sono in calo mentre cresce invece l’insicurezza, quella reale, verso il proprio futuro, il proprio lavoro, tanto da trascinare l’Italia verso il tasso demografico più basso della sua storia. In queste slide si smonta il mito del DIO-PATRIA-FAMIGLIA e della grande guerra e ci aggancia alle rinnovate forme di violenza contro l’anticonformismo ovunque si presenti e alle forme di psichiatrizzazione della ”non-conformità” a partire dalla scuola dove esplodono i casi di DSA e di disabilità spesso sovrastimate per la crescente presenza dei ”falsi positivi” alle diagnosi. CONVEGNO CESP BRACCIANO 2018

Drenare ricchezze per arricchire i (già) ricchi

Un problema attanaglia da sempre i padroni e in generale il capitalismo: come generare sempre più utili ? come rendere la mia azienda appetibile in borsa ? In QUESTO ARTICOLO DI CONTROPIANO.ORG VENGONO SPIEGATI I SISTEMI PER CALCOLARE E INDIVIDUARE QUESTA ENORME ELUSIONE FISCALE e che ritrovate raffigurati nell’immagine qui sopra: i paradisi fiscali sono tra noi! e lo si vede nel rapporto tra i ricavi delle imprese registrate in quel paese sulla spesa per stipendi…sui quali non si può barare perché corrispondono a perone-lavoratori in carne ed ossa. Su un altro piano, però, da sempre, la risposta è stata quella di automatizzare, ridurre i salari (o licenziare), ridurre i costi (ad esempio i costi di manutenzione) pagare meno tasse ovvero evitare che il profitto accumulato da pochi possa contribuire al benessere di molti. Con questa logica si privatizza il privatizzabile in modo che quei ”pochi” possano in modo efficiente guadagnare sempre di più anche accaparrandosi servizi collettivi come i trasporti, l’acqua, l’energia, ecc. ecc. I governi, invece di tutelare il benessere del 90% della popolazione fa in modo che questa abbia il minimo indispensabile a seconda del modello culturale locale e il sistema di welfare raggiunto per poter vivere dignitosamente anche se con fatica, tutela molto di più il restante 10% che rappresentano i loro principali azionisti di riferimento… e così fanno loro dei favori come consentirgli di non pagare un monte-tasse pari ad una manovra finanziaria di un intero paese, scatenano guerre ”giustizialiste” come le manette agli evasori, anche piccoli, sviano l’attenzione della ”moltitudine” verso falsi problemi o falsi nemici proponendo loro metodi per soddisfare la sete di vendetta e rivalsa come appunto l’aumento delle pene carcerarie e pecuniarie. Nell’economia finanziarizzata, l’immaterialità del prodotto-servizio consente di moltiplicare a dismisura questa possibilità di elusione fiscale, evitando ad esempio che un ricavo vada a finire nella base imponibile come ad esempio un brevetto, ricerca e sviluppo, ecc. ecc. In ballo sono miliardi di euro sottratti alla collettività la quale deve fare i conti tagli ai servizi e agli investimenti che va avanti e si incrementa crisi dopo crisi: l’ultima, quella del, 2008 oltre a non aver insegnato nulla al sistema politico in termini di giustizia sociale, perdura appunto da oltre 10 anni tanto da fare sospettare che non sia un effetto collaterale del capitalismo ma la sua stessa essenza.

La fine della democrazia

Ovvero, non bastava diminuire lo ”stipendio” dei parlamentari (oltre ai vitalizi) piuttosto che il loro numero?

Semmai ce ne fosse stata una, effettivamente e compiutamente tale, dopo i colpi dati a ciò che ne rimane, dopo la caduta (ahimè parziale) del regime fascista, in questi ultimi mesi potremmo considerarla ormai clinicamente morta. Ciò che tiene in vita la cosiddetta democrazia parlamentare attuale sono i proclami nelle cerimonie pubbliche, le dichiarazioni di intenti, i roboanti discorsi in occasione di commemorazioni-chiave come il XX settembre, il 25 aprile o per la fine della Grande Guerra che qualche nostalgico ha recentemente avuto il coraggio di ribattezzare la ”Grande Guerra vittoriosa” e della quale dovremmo solo vergognarci non solo per sensibilità verso i ”nostri” milioni di caduti ma anche per quelli causati ad altre nazioni. La decretazione d’urgenza in momenti storici in cui essa NON occorre è un abuso istituzionale di cui si sono macchiati (e tutt’ora contraddistinguono) i nostri governi con un’impennata negli ultimi anni a dir poco preoccupante: essa è uno dei motivi che spiegano il titolo di questo articolo ma da pochi giorni si è aggiunto un altro colpo mortale giunto appunto dalla riduzione del numero dei parlamentari nel quadro di una riforma istituzionale e di ridefinizione dei collegi elettorali e del sistema di rappresentatività … che incoscientemente non si è fatta! Da una parte abbiamo le spese militari inutili come i 64 F16, aeroplanini da circa 100milioni di euro l’uno, assolutamente inutili oltre che fonte di ulteriori spese di manutenzione ed ormai obsoleti e dall’altra l’esu(-a)ltazione per un taglio dei parlamentari annunciato come una vittoria nella lotta agli sprechi nella spesa pubblica: ma non sarebbe bastato ridurre gli stipendi senza mettere ulteriormente a rischio le fondamenta della democrazia rappresentativa ? Si continua lungo il mito del ”dipendente” pubblico fannullone che esce a fare la spesa in orario di servizio o dei ministeri sovrabbondanti di raccomandati: senza escludere che possano esservi sacche di estrema inefficienza, il clima giustizialista e repressivo-autoritario, attuato in modo bi-partisan da Brunetta a Renzi, fa perdere di vista le priorità, i capisaldi della democrazia e soprattutto il vero ”nemico”. Siamo nell’era dei capri espiatori, delle fake-news, delle semplificazioni ispirate agli slogan delle tifoserie calcistiche: del resto il maestro assoluto fu proprio Berlusconi che avviò tale metafora in modo autorevole proprio in quanto proprietario di una squadra di calcio e fondatore di un partito che nel nome rappresentava bene questo delirio collettivo per tossicodipendenti da football. Da una parte le piattaforme informatiche che con qualche migliaio di voti vorrebbe sostituirsi al sistema parlamentare, dall’altra una delegittimazione partita da lontano oltre 20 anni fa a seguito di ”mani pulite” e il successivo periodo berlusconiano e delle TV del ”DriveIN” , dall’altra i populismi di varia natura, dal leghismo federalista al leghismo nazional-fascista di stampo salviniano, per finire con i populismi ”radical chic” dei vari rottamatori democristiani in stile renziano, anch’essi asserviti al diktat della governabilità, tanto cara a finanzieri, imprenditori e ai famigerati ”investitori” esteri. Ospitiamo qui di seguito un articolo di commento di Walter Tucci del direttivo nazionale del Partito Comunista Italiano con una critica acerrima a questa legge votata anche dagli ex-comunisti del PD:

RIDURRE IL PARLAMENTO AD UNA ISTITUZIONE INUTILE

Pochi giorni fa si è consumato l’ennesimo colpo alla nostra Democrazia rappresentativa, con la corposa riduzione del numero dei parlamentari, senza modifiche all’attuale sistema elettorale e rinviando a data da destinare i necessari contrappesi che garantiscano la rappresentanza di tutte le opinioni e le formazioni politiche.
Ne è derivato non solo un provvedimento palesemente incostituzionale, ma anche un grave errore strategico, che aumenterà il distacco dei cittadini dalla politica, la mancanza di partecipazione popolare e l’astensionismo.
La schiacciante maggioranza (553 a favore e 14 contrari), ha immolato sull’altare della demagogia e del populismo l’ennesimo “mattone” dell’edificio della democrazia parlamentare rappresentativa, costruito, in tanti anni di sacrifici e sofferenze, dalla lotta di Liberazione in poi.
Si è portata, con ciò all’incasso, la cambiale che il PD ha dovuto pagare, nonostante la conclamata contrarietà, all’alleanza di Governo con i 5 Stelle, in cambio di una vaga promessa di ulteriori modifiche della legge elettorale e dei Regolamenti parlamentari.
Nel frattempo, il taglio dei parlamentari, stante questa legge elettorale – in cui gli stessi sono nominati dai capi partito (che solo ad essi rispondono per essere rieletti), in cui si votano liste bloccate, in cui si deve superare lo sbarramento del 5% – si traduce in un premio alle forze politiche maggiori, per tenere fuori dal Parlamento quelle minori, sgradite all’establishment ed alle quali si nega perfino il “diritto di tribuna”, in un sistema oligarchico nel quale è vietato disturbare il “manovratore”.
E’ in atto già da troppo tempo la “compressione” del dibattito parlamentare e della stessa funzione del Parlamento, con il trasferimento di fatto dell’iniziativa legislativa all’Esecutivo, mentre la Costituzione attribuisce al Parlamento un ruolo centrale negli assetti istituzionali: fare le leggi che guidino l’azione di Governo e delimitino gli ambiti di azione della Magistratura, secondo il principio democratico fondamentale della divisione dei poteri.
Al contrario, si è data sempre più centralità all’azione di Governo, affievolendo la funzione parlamentare, anche con leggi elettorali che hanno spostato il “potere di nomina” dagli elettori alle Segreterie dei partiti, a scapito della libertà di decisione e di coscienza dell’eletto.
Questa legge è un ulteriore passo verso la delegittimazione del Parlamento, che potrebbe essere completata dall’introduzione del vincolo di mandato, dalla negazione, cioè, dell’autonomia di giudizio del singolo parlamentare, costituzionalmente garantita dall’art.67; dal tentativo di sottrarre alla funzione regolatrice dello Stato decine di materie fondamentali per l’uguaglianza dei diritti e la coesione del Paese (discriminando tra i cittadini secondo dove vivono) e con una procedura che ha escluso il Parlamento da ogni decisione; dalla richiesta di introdurre il Referendum propositivo, che potrebbe essere utilizzato da lobby e potentati come strumento di pressione sul Parlamento, mentre viene spacciato come strumento di democrazia diretta.
A tal riguardo, diciamo forte e chiaro, anche rischiando l’impopolarità, che noi comunisti riteniamo fondamentale, per un governo democratico della Repubblica, la democrazia parlamentare rappresentativa e che l’85% dei deputati si è assunta la responsabilità storica di rendere il Parlamento meno rappresentativo del Paese e ancora più subalterno al Governo, votando l’eliminazione di un terzo del Parlamento, cioè della democrazia rappresentativa!
Dobbiamo avere il coraggio di dire che si è trattato di un voto (quasi unanime) di un Parlamento ormai incapace di ribellarsi alle smanie populiste, cui nessuno osa più opporsi e di rifiutare, in un sussulto di dignità, la cultura della casta e dell’antipolitica. Individuare, infatti, nel numero dei parlamentari la causa del malfunzionamento di un’Istituzione fondamentale per la Democrazia, vuol dire indulgere, ancora una volta, allo spirito demagogico imperante di chi ritiene di poter risparmiare sul funzionamento della Democrazia.
Se questo è il criterio, qualcuno potrebbe, prima o poi, suggerire un risparmio ancora maggiore abolendo tout court l’intero Parlamento e decretarne la totale inutilità, per sostituirlo con la piattaforma Rousseau o simili!
L’efficienza del Parlamento, è risaputo, dipende essenzialmente dai Regolamenti di funzionamento delle Camere, dall’autonomia dei parlamentari, dalla loro competenza, dalla legge elettorale e, in parte, solo in parte, dal bicameralismo paritario.
Ora che l’errore è fatto, (a meno di sorprese, se si farà il Referendum) il vigente “rosatellum” diventa, come detto, la mannaia per le formazioni politiche minori già esistenti o nuove, che concentrerà ancora di più nelle mani di pochissime forze la rappresentanza politica.
Si è detto che presto si costruiranno le garanzie di rappresentanza democratica, per assicurare il pluralismo politico e territoriale, con la modifica della legge elettorale.
Ma allora non era più logico modificarla prima del taglio dei parlamentari, che aumenterà l’ampiezza dei collegi e la proporzione tra eletti ed elettori, lascerà intere aree del Paese senza rappresentanza parlamentare ed entrerà in vigore solo nel 2023?
La verità e che non ci sarà nessuna garanzia di rappresentanza democratica, tramite una nuova legge elettorale, perché la maggioranza già pensa a un nuovo sistema maggioritario o a un proporzionale con sbarramento molto alto (il 6, il 7%?), per obbligare le formazioni più piccole, anche se politicamente e culturalmente significative, ad entrare nei partiti maggiori.
Del resto, neanche la c.d. sinistra è convinta di superare la parte di maggioritario esistente, anche se il tanto desiderato bipolarismo è stato sconfitto fin dal 2013, con il ritorno al multipolarismo, che ha rotto le catene imposte ad una società pluralista da meri artifici elettorali. Spingere ancora su sistemi elettorali che investano direttamente un Premier e un Governo, potrebbe portare, nell’attuale fase politica, al presidenzialismo, già invocato a gran voce dalle destre e non solo.
Le varie leggi elettorali d’impostazione maggioritaria hanno infatti, nel tempo, sempre più limitato la presenza delle forze politiche minori nelle Assemblee parlamentari e territoriali, falsando la proporzionalità della rappresentanza, attraverso meccanismi premiali, che regalano ad una minoranza più seggi dei voti ricevuti, distorcendo l’effettiva volontà del corpo elettorale e scavando un fossato nel rapporto tra elettori ed eletti.
Contro questa pericolosa negazione della partecipazione democratica, il PCI ha da tempo avanzato la proposta (in sintonia con il pensiero di diversi Giuristi, come Rodotà e Ferrara) di mantenere una sola Camera con funzione legislativa; una sorta di monocameralismo che dia piena capacità di rappresentanza ad una sola Assemblea, diversificando le funzioni di Camera e Senato, magari con una seconda Camera, che rappresenti le Regioni e superi le pericolose pulsioni separatiste e le richieste di autonomia differenziata. Ma a patto che la rappresentanza elettorale si basi su un sistema proporzionale puro, cioè senza sbarramenti innaturali, che impediscono di fatto la rappresentanza a milioni di elettori di liste minoritarie, i cui voti vanno perduti.
Per riparare, pertanto, a questo gravissimo errore politico, nato dall’esigenza di soddisfare la “pancia” dell’elettorato populista, deluso da tante promesse demagogiche non mantenute, riproponiamo, dunque, l’unico sistema in grado di ripristinare il diritto degli elettori di scegliere i propri rappresentanti parlamentari; di non distorcerne la volontà; di non privilegiare la governabilità a scapito della rappresentatività; di ripristinare l’eguaglianza nell’esercizio del diritto di voto (una testa un voto) e la funzione costituzionale dei partiti (art. 49) di “rappresentanza organizzata della volontà popolare”.
In una parola, chiediamo un sistema elettorale in grado di ridare equilibrio al rapporto tra forma di governo e rappresentanza politica, ristabilendo la centralità del Parlamento e della sua indispensabile funzione legislativa.

Roma 18 ottobre 2019

                        Walter Tucci 
    (Responsabile nazionale PCI - Dipartimento Costituzione, Democrazia, Istituzioni) 

I migranti non sanno nuotare…e tu?

Questo il titolo per una serie di interventi presso ”Biblioteche di Roma” svoltisi a Roma tra giugno e ottobre 2019 per coinvolgere i partecipanti agli incontri lungo un percorso verso l’empatia nei confronti dei migranti partendo da quella verso ”l’altro da sé” ma anche verso le nostre stesse radici : noi italiani, per effetto di chiusure e paure create strumentalmente a scopo elettorale, stiamo perdendo la memoria sul nostro essere stati migranti. Abbiamo ”colonizzato”, in passato con gli eserciti, poi con la sola forza lavoro, la nostra creatività e cultura, interi paesi come l’Argentina verso i quali chi scrive, come milioni di altri concittadini, ha visto partire i propri parenti in fuga da un’Italia in ginocchio per i postumi di un conflitto mondiale devastante. Chi scrive ascolta sempre con attenzione i racconti di prevaricazione, soprusi e cattiverie subite dai propri genitori e zii, emigrati ”clandestinamente” ovvero prima con permesso di turismo e solo dopo come operai – in Svizzera: questo racconto coincide con quelli di tanti altri italiani umiliati e sfruttati proprio come raccontò Nino Manfredi in ”Pane e cioccolata”. E’ così che dopo aver constatato in prima persona la sofferenza del migrante a bordo dell’Aquarius, la nave per i soccorsi in mare di SOS MEDITERRANEE, i ricordi si ricollegano spontaneamente tra loro e quelle persone salvate mi sono apparse immediatamente più vicine, appunto ”persone” non più numeri, statistiche o semplicemente ”migranti”: non più poveri disperati ma persone con le proprie storie, a volte banali a volte straordinarie ma tutte con l’elemento in comune di una detenzione disumana in Libia, un viaggio tramutato in calvario e altre sofferenze indicibili. Ogni loro storia è a sé stante, ogni motivazione a lasciare la propria terra è diversa dall’altra ma tutte nascono da un disagio tale da far mettere loro la propria vita sul piatto di una bilancia dove sull’atro c’è disperazione, assenza di futuro, prevaricazione o peggio fame e guerre. Alle volte, però, c’è ”solo” il desiderio di migliorare le proprie condizioni di vita ma l’impossibilità di farlo per il blocco del rilascio dei visti. D’altra parte, quest’ultima motivazione, accomuna quei 150ila italiani che solo nel 2017 si sono iscritti all’AIRE e non tutti con un contratto di lavoro in mano ma tutti sicuramente con la pelle bianca e un passaporto dell’Unione Europea. La sfida sta allora nel rispolverare queste storie da un passato tipicamente italiano di cui abbiamo ancora dei testimoni viventi in ogni famiglia o anche i racconti più recenti di un famigliare appena trasferitosi all’estero ; ma la sfida sta anche nell’avvicinarsi, con curiosità intellettuale alle altre culture con lo stesso spirito con cui, col tempo, abbiamo imparato a stringere amicizia con il gestore del negozietto sotto casa di origine pakistana, o cinese e con i quali ormai ci diamo del ”tu” perché non ci sembrano più tanto distanti da noi, soprattutto quando ci capita di sentire parlare uno dei loro figli con la nostra stessa cadenza dialettale e stupefatti di ciò, ci rendiamo conto, subito dopo, di quanto siamo ingenui, ignoranti o semplicemente stupidi nel provare appunto quel tipo di stupore!

A chi serve la ”precarietà” nel mondo della scuola?

Insegnanti precari = futuri cittadini precari ? forse! ma ad ogni modo c’è una teoria che associa il modello neo-liberista capitalistico attuale, fatto di salari al massimo ribasso, delocalizzazioni, sfruttamento delle risorse nei paesi in via di sviluppo (economico) e quindi di precarizzazione – che alcuni chiamano eufemisticamente ”flessibilità” – ad un sistema formativo con alti tassi di precarietà E BASSI SALARI. Nei paesi dove questa precarietà è quasi del tutto assente, ad esempio in Francia, dove i salari degli insegnanti sono mediamente più alti di un 20/30%, il modello culturale e i punti di riferimento valoriali spacciati come i migliori tra quelli possibili è comparabile se non identico: cosa abbiamo in più (in termini negativi, ovviamente) rispetto agli altri paesi ? la precarietà che in un paese che sprofonda verso un destino economico fatto in larga maggioranza di ”food”, ”wellness”, a volte intrecciati insieme nel maxi-contenitore del turismo vacanziero, il contratto a termine, stagionale e la precarietà sono molto funzionali. Cosa c’è di meglio, quindi, di un docente geneticamente modificato a creare uno studente con le ”giuste” competenze, ovviamente spendibili il più presto possibile nel mercato del lavoro dove lui stesso personifica lo stato di precarietà più o meno accettata arrendevolmente ? il mercato del lavoro competitivo e globalizzato richiede soprattutto COMPETENZE cioè saperi mai fine a sé stessi ma spendibili come una merce qualsiasi sul mercato. Là fuori c’è un mondo brutale, competitivo, dove quello che conta è il profitto, dove conta non chi sei, come persona, eventualmente con un potenziale creativo e con una propria personalità capace di proporre e cambiare in meglio il mondo esistente ma quanto riesci a produrre nell’unità di tempo (produttività): la risorsa umana è una variabile che rappresenta un costo più che una risorsa soprattutto quando la finanza ha mangiato l’economia. Imprenditore e finanziere sono le due facce della stessa medaglia che stritolano il lavoratore al fine di accumulare profitti condannati ad essere sempre crescenti anche i momenti di sovra-produzione e stagnazione come il periodo attuale. Per questo chi ormai ha accettato la passività per modello per il quieto vivere, accetta la figura del preside-padrone e la competizione all’ultimo progetto o tutorato per l’alternanza scuola-lavoro in modo da arrotondare un magro stipendio, rappresenta il formatore, o meglio l’addestratore, ideale per le future generazioni! La scuola in qualche modo rispecchia nella sua cultura organizzativa i modelli culturali del mondo esterno, un po’ come le fabbriche e gli ambienti di lavoro; i modelli culturali da riprodurre sono quelli imposti dalla classe dominante la quale influenza parallelamente anche la propria ancella fidata, la politica. Quindi se la scuola si concentra a preparare futuri lavoratori precari, competitivi, accondiscendenti verso il potere costituito e le gerarchie qualunque esse siano, non particolarmente creativi e per nulla ribelli, più che a preparare cittadini culturalmente ricchi e consapevoli cioè potenzialmente capaci di cambiare il sistema, poco importa, anzi meglio! La scuola non è più motore di mobilità sociale ascendente ma anzi accelera quella discendente ? meglio! secondo le teorie della cosiddetta curva di Gatsby, una cattiva redistribuzione delle ricchezze è collegata ad una mobilità sociale discendente e la scuola ne è uno dei motori che non solo ”congela” la mobilità ma ne favorisce il movimento al ribasso. Con la buona scuola di Matteo Renzie si è dato un colpo mortale a questo ruolo ”storico” della scuola che a partire dal ’68 non è appunto solo quello di omogeneizzare una popolazione sotto una stessa lingua e capace di ”far di conto”. Questa curva studiata dai sociologi dell’educazione ed economisti nasce proprio negli USA cioè nella patria del mito del self-made-man smentito peraltro da recenti fatti di cronaca e da alcuni film e docufiction che ci raccontano della spietatezza e della scorrettezza ai limiti della cattiveria, di personaggi da molti ammirati per quel falso mito made in USA come Bill Gates, Mark Zuckerberg o il fondatore di McDonald’s (VD. il recente film ”The founder”, con M. Keaton). A partire da film quali ”Wall Street” con M.Douglas o ”Il diavolo veste Prada” il mito USA fu già ampiamente messo alla prova come lo fu negli anni ’40 col film ”Quarto potere” ma ora le ricerche sul campo ci dimostrano che quel modello non ha più gli anticorpi per mitigarne la crudeltà come si pensava in un recente passato. Con tutto ciò questo modello viene ancora imposto come il migliore tra quelli possibili anche a costo di vivere prossimamente in una pentola a pressione! La passiva accettazione dei miti made in USA in un paese che in Europa ha il più alto numero di basi militari statunitensi sembra un destino ineluttabile soprattutto considerando l’opera capillare di un Tycoon come Berlusconi che ci inondò di TV spazzatura negli anni ’80 rovinando un’intera generazione e intaccandone profondamente altre, tra cui la mia!

DAL SERVIZIO SU RADIO ONDA D’URTO

Intanto allarme dell’Ocse per la scuola italiana dei prossimi 10 anni: un milione di studenti in meno, tra calo demografico e dispersione scolastica, e meta’ degli attuali docenti in pensione; inoltre, il 26% dei giovani italiani e’ ‘neet’, cioe’ non studia e non lavora, contro il 14% della media Ue. Il Rapporto evidenzia che l’Italia ha la quota maggiore di docenti ultra 50enni (59%) e la quota piu’ bassa di insegnanti di eta’ tra i 25 e i 34 anni nei Paesi dell’Ocse.

Anche gli stipendi sono sotto la media europea. Inoltre secondo l’Ocse l’Italia investe nell’istruzione pubblica il 3,6% del PIL, l’1,4% in meno rispetto alla media Ocse (circa il 5%); uno dei livelli più bassi tra i 36 componenti dell’Organizzazione. Concorde con l’Ocse il neoministro Fioramonti, dei M5S, che chiede “2 miliardi di euro per la scuola, e un miliardo di euro per la ricerca, altrimenti mi dimetterò”. L’intervista al sociologo e insegnante Stefano Bertoldi, che su Radio Onda d’Urto realizza la trasmissione settimanale “Scuola Resistente”, oltre che collaboratore del Cesp, il Centro Studi del sindacato di base Cobas Scuola Ascolta o scaricaV