Un incontro in carcere

Mulhouse è un’antica città industriale ma in fase di rapida e vivace riconversione. Accanto, a pochi chilometri, è presente una delle più grandi fabbriche automobilistiche, la notissima Peugeot e in città non poteva quindi mancare un museo, ovviamente, dell’auto. Non tutti però sanno che Mulhouse è anche sede del più antico carcere francese datato 1871 un anno che evoca guerre e lotte sociali che sfociarono in una delle più interessanti ed innovative esperienze di organizzazione di ispirazione socialista, la Comune di Parigi. Il carcere, edificato dai tedeschi, in quanto posizionato in un territorio dove per secoli i due eserciti franco-tedeschi si sono contesi quel ricco e strategico territorio ha quindi una fisionomia ”antica” e i suoi locali incutono un certo timore rievocando immagini sepolte nella memoria di vecchi film dove le celle, a vista e allineate lungo balconi con balaustre in ferro, si sovrappongono lungo tre o più piani orizzontali, anch’essi a vista demarcati da reti anti-caduta in corda di fibra naturale. Il progetto prevede un carcere di nuova generazione, già pronto ma gli ultimi dettagli ancora da mettere a punto. In un contesto a tinte fosche si è quindi svolto un incontro cui avrebbero dovuto partecipare circa una trentina di persone che a causa dei mille imprevisti, tipici di una ”casa circondariale”, si sono dimezzate a causa di assenze ”giustificate”. La platea, composta e silenziosa, dava la sensazione ad un tempo della sofferenza interiore e della rassegnazione ma tuttavia la curiosità non era narcotizzata, tutt’altro… Alcuni hanno probabilmente ricollegato i racconti e le testimonianze a storie di persone vicine o a parenti, amici e lo stimolo delle immagini e dei suoni hanno reso molti occhi lucidi. Nessuno avrebbe pensato ad una tale reazione ma scrollandosi di dosso i molti stereotipi sulla vita carceraria, ci si rende conto che l’umanità ristretta non è affatto diversa da quella che a pochi metri al di là dei reticolati circola liberamente; alcuni stimoli provocano evidentemente medesime emozioni o analoghe associazioni di idee. La prima impressione dei detenuti è stata di incredulità o comunque di ”scoperta” e stupore grazie ad un racconto unitario fatto allo stesso tempo di testimonianze dirette, immagini di ”repertorio” e testimonianze virtuali di migranti visibili nei video-documenti: i numeri della tragedia, la vastità e complessità del tema che cinicamente viene strumentalizzato dalla classe politica in due opposte visioni, una, la più deleteria e criminale, tesa all’odio, alla divisione e alla chiusura egoistica nei propri confini al di qua dei tanti muri, l’altra, altrettanto cinica tesa ad un pietismo di facciata alimentato da forti sensi di colpa e per questo inconcludente. Nessuna delle strumentalizzazioni, sia quella ”buona” né tantomeno quella ”cattiva” va al di là dell’obiettivo a breve termine di un qualche risultato elettorale: l’umanità spesso si perde tra i numeri ed è solo quando ci si concentra su l’emergenza ”tout court” del naufragio, sul volto del naufrago in cui per un attimo si è vista personificata la vicenda di un amico o di un famigliare che non ce l’ha fatta che l’emozione viene a galla, diversamente dalle decine di migliaia di corpi oggi in fondo al mare. Tutti hanno diritto a vivere felici, a salvarsi e migliorare il proprio percorso di vita segnato a volte da un’assenza di un futuro, anche fosse solo di un minimo di benessere ed a nessuno dovrebbe essere impedito di spostarsi per vivere dignitosamente: forse proprio chi ha perso, anche se temporaneamente, un bene cosi prezioso come la libertà, può entrare in sintonia con queste storie di sofferenza nella ricerca di un’emancipazione.

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I migranti non sanno nuotare…e tu?

Questo il titolo per una serie di interventi presso ”Biblioteche di Roma” svoltisi a Roma tra giugno e ottobre 2019 per coinvolgere i partecipanti agli incontri lungo un percorso verso l’empatia nei confronti dei migranti partendo da quella verso ”l’altro da sé” ma anche verso le nostre stesse radici : noi italiani, per effetto di chiusure e paure create strumentalmente a scopo elettorale, stiamo perdendo la memoria sul nostro essere stati migranti. Abbiamo ”colonizzato”, in passato con gli eserciti, poi con la sola forza lavoro, la nostra creatività e cultura, interi paesi come l’Argentina verso i quali chi scrive, come milioni di altri concittadini, ha visto partire i propri parenti in fuga da un’Italia in ginocchio per i postumi di un conflitto mondiale devastante. Chi scrive ascolta sempre con attenzione i racconti di prevaricazione, soprusi e cattiverie subite dai propri genitori e zii, emigrati ”clandestinamente” ovvero prima con permesso di turismo e solo dopo come operai – in Svizzera: questo racconto coincide con quelli di tanti altri italiani umiliati e sfruttati proprio come raccontò Nino Manfredi in ”Pane e cioccolata”. E’ così che dopo aver constatato in prima persona la sofferenza del migrante a bordo dell’Aquarius, la nave per i soccorsi in mare di SOS MEDITERRANEE, i ricordi si ricollegano spontaneamente tra loro e quelle persone salvate mi sono apparse immediatamente più vicine, appunto ”persone” non più numeri, statistiche o semplicemente ”migranti”: non più poveri disperati ma persone con le proprie storie, a volte banali a volte straordinarie ma tutte con l’elemento in comune di una detenzione disumana in Libia, un viaggio tramutato in calvario e altre sofferenze indicibili. Ogni loro storia è a sé stante, ogni motivazione a lasciare la propria terra è diversa dall’altra ma tutte nascono da un disagio tale da far mettere loro la propria vita sul piatto di una bilancia dove sull’atro c’è disperazione, assenza di futuro, prevaricazione o peggio fame e guerre. Alle volte, però, c’è ”solo” il desiderio di migliorare le proprie condizioni di vita ma l’impossibilità di farlo per il blocco del rilascio dei visti. D’altra parte, quest’ultima motivazione, accomuna quei 150ila italiani che solo nel 2017 si sono iscritti all’AIRE e non tutti con un contratto di lavoro in mano ma tutti sicuramente con la pelle bianca e un passaporto dell’Unione Europea. La sfida sta allora nel rispolverare queste storie da un passato tipicamente italiano di cui abbiamo ancora dei testimoni viventi in ogni famiglia o anche i racconti più recenti di un famigliare appena trasferitosi all’estero ; ma la sfida sta anche nell’avvicinarsi, con curiosità intellettuale alle altre culture con lo stesso spirito con cui, col tempo, abbiamo imparato a stringere amicizia con il gestore del negozietto sotto casa di origine pakistana, o cinese e con i quali ormai ci diamo del ”tu” perché non ci sembrano più tanto distanti da noi, soprattutto quando ci capita di sentire parlare uno dei loro figli con la nostra stessa cadenza dialettale e stupefatti di ciò, ci rendiamo conto, subito dopo, di quanto siamo ingenui, ignoranti o semplicemente stupidi nel provare appunto quel tipo di stupore!